IL REFERENDUM E’ UN RING SENZA DUELLANTI! “LA STAMPA”: “LA CAMPAGNA NON DECOLLA ANCHE PERCHE’ SONO ASSENTI MELONI E SCHLEIN. LA PREMIER TEME “L’EFFETTO RENZI” NELL’ESPORSI TROPPO. UNA ECCESSIVA POLITICIZZAZIONE TRASFORMEREBBE LA CONSULTAZIONE SUI GIUDICI IN UN REFERENDUM SUL DI SÉ, DANDO AGLI AVVERSARI IL BERSAGLIO GROSSO – ELLY HA PAURA DEI CONTRACCOLPI DI UN’EVENTUALE SCONFITTA IN RELAZIONE ALLE AMBIZIONI DI GUIDARE IL CENTROSINISTRA ALLE POLITICHE - LA MORALE DELLA FAVOLA È UN PARADOSSO: L'APPUNTAMENTO, COME CONSEGUENZE, VALE QUASI QUANTO LE POLITICHE. LE DUE PRINCIPALI LEADER POLITICHE TEMONO DI METTERCI LA FACCIA…”
Alessandro De Angelis per “la Stampa” - Estratti
elly schlein e giorgia meloni - meme natalizio
Diciamo le cose come stanno. Sul referendum, finora, il clima non è da "madre di tutte le battaglie". Si è parlato soprattutto di date e ricorsi. E poi di qualche polemica sui manifesti. Va bene: ormai non esistono più le campagne elettorali di una volta: nell'epoca dei social, è tutto più breve. Ma la ragione vera di una campagna che non decolla, con tutto il rispetto per i "testimonial" degli uni e degli altri, riguarda al momento l'assenza dei leader: Giorgia Meloni ed Elly Schlein. L'esposizione, sul tema, è scarsa, la polarizzazione pure.
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La premier, sa bene quali sono i rischi. Il primo ha a che fare col famoso "effetto Renzi": una eccessiva politicizzazione, trasformerebbe il referendum sui giudici in un referendum sul di sé, dando agli avversari il bersaglio grosso, che mette assieme tutti e scalda l'elettorato avverso. Il secondo, conseguente, è che un'eventuale bocciatura, in un clima da ordalia finale sul governo, sarebbe ancor meno indolore.
Cambierebbe radicalmente il clima, da quel momento fino alle politiche. Di qui il passo di lato rispetto alla battaglia. Con un'incognita: senza "Giorgia" in campo, la capacità di portare la gente alle urne potrebbe risultare ridotta e indurla a un cambio di postura in corso d'opera. Ma, a quel punto, politicizzerebbe la tenzone. Vedremo.
ELLY SCHLEIN REPLICA A GIORGIA MELONI ALLA CAMERA - FOTO LAPRESSE
Le radici della difficoltà a sinistra, albergano proprio qui. Hanno a che fare con la ricerca di un "racconto": come approcciarsi al referendum cioè senza appiattirsi solo sulla difesa dei giudici, non proprio popolari neanche da quelle parti come dimostra anche la presenza di una "sinistra per il sì", favorevole alla separazione delle carriere. I Cinque stelle questo problema di appiattimento non ce l'hanno. Il canovaccio della campagna glielo ha fornito proprio Carlo Nordio, involontario testimonial del "no", quando ha detto, testuale: "Questa riforma converrebbe anche al Pd, nel momento in cui andasse al governo". Perfetto per denunciare una Casta che non vuole farsi giudicare. Messa così, è davvero una competizione populista: sei contro i giudici che impediscono a chiunque di governare, come dice la destra, o sei contro la politica che non vuole farsi processare, come dicono i Cinque stelle? Nel primo caso vince Giorgia Meloni, nel secondo la vittoria è di Conte e del cosiddetto "partito dei giudici".
MENAGE ATREJU - MEME BY EMILIANO CARLI PER IL GIORNALONE - LA STAMPA
Di qui, la difficoltà a sinistra. E l'annessa cacofonia.
C'è chi prova a stare nel merito, ma le tesi sono contraddittorie. Secondo alcuni con la riforma si crea uno "strapotere dei pm", per altri si "vogliono mettere i pm sotto il controllo dell'esecutivo", quindi ad essi si toglie potere. La sintesi è un po' funambolica: se ne dà troppo oggi, quindi domani si interverrà per ridimensionarli.
C'è poi chi, per uscire dalla tenaglia, ha ricominciato con la teoria dell'"allarme democratico", fino a smentire se stesso, come Goffredo Bettini: sono d'accordo nel merito, ma "voto no" per ragioni politiche.
Vedrete, farà scuola. Per mobilitare il proprio popolo e uscire da questa tenaglia, la sinistra proverà a "politicizzare" contro il governo, secondo un ragionamento che suona così: sui giudici è complicato portare alle urne quei dodici milioni che votarono al referendum sul jobs act (cioè quanto il centrodestra prese alle politiche); contro il governo, se si scalda il clima, ci si può provare.
Però, attenzione: per Elly Schlein – e questo spiega la prudenza fin qui - vale quanto detto per Giorgia Meloni. Se chiami, in prima persona, alla spallata per tentare la vittoria e poi perdi, ti intesti la sconfitta. E questo è un colpo in relazione alle ambizioni di guidare il centrosinistra alle politiche tra pochi mesi, altro che primarie.
La morale della favola è un paradosso: l'appuntamento, come conseguenze, vale quasi quanto le politiche. Proprio per questo, le due principali leader politiche temono di metterci la faccia.
ELLY SCHLEIN GIORGIA MELONI - FOTO LAPRESSE
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