QUANDO I COMUNISTI ODIAVANO I GAY - PEZZANA: “HO VISTO TANTI CONFORMISTI ATTUALI, PALADINI DI CAUSE ORMAI STRAVINTE, NASCONDERSI SOTTO LE SCRIVANIE, PUR DI NON DOVER FIRMARE PEZZI SU QUELLI CHE DEFINIVANO ‘INVERTITI’. NELLA SINISTRA REGNAVA UN'IPOCRISIA IDENTICA A QUELLA CATTOLICA” - PANSA: “IL PCI FU SEMPRE FIERAMENTE CHIUSO SULLA QUESTIONE OMOSESSUALE” - NOVELLI: “MI SEMBRA TROPPO SEMPLICE CITARE LA TESSERA NEGATA DEL PARTITO A PASOLINI”…

Paolo Conti per "Corriere della Sera"

«Ha perfettamente ragione Vittorio Messori. In quegli anni, a Torino, nel mondo del giornalismo, chiunque sfiorasse l'argomento dell'omosessualità lo faceva tra sarcasmi, gomitate, in un clima che si può sintetizzare con la vecchia espressione dell'"umorismo da caserma"». Angelo Pezzana, fondatore nel 1970 proprio a Torino del «FUORI!» (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) si trova in Israele per lavoro ed ha letto con attenzione l'articolo di Messori uscito ieri sul «Corriere della Sera».

Lo scrittore, ricostruendo la sua impossibilità - da giovane cronista a Torino - di scrivere nel 1971 proprio del «FUORI!», ha contestato il conformismo di chi oggi «vede ovunque "omofobia", sale in cattedra e invoca punizioni esemplari»: «Ho visto di persona tanti conformisti attuali, paladini di cause ormai stravinte, nascondersi un tempo sotto le scrivanie, pur di non dover firmare pezzi su quelli che definivano "invertiti"».

Ancora Pezzana: «Messori ha scritto un pezzo illuminante su come funzionasse allora il giornalismo. In particolare c'era la sinistra comunista dove regnava un'ipocrisia identica a quella cattolica. Basterebbe ricordare il rapporto tra Togliatti e Nilde Iotti, assolutamente emblematico. Avevano le loro motivazioni: in Russia gli omosessuali venivano condannati a dieci anni di carcere duro, cioè di gulag. Quando a sinistra furono costretti dalle manifestazioni del 1972 a parlare di omosessualità, ricorsero all'espressione "terzo sesso". Solo tempo dopo arrivò "diversi"».

Pezzana non concorda però con Messori sulla questione delle «cause ormai stravinte»: «L'Italia resta l'ultimo Paese d'Europa a non avere una legislazione moderna. C'è da ringraziare il cielo che, sotto il centrosinistra, non sia stata varata la legge umiliante sui Dico. In quanto al centrodestra, semplicemente rifiuta di parlarne per la profonda e oscurantista incoltura in cui è immerso».

Giampaolo Pansa, altro diretto testimone dei tempi, sfoglia il suo «Ottobre addio - Viaggio tra i comunisti italiani» uscito nel 1982 da Mondadori: «Lì c'è un intero capitolo dedicato a un giornalista de "L'Unità" che mi raccontò il suo dramma di omosessuale clandestino. Messori parla del 1971 e siamo dunque negli anni in cui dire "sinistra" significava indicare il monopolio del Pci anche in materia etica. E il Pci fu sempre fieramente chiuso sulla questione omosessuale. C'erano gay, come si dice adesso con un termine meno legnoso, anche nel Partito comunista ma erano ben "coperti" e silenziosi».

Insomma, la ricostruzione di Messori non fa una piega, Pansa. «Direi proprio di no. Non dimentichiamoci che era il tempo in cui Enrico Berlinguer indicava alle giovani comuniste il modello di santa Maria Goretti. E in cui Giancarlo Pajetta diceva: "Noi non andiamo adagio ma seguiamo il passo non del primo ma dell'ultimo dei nostri militanti"... Figuriamoci come affrontavano la questione dei gay. Ora però il Pci non esiste più, mi sembra che il Pd, anche nelle sue frange ex comuniste, sia diventato molto liberale su diverse tematiche, com'è giusto che sia. Ma allora... allora, le cose era ben diverse».

Lo ammette anche Diego Novelli, torinese, ex sindaco comunista dal 1975 al 1985: «Sinceramente mi sembra un po' la scoperta dell'acqua calda. Nella sinistra italiana, e quindi nel Pci, c'era un atteggiamento oggettivamente ostile nei confronti dell'omosessualità. Mi sembra fin troppo semplice ed ovvio citare la tessera negata del partito a Pier Paolo Pasolini, le mille difficoltà di Luchino Visconti...». La ragione, secondo Novelli che ricorda bene tutti i «riti» del Pci «non era tanto una questione legata al moralismo. Si pensava che gli omosessuali fossero ricattabili e che, per essere tollerati dalla polizia, potessero essere "usati". C'era di mezzo il mito della "vigilanza rivoluzionaria", insomma».

E quanto pesava, riallacciandoci alla storia di Pezzana, uno sfondo come la città di Torino? «Sinceramente Torino è sempre stata città di natura tollerante. E proprio Pezzana, quando inventò il "FUORI!", non fu osteggiato. Ebbe poi scontri politici col Pci che gli rimproverò di essersi proposto come uomo di sinistra e poi essersi rivelato una specie di radicale di destra. Insomma, il Pci torinese non era più oscurantista del resto del partito. Magari era un po' operaista. Ma era ben altra questione, mi sembra...».

 

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