CHE ROTTURA DI PD! - CIVATI MINACCIA DI FARE “UN PARTITO A SINISTRA DEL PD, SE RENZI CONTINUA COSÌ” - LA BINDI: ‘’SÌ ALL’EMENDAMENTO SULLA LEGGE ELETTORALE O ME NE VADO” - OGGI RESA DEI CONTI IN ASSEMBLEA

Amedeo La Mattina per “la Stampa”

 

RENZI 
CIVATI
RENZI CIVATI

Una vigilia di Assemblea nazionale Pd incandescente. Una vigilia da «thriller», ironizza Pippo Civati, riferendosi al mistero della carta che Renzi intende giocare oggi in assemblea per riportare all’ordine i ribelli del suo partito. La ribellione è esplosa in commissione Affari costituzionali di Camera dove procedono a fatica le riforme delle istituzioni e della legge elettorale.

 

Sullo sfondo aleggia il big game del Quirinale e incombe lo spettro della scissione che ieri Civati ha evocato. «Un partito a sinistra del Pd si costituirà se Renzi continua così, non è colpa o responsabilità nostra. Se Renzi si presenta con il Jobs Act e le cose che sta dicendo alle elezioni a marzo, noi non saremo candidati con lui». 
 

L’attacco della minoranza
Renzi, dal canto suo, fa spallucce, apre la porta a chi vorrebbe uscire, pensando che a sinistra del Pd ci sia spazio solo per una minoranza che non tocca palla. E poi, se qualcuno vuole mettersi al suo posto, attenda il congresso o le primarie.

CONFRONTO SKYTG RENZI CUPERLO CIVATI CONFRONTO SKYTG RENZI CUPERLO CIVATI

 

«E’ singolare - osserva il renziano Ernesto Carbone - che ci sia ancora chi pensa di vivere in un clima da congresso. Se vuole decidere la linea del Pd, Civati si presenti nuovamente alle prossime primarie».

 

Chi invece non ci pensa affatto a imboccare l’uscita è Bersani che rivendica al Parlamento il diritto di dissentire. «Leggo sui giornali di questo psicodramma a proposito di quanto succede in Parlamento. Cerchiamoci di metterci tranquilli che abbiamo altri problemi in giro». L’ex leader Pd ricorda che non sono i governi a cambiare le Costituzioni: «Renzi riconosca che sono materie parlamentari e quindi se la sbroglino lì. Non vedo la necessità di accendere fuochi».
 

ALFREDO D'ATTORREALFREDO D'ATTORRE

Il nodo
E invece di fuochi a Montecitorio ne sono stati accesi tanti. Mercoledì in commissione Affari costituzionali il governo è andato sotto su un emendamento dell’onorevole Pd Lauricella che nega al presidente della Repubblica la nomina dei senatori a vita. Ieri lo scivolone è stato recuperato, reintroducendo la nomina dei senatori a vita. Riunione notturna con toni alti, alla fine della quale Lauricella ha deciso di non partecipare alle sedute della commissione. In trincea sono rimasti nove deputati della minoranza democratica che hanno chiesto di essere sostituiti: non vogliono mandare ancora giù il governo, ma intendono continuare a votare in dissenso su alcuni punti della riforma.

 

l bersani bindi medium l bersani bindi medium

Ci sono stati momenti concitati ieri pomeriggio a Montecitorio, con i lavori della commissione interrotti. In questa situazione Speranza, che oltre ad essere capogruppo è anche uno dei leader della minoranza, si trova sempre tra l’incudine e il martello. Ieri ha dovuto mediare, riunendo i dissidenti (tra questi Bindi, D’Attorre, Cuperlo, Pollastrini, Agostini)

 

con renziani e ultras renziani come Ettore Rosato considerato il bastone di Matteo in commissione. Sono volate parole grosse: Rosato li ha accusati di voler far cadere il governo e bloccare le riforme; risposta piccata della minoranza che attribuisce a Renzi la volontà di volere mettere la mordacchia a chi la pensa diversamente.

Lauricella Giuseppe Lauricella Giuseppe

 

Alla fine i ribelli hanno ritirato la richiesta di essere sostituiti, ma non sono rientranti in commissione per non votare l’articolo 3 che ripristina il potere del Capo dello Stato di nominare i senatori a vita. Sono rientrati in un secondo momento, dopo la riformulazione di alcuni articoli. In serata votato un emendamento dei relatori che fissa il quorum per eleggere il capo dello Stato a tre quinti dei votanti a partire dal nono scrutinio.
 

Ma la guerriglia è rimasta. La Bindi: «Se non ci dicono sì all’emendamento che introduce il giudizio preventivo della Consulta sulla legge elettorale, allora con sdegno me ne vado».

 

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