donald trump benjamin netanyahu hamas

BENJAMIN NETANYAHU NON FA NIENTE GRATIS: HA DETTO SÌ AL PIANO DI PACE DI TRUMP MA CON DUE CONDIZIONI CAPESTRO. LA PRIMA, ANNACQUARE AL MASSIMO L’IPOTESI DI UN FUTURO STATO PALESTINESE, A CUI NON HA ACCONSENTITO NEMMENO DI FRONTE A TRUMP. LA SECONDA: OTTENERE DAL PRESIDENTE ISAAC HERZOG LA PROMESSA DI UNA GRAZIA NEI PROCESSI PER FRODE E CORRUZIONE – IL PIANO DEL TYCOON NON SARÀ PERFETTO, MA È L’UNICO CHE PASSA IL CONVENTO (E INFATTI ANCHE GLI ARABI E I TURCHI LO APPROVANO) – STEFANO STEFANINI: “PER LA MARTORIATA POPOLAZIONE DI GAZA È UNA VIA D'USCITA DALL'INFERNO. AGLI EUROPEI NON RESTA CHE FERMARSI PER DARE UNA MANO. SPERANDO CHE QUESTO BARLUME DI BUON SENSO BALENI ANCHE NELLA MENTE DEI NAVIGATORI DELLA FLOTILLA"

 

donald trump benjamin netanyahu foto lapresse

MEDIORIENTE: NETANYAHU, TRUMP D'ACCORDO SU NO A STATO PALESTINESE

(LaPresse) - In un video pubblicato sul suo profilo X, il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu ha elogiato il piano presentato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per la fine della guerra a Gaza.

 

Quando la persona dietro la telecamera gli chiede se avesse acconsentito alla creazione di uno Stato palestinese, Netanyahu nega subito. "Assolutamente no", risponde, "non è scritto nell'accordo".

 

raid israeliano a gaza 1

"Abbiamo detto che ci saremmo fermamente opposti a uno stato palestinese", aggiunge, sostenendo che Trump è d'accordo con lui sul fatto che sarebbe una "massiccia ricompensa per il terrore". 

 

TRUMP, 'NETANYAHU RESTA CONTRARIO A UNO STATO PALESTINESE'

(ANSA) -  Benyamin Netanyahu rimane "molto chiaro nella sua opposizione a uno Stato palestinese": lo ha detto Donald Trump nella conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca con Benjamin Netanyahu. 

 

I PALETTI DI NETANYAHU PER DIRE SÌ A TRUMP. E SPUNTA LA GRAZIA SULLA CORRUZIONE

Estratto dell’articolo di Nello Del Gatto e Alberto Simoni per “La Stampa”

 

distruzione a gaza dopo i raid israeliani

Ancora una volta, Benjamin Netanyahu fa sì che il pallino sia nel campo di Hamas. Ha fatto dire a Donald Trump di aver accettato il piano che ha avuto il sostegno dei Paesi arabi. È uscito dall'angolo, a livello internazionale, anche con le scuse al Qatar e vi ha messo il gruppo palestinesi.

 

Ci è arrivato in extremis, dopo che la prima versione del piano, quella in ventun punti sembrava fatta apposta per metterlo in difficoltà.

 

L'azione del Qatar, e poi del presidente turco Recep Tayyip Erdogan durante il suo incontro alla Casa Bianca del 25 settembre, aveva convinto Donald Trump che era arrivato il momento di ricucire con i Paesi del Golfo e chiedere sacrifici all'amico Bibi.

 

ben gvir smotrich

Il raid su Doha del 9 settembre aveva fatto traballare le alleanze storiche degli Stati Uniti nel Golfo. Il sacrificio principale richiesto era la rinuncia all'annessione. Non solo quella della Striscia, chiesta a gran voce dai ministri dell'ultradestra Ben Gvir e Smotrich, ma anche della Cisgiordania.

 

Un'inversione a U per il leader Usa […]. Invece, questa volta, era un no secco all'annessione e, in prospettiva, la nascita di uno Stato palestinese, che proprio quell'espansione della sovranità israeliana voleva seppellire.

donald trump incontra Recep Tayyip Erdogan

 

Per Netanyahu annacquare quel punto era fondamentale. Non solo per evitare una rottura definitiva con gli stessi Ben Gvir e Smotrich, ma anche per evitare di rinnegare una linea fatta ormai propria dal Likud, di rifiuto degli Accordi di Oslo.

 

Nella conferenza stampa dei due leader, Netanyahu ha fatto in modo di sottolineare che il nuovo piano in venti punti riprende in pieno i cinque che il premier aveva annunciato dopo che a luglio Hamas aveva rifiutato l'ennesima proposta, dando un'altra vittoria a Bibi.

 

Incentrati sul disarmo dei militanti palestinesi. Per farlo ha in parte sacrificato sull'altare del consenso interno e internazionale, la sua alleanza con i messianici e i coloni.

 

distruzione a gaza dopo i raid israeliani

[…] Bibi è tranquillo, sa che comunque l'anno prossimo ci saranno le elezioni e, nel caso i messianici Ben Gvir e Smotrich dovessero mollare il governo per le concessioni ad Hamas e ai palestinesi, come la creazione dello Stato e la sovranità sulla Striscia da parte araba, è pronta la stampella dei centristi capeggiati dall'ex premier a rotazione e ministro della difesa Benny Gantz, per portare avanti un esecutivo che porti a termine i punti dell'accordo, in particolare il rilascio degli ostaggi e la fine della guerra.

 

In vista delle elezioni, Netanyahu sa di potersi liberare dall'abbraccio mortale dei messianici. Una ciambella di salvataggio che, però, non lo convinceva fino in fondo. Nei giochi bizantini dei palazzi, sa benissimo che Gantz vorrebbe tanto il suo posto. Per farla lui la pace definitiva e mettere in sicurezza lo Stato ebraico.

 

MILIZIANI DI HAMAS - RILASCIO DI QUATTRO SOLDATESSE ISRAELIANE

La promessa di un'alleanza non bastava. Ha chiesto di più. E lo ha ottenuto. È arriva la promessa del presidente Herzog di concedergli la grazia nei tre procedimenti nei quali il premier è accusato di frode, abuso di fiducia e corruzione.

 

«Il caso Netanyahu grava pesantemente sulla società israeliana. Se ci sarà una richiesta o un procedimento, lo divulgherò al pubblico in piena trasparenza», ha dichiarato ieri Herzog alla Radio dell'Esercito. Questo e l'accordo sulla fine della guerra, potrebbero rimettere Bibi in pista alle prossime elezioni politiche a ottobre dell'anno prossimo. Che vinca, perda o pareggia adesso sa che la massima istituzione non lo vuole vedere in galera e lo ha detto. E alla fine, resta la garanzia dell'amico Donald.

Gli ha chiesto sacrifici, non lo lascerà affondare.

 

LE TAPPE DEL RITIRO DELL ESERCITO ISRAELIANO DA GAZA

ERA IL SOLO PATTO POSSIBILE PER LA PACE. LA VERA INCOGNITA È LA FASE TRANSITORIA

Estratto dell’articolo di Stefano Stefanini per “La Stampa”

 

Piano «pratico e realistico»: in due parole Benjamin Netanyahu ha dato luce verde ai 20 punti di Donald Trump per «finire la guerra a Gaza». Ad una sola condizione: se Hamas lo respinge, andremo fino in fondo («Finish the job»). Altrimenti l'accettazione è totale e, apparentemente, senza riserve.

 

Il primo ministro israeliano ha ceduto su quattro punti fondamentali: il graduale ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia per essere sostituite da una Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf); la non rimozione degli abitanti di Gaza; la non annessione della Cisgiordania; lasciare impregiudicata la prospettiva dei due Stati. È una marcia indietro che può creargli contraccolpi interni ma lo blinda a Washington.

 

MILIZIANI DI HAMAS

Alla Casa Bianca erano esasperati con Bibi. Ma Netanyahu, che ha tirato la corda con tutti i presidenti americani, da Bill Clinton in poi, anche stavolta non l'ha spezzata. Ha acconsentito non tanto a un accordo di pace quanto a una base negoziale che gli lascia una certa latitudine.

 

Se poi il Movimento di Resistenza Islamico non depone le armi e non consegna gli ostaggi, la guerra continua. Non sarà Netanyahu a lagnarsene. Oggi, però, accetta il piano Trump.

 

Cosa c'è nel piano? Il primo passaggio è cruciale. Dal momento dell'accettazione, Hamas ha 72 ore per la restituzione di tutti gli ostaggi, vivi o morti. È lo scoglio sul quale il piano potrebbe incagliarsi, se non naufragare.

 

[…]

 

attacchi israeliani nella striscia di gaza foto lapresse 7

Semplificando al massimo, il piano consiste di tre parti. La prima, in tempi rapidissimi, sulla fine della guerra, la ripresa degli aiuti umanitari e la non rimozione della popolazione.

 

La seconda, complessa e creativa, ma anche acrobatica e rischiosa, sulla gestione, amministrazione, ricostruzione e sviluppo della Striscia, con la scontata esclusione di Hamas.

 

Prevede tre elementi: un comitato di «tecnocrati palestinesi apolitici»; la supervisione internazionale di un «Consiglio per la pace» presieduto, naturalmente, da Donald J. Trump, con un ruolo preminente di Tony Blair; l'Isf, forza per il controllo del territorio subentrante all'esercito israeliano, sulla quale gli Stati Uniti «lavoreranno insieme a partner arabi e internazionali».

 

donald trump benjamin netanyahu foto lapresse.

Qui, ogni parola qui va pesata: significa che Trump spiegherà nella Striscia forze americane, quei «boots on the ground» che ha sempre detto di non voler più vedere in Medio Oriente, dopo Iraq e Afghanistan? Chi sono i partner «internazionali» ai quali rivolgersi? Noi europei?

 

Il piano menziona «la proposta franco-saudita», presumibilmente formulata nella sessione plenaria al Palazzo di Vetro cui Usa e Israele non partecipavano; in conferenza stampa Trump è stato insolitamente generoso: «L'Europa è stata molto coinvolta nell'elaborazione del piano per Gaza».

video su gaza strip in trip creato con ai - netanyahu e trump

 

Non ha detto come e chi.

 

La terza parte è quella politicamente più impegnativa – in prospettiva. Rilancia la soluzione due Stati pur con un linguaggio frenato: quando tutto il resto del piano sia felicemente avviato, ci saranno «le condizioni per una credibile via all'autodeterminazione e alla statualità palestinese, che riconosciamo come l'aspirazione del popolo palestinese».

 

Questo forse il boccone più indigesto che Netanyahu ha dovuto ingoiare. Ma con una strada molto lunga per arrivarci.

 

La prima parte è necessaria e indispensabile. La seconda macchinosa, piena di trappole, richiederà grandi investimenti di buona volontà, ingrediente scarso in Medio Oriente, di tutte le parti; ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

 

La terza resuscita i due Stati che sembravano sepolti sotto la carneficina del 7 ottobre e le macerie della Striscia.

 

benjamin netanyahu donald trump

Il piano Trump apre, pertanto, uno spiraglio di pace, e di ricostruzione, per i due milioni di palestinesi della Striscia. Forse compensa l'isolamento di Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite, e legittima la tirata di Donald Trump sull'inutilità dell'Onu: per la pace e la sicurezza internazionale, l'Ufficio Ovale conta più dell'Assemblea Generale.

 

[…] Chi ha a cuore pace in Medio Oriente e futuro della Palestina non può che sperare che vada a buon fine. Gaza ha finalmente un piano di pace che porta la firma di Donald Trump e della sua non ortodossa diplomazia.

 

attacchi israeliani nella striscia di gaza foto lapresse 13

Con due grossi pregi. Primo, per la martoriata popolazione di Gaza è una via d'uscita dall'inferno. Secondo, Netanyahu è costretto a rimangiarsi la negazione dello Stato palestinese. Agli europei ancora in diatriba sulla cosa fare, sul messaggio da dare a Israele, sulle maggioranze necessarie alle sanzioni, non resta che fermarsi per dare una mano al successo del piano Trump per Gaza. È l'unico che passa il convento. Sperando che questo barlume di buon senso baleni anche nella mente dei navigatori della Flotilla Sumud.

 

Vogliono veramente rischiare un incidente che deragli questa tenue prospettiva di pace apertasi ieri nell'Ufficio Ovale? […]

attacchi israeliani nella striscia di gaza foto lapresse 2attacchi israeliani nella striscia di gaza foto lapresse 4

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