boris johnson e zelensky a kiev

“CI SONO LEADER CHE HANNO SEMPRE PIÙ LA FEBBRE DELLA GUERRA E BORIS JOHNSON LA VUOLE A OGNI COSTO” - DOMENICO QUIRICO METTE A NUDO IL MILITARISMO DEL PREMIER BRITANNICO: “FERMARE L'INVASORE RUSSO NON GLI BASTA. ESIGE ENTUSIASMO, LA VITTORIA CON GRIDA. PUTIN PER IL PRIMO MINISTRO È GIÀ ISOLATO, CANCELLATO DALLA GEOPOLITICA DEL GLOBO - SA DI NON POTER ESSERE IL NUOVO CHURCHILL, COME AMBIREBBE LA SUA VANITÀ. SI CONTENTA DI METTER LA DIVISA ADDOSSO A UN ALTRO, A ZELENSKY: VUOLE ESSERE IL SUO SUGGERITORE E REGISTA. NON È SOLO. È IL CAPOFILA NELLO SCHIERAMENTO OCCIDENTALE DEGLI ENTUSIASTI DELLA GUERRA”

Domenico Quirico per “la Stampa”

 

In un mese abbiamo visto e sentito tanto, troppo. Il fango e la crudeltà della guerra, migliaia di caduti, invano perché non si intravedono soluzioni, le torture e le bugie, a pioggia, a raffica, elementari e futuriste, di facile consumo e impenetrabili, una propaganda da circo. Abbiamo capito, con la vista resa forse più acuta dall'orrore, che per l'ennesima volta per il Potere l'uomo è solo un chiodino, una vite, un mezzo meccanico, universale e di facile uso, che per di più costa pochissimo.

ZELENSKY E BORIS JOHNSON A KIEV

 

Sarà per questo che nascono i dubbi: più attaccaticci delle zanzare. I dubbi sull'attività funesta di quelli che un tempo si chiamavano guerrafondai, militaristi, falchi, i gradassi che cercano di trasformare anche le guerre necessarie per resistere ai prepotenti in esaltanti cavalcate delle walkirie, in soluzioni finali, in regolamenti di conti senza appello, in ordalie che possono diventare infinite. Quelli pericolosi tra loro sono i leader politici e i militari. Perché considerano ogni avvenimento, qualunque esso sia, come una occasione. Spesso, purtroppo, sono ben distribuiti nei due campi.

 

ZELENSKY E BORIS JOHNSON A KIEV

Per questo mi hanno colpito la immagini di una recente passeggiata, che ha sfiorato l'Assurdo, per le vie di Kiev; città appena svincolatasi, a caro prezzo, dall'essere trincea, prima linea. Ne senti il silenzio, Kiev sembra imbalsamata.

 

I due passeggiatori: un individuo corpulento, evidentemente fuori forma, ma in elegante giacca e cravatta come per un consiglio di amministrazione o un appuntamento dal notaio, e un altro, asciutto, in abbigliamento militare, ma un po' "casual". Camminano di buon passo parlando fitto, il signore sovrappeso molto infervorato, gesticolante. Quello in mimetica sembra ascoltarlo con prudenza, quasi per educazione, leggermente perplesso.

Alle loro spalle una città disegnata da De Chirico, deserta, vagamente spettrale, dalle strade interminabili.

 

Ha un bel brillare nell'eleganza dei suoi edifici neoclassici. Si sente l'oppressione e la fragilità dell'ora. Li seguono energumeni armati fino ai denti, al progredire della strana coppia si muovono come lucertole svegliate dall'avvicinarsi degli uomini. Puntano i fucili verso gli angoli come se dovesse spuntare ad ogni momento un carro armato o un manipolo di kamikaze; guizzano, spariscono, ricompaiono.

ZELENSKY E BORIS JOHNSON A KIEV

 

I due passeggiatori erano il premier inglese Boris Johnson e il presidente ucraino Zelensky. L'erede di un impero defunto, il leader di una isola che alimenta la economia facendo ponti d'oro agli oligarchi di tutti i continenti senza guardar troppo per il sottile, illustrava al leader che si difende con gran successo dall'aggressione russa, le meraviglie che si potevano estrarre dalla sua prossima donazione: un mastodontico carico di armi britanniche dell'ultima generazione, le armi non più per la resistenza eroica ma per la vittoria finale.

 

Johnson fin dall'inizio del conflitto si è ritagliato una parte nel copione: essere sempre davanti a tutti nella coalizione occidentale, anzi distanziarla nel trincerismo. Quelli da cui ci tiene di più a distinguersi sono gli europei, i soliti tentennoni, i "sì ma" a cui John Bull deve dare come sempre la sveglia a pedate. Preferirebbe non averli di nuovo accanto questi relitti della Brexit, per marciare su Mosca nel ruolo di avanguardia della guerra totale gli bastano sul continente i fidi polacchi che han tirato fuori dal museo Pilsudski. E naturalmente gli americani.

ZELENSKY E BORIS JOHNSON A KIEV

 

Lui prepara il terreno agli americani come è tradizione del Regno Unito dalla crisi di Suez del 1956, ultimo rantolo imperiale e avvio dell'era meno scintillante di maggiordomo fidato dei cugini anglosassoni. Ufficio a cui si sono dedicati, per necessità si intende, anche altri leader britannici come Blair nella sciagurata guerra del Golfo.

 

Qualche volta Johnson sembra sopravanzare nella ossessione della guerra a oltranza persino il ben più giustificato Zelensky. L'inglese parla solo di guerra, la vuole a ogni costo, grande, rumorosa, invadente, stravincente. Fermare l'invasore non gli basta. Esige entusiasmo, la vittoria con grida. Putin per il primo ministro è già isolato, cancellato dalla geopolitica del globo.

 

BORIS JOHNSON E ZELENSKY A KIEV

Un colpetto e...Zelensky invece ogni tanto fa riferimenti cauti ma giudiziosi e tenaci alla necessità di arrivare, prima o poi, ristabilita la situazione militare, a una discussione con Putin sul dopo. Parrebbe di scorgervi l'omeopatico tentativo di convincere i suoi clan, anche i più oltranzisti, quelli che, a questo punto, esigono niente di meno che la vittoria, sulla necessità di una coesistenza.

 

Johnson sa di non poter essere, con il made in England così striminzito, il nuovo Churchill, come ambirebbe la sua vanità. Si contenta di metter la divisa addosso a un altro, a Zelensky, ne disegna le somiglianze con il leone britannico che fermò Hitler, gli chiede di ruggire, vuole essere il suo suggeritore e regista.

 

BORIS JOHNSON E ZELENSKY A KIEV

Johnson non è solo. È il capofila nello schieramento occidentale degli entusiasti della guerra, di quelli che intravedono la possibilità, constatato il marciume dell'esercito putiniano affondato nella fanghiglia ucraina, di marciare su Mosca. Per andare ad arrestare Putin e i gerarchi: una ripetizione europea della marcia su Baghdad nella seconda guerra del Golfo.

 

Con annessa instaurazione di una democrazia da esportazione, e il processo ai criminali di guerra, organizzato, si spera, un po' meglio di quello sgangherato a Saddam Hussein. Il precedente indurrebbe ad esser cauti. Ma l'autentico nerbo motore di queste grandiose mobilitazioni belliche, il nucleo inamovibile, è sempre l'ambizione. Non il timore del pericolo preciso di cui si possono soppesare i rischi e le possibilità di frenarlo in altro modo.

BORIS JOHNSON E ZELENSKY A KIEV

 

Fantasie a Downing street? Ci sono leader che hanno sempre più la febbre della guerra. È una malattia contagiosa. Ubriaca a poco a poco. Vogliono con il dogma dell'avanzata produrre credenze egemoni. Sopprimere il male. Con l'unico metodo che trionfando lo abolisce. Quaranta giorni fa dopo l'attacco di Putin, chi si illudeva che non esistesse la possibilità di sviluppi pericolosi? Ma ancor meno si pensava fossero così vasti e profondi. Forse Putin si proponeva di accendere un fuoco e invece ha suscitato un incendio. Ha creduto di risolvere una delle questioni e invece ha offerto agli altri la possibilità di tirar fuori e di risolverle tutte. Anche quella della sua ventennale presenza al potere. Era certo che il mondo si stesse abituando alla sua presenza, anzi non ne potesse fare a meno. Tutti si rivolgevano a lui, il diavolo. Una conferenza sugli equilibri del mondo senza il diavolo infatti perderebbe molto. Forse ha scoperto che il diavolo non è mai solo.

Ultimi Dagoreport

trump modi xi jinping putin

DAGOREPORT – GRAZIE A TRUMP, IL DOLLARO RISCHIA DI DIVENTARE CARTA STRACCIA – IL PIATTO FORTE AL SUMMIT IN KIRGHIZISTAN DI XI JINPING, VLADIMIR PUTIN E NARENDRA MODI, HA FATTO STRA-INCAZZARE IL CALIGOLA DELLA CASA BIANCA: SUL TAVOLO, IL PROGETTO DEI ''BRICS'' (BRASILE, RUSSIA, INDIA, CINA, SUDAFRICA) DI DAR VITA A UNA “MONETA UNICA'', PER FAR FUORI IL DOLLARO NEGLI SCAMBI INTERNAZIONALI - CON UN DEBITO PUBBLICO MONSTRE DI 40MILA MILIARDI, LA DE-DOLLARIZZAZIONE SAREBBE LA FINE DELL'IMPERO AMERICANO: IL VERDONE" VIENE UTILIZZATO IN OLTRE L'80% DELLE TRANSAZIONI COMMERCIALI E IN PIÙ DELLA METÀ DEI PAGAMENTI INTERNAZIONALI DELLE MATERIE PRIME, COME IL PETROLIO - LA DECISIONE E' NELLE MANI DELLA CINA: RINUNCERA' ALLO MONETA NAZIONALE, LO YUAN, PER DIVENTARE LA LOCOMOTIVA DEI ''BRICS''? - SUL MAGGIORE IMPEGNO A FAVORE DELL’IRAN, PESANO I DUBBI DI MODI (GLI USA SONO IL PRIMO PARTNER COMMERCIALE DELL’INDIA) - PROSSIMO ROUND: IL VERTICE DI XI JIN PING DEL 24 SETTEMBRE CON IL "DERAGLIATO MENTALE" DELLA CASA BIANCA...

giuseppe conte elly schlein franceschini bonaccini nardella

DAGOREPORT - ELLY, ASCOLTA GLI AMICI! I CAPOCCIONI E LE MEZZECALZE DEL PD, CHE SONO SCESI COSÌ PESANTEMENTE IN CAMPO PER SCONGIURARE LA JATTURA DELLE PRIMARIE, NON CE L'HANNO CON TE, LO FANNO SOLO PER IL TUO BENE - CERTO, TEMONO (A RAGIONE) ANCHE PER LA LORO SOPRAVVIVENZA PARLAMENTARE: SE ELLY, COME PROBABILE, PERDESSE AI GAZEBO IL DUELLO CON CONTE, TRASCINEREBBE IL PARTITO NEL BARATRO - È PER QUESTO CHE DA QUALCHE SETTIMANA SONO PARTITI GLI AVVERTIMENTI VIA STAMPA, ANCHE DI ESPONENTI PD NON OSTILI ALLA SCHLEIN COME DARIO NARDELLA, DI FARE UN PASSO INDIETRO – LA TRAGEDIA È CHE L’AMBIZIOSA DUCETTA DEL NAZARENO, NONOSTANTE I SONDAGGI HORROR, SI VEDE GIÀ A PALAZZO CHIGI, VALUTANDOLI COME ATTACCHI ALLA SUA LEADERSHIP: “LE INTERVISTE SULLE PRIMARIE? SONO SOLO ESERCIZI INTELLETTUALI, ALLA FESTA DELL’UNITA’ PARLO IO” - SE ELLY CONTINUA COSÌ, RISCHIA CHE LA SUA PROSSIMA OCCUPAZIONE SARA' DI BALLARE SUI CARRI DEL GAY PRIDE...

fedorov musk thiel zelensky crosetto

DAGOREPORT - A QUALCUNO NON PIACE 'STO FEDOROV - PIU' CHE A INDIGNARE I NEURONI ALLA VODKA DI VANNACCI E DI TRAVAGLIO, L’INGAGGIO DEL GOVERNO ITALIANO DELL'EX MINISTRO DELLA DIFESA UCRAINO FA INCAZZARE ZELENSKY E METTE IN ALLARME LE AGENZIE DI INTELLIGENCE EUROPEE - IL DINAMISMO DEL NOVELLO CONSULENTE DEL MINISTRO CROSETTO NON POTEVA NON FINIRE "ATTENZIONATO", VISTO E CONFERMATO IL RAPPORTO STRETTISSIMO CON L'EMINENZA GRIGIA DELLA TECNO-DESTRA PETER THIEL E CON IL CAVALIERE NERO DELLA GALASSIA MAGA, ELON MUSK - È STATO FEDOROV A OTTENERE LO SBLOCCO DEL SISTEMA STARLINK E A COLTIVARE RAPPORTI CON PALANTIR, CHE FORNISCE A KIEV I SOFTWARE PER LA DIFESA - CHE STA COMBINANDO IN QUESTI GIORNI FEDOROV NEGLI STATI UNITI? COSA VOGLIONO MUSK E THIEL DA LUI? LE ELEZIONI A KIEV, MAGARI PER SOSTITUIRE ZELENSKY E ARRIVARE A QUALUNQUE ‘PACE’”?

ranucci presutti cianfoni floridia

DAGOREPORT - MA QUALE "EPISODIO"! GIULIA PRESUTTI ERA UN HABITUÈ DEL “CEFALÙ BISTRÒ” DOVE PIÙ VOLTE È STATA VISTA INSIEME ALL’AMICA LAURA CIANFONI, CHE A SUA VOLTA È LEGATISSIMA A RANUCCI E CARISSIMA A LAVITOLA (COME È TESTIMONIATO DALLE FOTO DI DAGOSPIA IN OCCASIONE DEL PREMIO COLALUCCI, SETTEMBRE 2020) - NELLA DECISIONE DI SCEGLIERE GIULIA PRESUTTI, ACCREDITATA COME ESPRESSIONE DI M5S E AVS, PER DARE UN CONTENTINO ALL’OPPOSIZIONE, SAREBBE AVVENUTA UNA INTERLOCUZIONE TRA L’AD RAI, GIAMPAOLO ROSSI, E L’EX PRESIDENTE DELLA VIGILANZA RAI, LA GRILLINA BARBARA FLORIDIA, CHE AVREBBE DATO IL SUO PLACET - ANCHE SULLA SCELTA DI PIERVINCENZI ALLA CONDUZIONE DI "REPORT", CHE VA A BILANCIARE LA PRESUTTI DI SINISTRA, SI ADDENSANO ALCUNE DOMANDINE: A PARTIRE DALLA PASSIONE PER IL RUGBY…

generali philippe donnet luigi lovaglio carlo messina

DAGOREPORT - IL RISIKO S'INGROSSA! L’APERTURA DI ASSICURAZIONI GENERALI A VALUTARE L'OFFERTA” DI MPS PER L’ACQUISIZIONE DI BANCA GENERALI, È UN GRAN PASSO AVANTI PER IL PIANO DI LOVAGLIO PER DISINNESCARE L’OPAS SUL “MONTE” DI BANCA INTESA - SECONDO PIAZZA AFFARI, L’OPERAZIONE TRIESTE-SIENA POTREBBE AVERE DALLA SUA L’APPOGGIO DEI POTENTISSIMI FONDI DI INVESTIMENTO INTERNAZIONALI, TRA CUI BLACKROCK, CHE HA PERALTRO IMPORTANTI INTERESSI NELLE BANCHE ITALIANE, TRA CUI INTESA - ORA INIZIA UNA PARTITA APERTISSIMA DAL PUNTO DI VISTA FINANZIARIO, MA ANCHE DA QUELLO POLITICO: IL 26 OTTOBRE  L’ASSEMBLEA STRAORDINARIA DI MPS SARA' CHIAMATA AD APPROVARE L'ACQUISIZIONE E TUTTO PUO' SUCCEDERE...