MA CHE BELLA COMITIVA AL PROCESSO SULLA “TRATTATIVA”! - PRIMA UDIENZA A PALERMO: IN AULA NICK MANCINO E MASSIMO CIANCIMINO, IN VIDEOCONFERENZA TOTO’ RIINA, LEOLUCA BAGARELLA, GIOVANNI BRUSCA E ANTONINO CINÀ - INGROIA IN PARTENZA PER IL GUATEMALA ANNUNCIA LA DISCESA IN CAMPO: “ANCHE DA LONTANO DARÒ IL MIO CONTRIBUTO AFFINCHÉ CRESCA UN MOVIMENTO PER LA RICERCA DELLA GIUSTIZIA E DELLA VERITÀ…” – SI TORNA IN AULA IL 15 NOVEMBRE…

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per Il Fatto Quotidiano

È accigliato, scuro in viso. Scende velocemente dalla sua blindata e si dirige verso l'aula bunker, ignorando gli striscioni delle Agende Rosse e schivando un microfono: "Non ho dichiarazioni da fare". Sul banco degli imputati, all'apertura dell'udienza preliminare del processo sulla trattativa, ieri a Palermo, l'unico volto dello Stato è quello dell'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza. Contro di lui il governo non si è costituito parte civile. Alla fine dell'udienza gli chiedono: rifarebbe quelle telefonate con Napolitano?

Mancino si volta e ignora la domanda. Lo Stato è dunque in imbarazzo a processare se stesso? "Non devo rispondere io - replica stavolta Mancino - io in questo processo sono parte lesa". Non c'erano i senatori Calogero Mannino e Marcello Dell'Utri, i cosiddetti "uomini-cerniera" del negoziato tra i boss e le istituzioni. Con loro hanno disertato l'aula bunker di Pagliarelli anche gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, quest'ultimo autore della richiesta di ricusazione nei confronti del gup Piergiorgio Morosini, che sarà esaminata dalla Corte d'appello il prossimo 9 novembre .

Tutti presenti, invece, in videoconferenza gli uomini di Cosa Nostra: Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Antonino Cinà. Tranne uno: il boss Bernardo Provenzano, che ha rinunciato ad assistere alla prima udienza. Per loro, così come per gli uomini in divisa e per i due senatori, l'accusa è la stessa: violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Trattando sotterraneamente, durante la stagione delle bombe, avrebbero contribuito a realizzare il grande ricatto di Cosa Nostra alle istituzioni, con il risultato di provocare il cedimento dei ministeri alle richieste dei boss stragisti. Circondato dai fotografi, è comparso in aula anche Massimo Ciancimino, il testimone della trattativa.

Lo Stato dunque processa se stesso. E lo fa in un'aula semideserta, nell'indifferenza della città assorbita dai risultati delle elezioni regionali, dove l'unica presenza massiccia è quella dei cronisti. É forse l'ultima udienza per il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, prima della partenza per il Guatemala: "Provo una grande emozione'', ha detto entrando in aula, "ma anche da lontano darò il mio contributo affinché cresca un movimento per la ricerca della giustizia e della verità".

Al suo fianco, nel bunker di Pagliarelli, i pm Nino Di Matteo e Lia Sava, tre dei cinque sostituti (gli altri due sono Francesco del Bene e Roberto Tartaglia) del pool che in questi mesi - tra mille polemiche - ha indagato sul patto sotterraneo tra mafia e Stato.
Fuori dall'aula, invece, fin dalle prime ore della mattina, qualche bandiera di Rifondazione comunista e il presidio delle Agende Rosse, un centinaio di persone, con un enorme striscione: "I magistrati di Palermo non sono soli".

L'udienza si è aperta con la costituzione delle parti processuali e quindi con le richieste di parte civile, prima fra tutte quella dell'avvocato dello Stato Beppe Dell'Aira per conto della Presidenza del Consiglio. A ruota, la richiesta di costituzione di parte civile del Comune di Palermo, rappresentato da Leoluca Orlando , l'unico politico in aula, oltre all'imputato Mancino. "Io so, ma non ho le prove - ha detto Orlando, citando Pier Paolo Pasolini, al suo ingresso nel bunker - che c'è stata una trattativa tra Stato e mafia, e che Paolo Borsellino è stato ucciso perché si sarebbe opposto a quell'ignobile patto. Ma sono i magistrati che devono trovare le prove ed è per questo che chiedo ai magistrati di accertare la verità".

E la ricerca della verità su quanto è accaduto tra il '92 e il '94, è la ragione che ha spinto anche Salvatore Borsellino a chiedere di potersi costituire parte civile, sia per conto del movimento Agende Rosse, sia come fratello del giudice ucciso. A seguire, hanno fatto istanza il Prc, il Centro Pio La Torre, il sindacato di polizia Coisp, i familiari dell'eurodeputato Salvo Lima e l'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, vittima della calunnia contestata a Massimo Ciancimino, che lo aveva indicato come il "signor Franco".

Su tutte le istanze, il gup Morosini si è riservato di decidere. Uscendo dall'aula, tra i fischi delle Agende Rosse, Mancino (che nei giorni scorsi ha chiesto di essere processato dal Tribunale dei ministri) ha ribadito la sua speranza: "Questo è un processo - ha detto - che può essere frazionato in più parti". Si torna in aula il 15 novembre.

 

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