PRIMAVERA TUNISINA - LA DESTRA ISLAMICA VINCE MA NON STRAVINCE, COSTRETTA AD UNA COALIZIONE CON I LAICI - ENNAHDA GUIDATO DA GANNOUCHI NON È UN PARTITO OSCURANTISTA: HANNO RIPUDIATO LA VIOLENZA, HANNO SCAMBIATO LE BOMBE CON LA SCHEDA ELETTORALE, PRESENTATO CANDIDATE DAI CAPELLI SCIOLTI CHE ANCORA IERI AVREBBERO CHIAMATO "CREATURE DEL DIAVOLO" CONDANNANDOLE AL ROGO. COME NON RALLEGRARSENE? E SE I LAICI NON SI FOSSERO DIVISI, IL RISULTATO SAREBBE STATO DIVERSO…

1 - GANNOUCHI, PROSSIMO GOVERNO ENTRO UN MESE...
(ANSA)
- Il prossimo governo tunisino dovrà essere composto "prima possibile, nel termine che non superi il mese": lo ha detto Rached Gannouchi, leader di Ennahdha. "Siamo - ha detto Gannouchi intervistato da radio Express - per una grande alleanza nazionale che porti ad un governo democratico". Il leader di Ennahdha, citato dall'Afp, ha detto che sono in programma contatti con "tutti coloro che hanno militato contro Ben Ali", contatti cominciati già prima delle elezioni, ha precisato.

2 - GANNOUCHI, DJEBALI PROBABILE PREMIER...
(ANSA)
- Hammadi Djebali, segretario generale di Ennhdha e, di fatto, numero due del partito, potrebbe essere il prossimo primo ministro tunisino. Lo ha detto il leader del partito, Rached Gannouchi, in una intervista a radio Express.

3 - TUNISIA PROVE DI DEMOCRAZIA ISLAMICA...
Giampaolo Cadalanu per "la Repubblica"

Se non fosse islamica osservante, Fawzia brinderebbe volentieri. Senza alcol, si accontenta del suo tè alla menta a un tavolino di avenue Bourghiba, come altre decine di studenti tunisini. «Ennahda vuol dire rinascita. Ci speriamo, crediamo che la Tunisia possa completare la sua rivoluzione, rinascere davvero». Studentessa di Lingue, sembra un simbolo perfetto per il suo paese: usa allo stesso tempo il velo e i jeans attillati, sogna di lavorare con successo, non vuol nemmeno pensare di restare chiusa in casa, ma non rinuncia alla fede. «Sì, mi sento musulmana. È la mia identità, non capisco come voi europei possiate rinunciare a Dio».

Attorno a lei, nel traffico forsennato della capitale, i clacson dei sostenitori del partito islamico si mescolano a quelli dell´ora di punta, quasi con timidezza. Con i primi risultati elettorali che ormai delineano la vittoria di Ennahda per la nuova assemblea costituente, il regime dispotico di Zine el Abidine Ben Alì sembra finalmente archiviato, dopo 23 anni di corruzione e paura.

Ma forse sono gli stessi sostenitori della formazione di Rachid Gannouchi a tirare un sospiro di sollievo, vedendo che la vittoria non è un trionfo. Ieri sera i dati davano il partito al comando in cinque distretti, compreso Sfax (il che valeva 15 seggi), il voto dei tunisini all´estero ne aveva procurati altri nove, mentre il Congresso per la Repubblica faticava al secondo posto, seguito dalla sinistra di Ettakatol e dai democratici progressisti. Il gruppo dirigente, in via informale, dava per sicura una percentuale del 40 per cento, forse 45: più o meno il triplo rispetto ai due partiti laici.

Dati significativi, visto che Ennhada era l´unica formazione a presidiare praticamente tutti i seggi del paese. Con i due laici, il CpR dell´ex esule Moncef Marzouki e con Ettakatol, Ennhada dovrà formare una coalizione, tanto più che le urne sembrano aver punito chi aveva escluso un´alleanza con gli islamici. Marzouki ha subito aperto ai vincitori: «Abbiamo ottimi rapporti con tutti e vogliamo un governo di coalizione. Non vedo il pericolo di una deriva integralista. La nostra è una società molto europea, penso che nemmeno la stragrande maggioranza degli islamici accetterebbe la sharia intesa in senso radicale come fonte del diritto».

Anche Yusra Gannouchi, figlia del leader filo islamico, rassicura: «Le donne tunisine non hanno niente da temere, il codice di Bourghiba non sarà cambiato, non abbiamo certo intenzione di introdurre la poligamia». Abdelhamid Jlazzi, capo della campagna elettorale di Ennhada, sottolinea che «non ci saranno strappi. Siamo arrivato al potere con la democrazia, non con i carri armati. Dopo la sofferenza, abbiamo l´opportunità di assaporare libertà e democrazia».

Ma i militanti festeggiavano con prudenza, convinti forse che un eccesso di vittoria rischiasse di apparire minaccioso. Il vertice del partito aveva fatto di tutto per rassicurare i laici, l´opinione pubblica occidentale, gli investitori stranieri garantendo le sue scelte moderate, e ha subito annunciato che nella Costituente formerà una maggioranza con due partiti laici. Ma le voci sui finanziamenti arrivati dall´Arabia saudita e dal Qatar hanno lasciato vivo il sospetto.

«Lo sanno tutti che Ennahda prende i soldi da Riad», dice Ahmed Ibrahim, fondatore della coalizione liberale Democratica-Modernista. Replica Said Ferjani, della direzione: «Ennahda è un fenomeno sociale, prima che un partito». L´identità musulmana sembra aver deluso chi sperava di capitalizzare politicamente l´entusiasmo dei ragazzi che a inizio anno in piazza della Kasbah gridavano «Dégage, dégage», cioè sgombra, al dittatore. Invece la mobilitazione per i profughi in fuga dalla Libia, all´inizio senza nessun coordinamento, è finita sotto l´ala delle organizzazioni islamiche, per poi confluire nei consensi a Ennhada.

Insomma, la società civile tunisina protagonista della rivoluzione dei gelsomini è legata strettamente con la tradizione islamica. «Una separazione netta fra Stato e religione ispirata al modello francese non è adatta per la società tunisina. La religione non può essere un fatto privato perché significherebbe lasciar spazio alla spinta radicale dei salafiti. Lo Stato invece deve farsi carico dell´educazione, dell´insegnamento religioso e della convivenza fra le diverse anime del paese», ammette tranquillamente Ayachi Hammami, dirigente della Lega tunisina per i diritti dell´uomo, militante del polo modernista.

Per le cancellerie occidentali, che seguivano con attenzione la campagna elettorale e il voto, sembra essenziale che Ennhada non stia stravincendo: questo garantirebbe all´interno del partito islamico la prevalenza dei moderati e filo occidentali. Ma sembrano ormai poco plausibili i due scenari più negativi, quello che voleva la Tunisia pronta a diventare un nuovo Iran affacciato sul Mediterraneo e quello, parallelo, che ipotizzava la possibilità di un colpo di Stato militare sul modello algerino.

4 - PRIMAVERA ARABA AUTUNNO ISLAMICO?
Bernard Guetta per "la Repubblica"

Assistiamo a una strana lettura dei fatti. La metà, più o meno, dei tunisini ha optato per i partiti laici. Un elettore su due non ha votato per gli islamisti. E cosa si desume da questa importantissima realtà, da questa incoraggiante conferma che il Paese, e sulla sua scia il mondo arabo nel suo insieme, stanno finalmente uscendo dalla fatale alternativa tra dittatori e barbuti?

Nella schiacciante maggioranza dei commenti si leggono frasi del tipo: «Vittoria degli islamisti a Tunisi», e tra le righe: «fine della primavera araba», «rivoluzione confiscata», o anche: «la Tunisia ha votato per scambiare una dittatura con un´altra».

Gli occidentali adorano mettersi paura. E forse c´è addirittura chi inconsciamente non è affatto dispiaciuto di poter pensare che gli arabi non sono fatti per la democrazia, che decisamente esiste una vera e propria incompatibilità tra l´Islam e le libertà, per cui non si deve abbassare la guardia di fronte al "fascismo verde". Le certezze, anche le più imbecilli, sono dure a morire. Resta comunque - mi diranno - il fatto che Ennahda oggi è il primo partito della nuova Tunisia, per cui domani saranno gli islamici a governarla. Sì, è vero. Ma di chi è la colpa?

La risposta è fin troppo chiara. A volerlo non sono stati gli elettori tunisini; e non è neppure il risultato di una manipolazione islamica. La colpa - e sono i fatti a dirlo - è tutta delle correnti laiche e dei loro capofila che non sono stati capaci di presentarsi alle elezioni uniti o quanto meno di annunciare che avrebbero governato insieme sostenendo il partito della stessa area uscito dalle urne con il maggior numero di voti.

Le cose sarebbero andate in maniera del tutto diversa, con dinamiche di tutt´altro tipo, ma mentre gli islamici si univano, i laici si dividevano, dilaniandosi in dispute faziose o rivalità tra tenori. Eppure le loro differenze sono paragonabili alle tre sfumature delle formazioni di centro-sinistra europee. Se la rivoluzione tunisina è stata tradita, lo si deve all´irresponsabilità dei laici, che non si sono dimostrati all´altezza della posta in gioco. Ma ora che il danno è fatto - per quanto deplorevole - dov´è la tragedia?

Non solo queste elezioni sono state perfettamente regolari; non solo la Tunisia - pur non essendovi mai stata preparata - ha saputo organizzarle in nove mesi, ma gli islamici hanno dovuto ammettere di non potersi presentare al voto lanciando invettive e predicando il velo e la jihad. Hanno ripudiato la violenza, hanno scambiato le bombe con la schedina elettorale, presentando candidate dai capelli sciolti che ancora ieri avrebbero chiamato "creature del diavolo" condannandole al rogo. Come non rallegrarsene? Era questo che speravano, da tre decenni, tutti i democratici del mondo arabo e non solo. Perché parlare ora di sconfitta della Ragione, di vittoria dell´oscurantismo?

Di fatto, ci dicono, è questa la realtà: perché quello degli islamici tunisini sarebbe "un doppio linguaggio". Ma non è così! Se gli islamici tunisini hanno compiuto questa svolta, vuol dire che nel mondo arabo la teocrazia non seduce più, da quando se ne sono visti gli effetti in Iran.

Il jihadismo ha raggiunto un tale grado di follia sanguinaria da alienarsi anche i simpatizzanti più convinti. Ha fallito, e lo dimostrano anche i successi elettorali ottenuti dagli islamici turchi dopo aver accettato la democrazia: successi che hanno fatto riflettere l´islamismo arabo. Questa svolta si è imposta perché, in due parole, il tempo ha compiuto la sua opera. Perciò può ben darsi che i punti segnati domenica scorsa dall´islamismo tunisino accelerino l´evoluzione di tutto l´islamismo arabo. Sarebbe a dire che Ennahda è diventato il più amabile dei partiti?

No, al contrario. Drappeggiato nel Corano come altri a suo tempo nell´unzione ecclesiale, Ennahda incarna una destra reazionaria, molto simile alle destre religiose europee d´anteguerra, o a quella dell´America di oggi, in grado di attirare, come ha fatto, le fasce più tradizionaliste della società: piccoli funzionari e commercianti bisognosi di un´identità, di ordine, di punti di riferimento.

È tutt´altro che una destra illuminata - ma non siamo alla lapidazione delle adultere, e neppure alla guerra santa contro l´Occidente. È solo la prima formazione di destra di una democrazia nascente: una destra tanto più preoccupante in quanto crede di avere il monopolio della morale; ma anche assai più composita di quanto si creda. La sua evoluzione è ancora tutta da fare.

Questa destra non va ostracizzata, né tanto meno demonizzata. Dev´essere presa in parola per quanto attiene alla sua conversione democratica, ma anche contestata e combattuta politicamente, a fronte di una metà della società che non intendeva portarla al potere.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

 

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