UN SACCO BULLONAIRE – RENZI HA SBAGLIATO PARTITO OPPURE SONO IN MOLTI NEL PARTITO AD AVER SBAGLIATO CANDIDATO? QUESTO E’ IL PROBLEMA…

Federico Geremicca per "La Stampa"

Dalle parti del centrosinistra - e del Pd, più in particolare - va ormai radicandosi (fino ad esser giunta ad un passo dall'ufficialità) una incontrollabile novità. Infatti, c'è un giovane amministratore, Matteo Renzi, che potrebbe presto porre la propria candidatura alla guida del partito sull'onda di una linea che prevede il no all'ineleggibilità di Berlusconi, è critica con le «toghe rosse», ha da ridire sul ruolo svolto dal sindacato, ritiene perfettamente normale andare a pranzo con Briatore e a cena con finanzieri più o meno discussi, è scettica verso un governo guidato da un esponente del suo stesso partito e reclama - infine - «una sinistra finalmente non decoubertiniana»: che se ne frega, cioè, delle vecchie compatibilità e delle buone maniere, perché l'importante è vincere. Punto e basta.

La prima reazione, di fronte a un elenco così (ma si potrebbe continuare...) è ovvia: o il potenziale candidato ha sbagliato partito oppure sono in molti nel partito (perché gli aficionados aumentano) ad aver sbagliato candidato. In realtà, è possibile una terza ipotesi: e che cioè pur con tutte le approssimazioni e le cose da meglio definire la sinistra italiana stavolta si trovi davvero di fronte a quel rischio-possibilità di radicale rinnovamento che da più parti (e perfino dal suo stesso interno) è ormai da tempo invocato. È una ipotesi - quest'ultima - naturalmente più difficile da liquidare con un semplice «tanto si sa che Renzi è di destra»: e certamente più impegnativa circa la valutazione degli approdi cui potrebbe portare.

Ieri, incalzato dalle domande dei colleghi de «la Repubblica», il sindaco di Firenze ha chiesto a Guglielmo Epifani di fissare data e regole del Congresso Pd. E ha aggiunto: «Stavolta non mi faccio fregare: prima le regole e poi dico se mi candido». Ma che si decida a farlo oppure no, è chiaro fin da ora che il pacchetto di «provocazioni» immesso da Renzi nel dibattito precongressuale dei democratici, segnerà - e non poco - l'intera discussione: a maggior ragione per la contemporanea presenza sulla scena di un governo che ha seminato depressione e insoddisfazione nelle file Pd.

Ecco, il governo: che sembra essere il più esposto di fronte al possibile tsunami della candidatura (e poi dell'elezione) di Renzi alla guida del Pd. E infatti non è certo per caso che, da quando presiede il suo esecutivo di «larghe intese», Enrico Letta cerchi di curare il più possibile i rapporti con l'«amico Matteo». L'altro giorno i due sono rimasti faccia a faccia a Firenze per un paio d'ore, cercando di capire se sia possibile una qualche intesa tra un leader che è a Palazzo Chigi e ci vuole restare, ed un altro che ne è fuori e ci vuole entrare. Non è semplice: e infatti, per quanto i riflessi di una antica e comune «democristianità» abbiano aiutato a smussare gli angoli, è proprio questo quel che è emerso dall'incontro.

Per tanti motivi - a cominciare dalle dichiarate ambizioni di Renzi - bisogna dunque cominciare ad abituarsi all'idea che una eventuale ascesa del sindaco di Firenze alla guida del Pd porterebbe con sé (anche solo oggettivamente) rischi serissimi per la tenuta del governo. Letta lo sa, e Renzi non lo nasconde: «Questo governo - ha ripetuto ancora ieri - non aiuta il bipolarismo». Il problema è che, pur di fronte a questa eventualità, è estremamente difficile che i due possano raggiungere un'intesa capace di evitare un quasi certo scontro frontale.

Enrico Letta, infatti, si trova nella posizione di non poter spingersi troppo oltre nelle rassicurazioni sul futuro, essendo legato ad alleanze interne al Pd (da Bersani a Franceschini) fatta anche di leader che non intendono stender tappeti rossi per l'arrivo dell'«amico Matteo»; e Renzi, d'altra parte, non si fida: e soprattutto, è poco incline a stringer patti quando non è lui ad esser il più forte. D'altra parte, è vero che è giovane, ma ha visto e letto di troppi accordi politici stretti e poi traditi: dal patto «della staffetta» tra De Mita e Craxi (Anni 80) a quello «della crostata» tra D'Alema e Gianni Letta (Anni 90) ce ne fosse uno andato in porto...

Dunque, meglio le mani libere. Che è precisamente la rotta che Matteo Renzi terrà da qui fino al momento in cui saranno fissate le regole per il Congresso. E se alla fine decidesse di candidarsi, una cosa può esser certa: nel bene o nel male, nulla sarebbe più come prima. Per il Pd, certo: ma anche per lo strano governo delle «larghe intese»...

 

 

MATTEO RENZILETTA-RENZIENRICO LETTA Silvio berlu GUGLIELMO EPIFANI gianniletta Craxi e Ciriaco De Mita

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