I VITALIZI DEGLI ALTRI - MICA SOLO L’INPS: L’ACCETTA DI SUDARIO MONTI E FORNARINA FORNERO SI ABBATTE ANCHE SU 2 MILIONI DI PROFESSIONISTI - LE CASSE PREVIDENZIALI DI AVVOCATI E FARMACISTI, INGEGNERI E GIORNALISTI, DOVRANNO DIMOSTRARE CONTI IN ORDINE PER I PROSSIMI 50 ANNI, ALLUNGARE L’ETÀ, AUMENTARE LE ALIQUOTE, E SCORDARSI DEI FONDI DI INVESTIMENTO PER PAGARE LE PENSIONI - NONOSTANTE L’ACCETTA, L’UNICO CHE REGGE È IL VITALIZIO DEI PARLAMENTARI: BASTANO 5 ANNI DI CONTRIBUTI…

1- LE PENSIONI DEGLI ALTRI: PRESTO TOCCHERÀ ANCHE A INGEGNERI, MEDICI, ARCHITETTI, GIORNALISTI. È LA TAGLIOLA MONTI...
Stefano Livadiotti per "l'Espresso"

Un milionenovecentoventicinquemilacentoquarantuno. Sono i professionisti italiani che rischiano di essere investiti dal terremoto pensionistico contenuto nel cosiddetto decreto salva-Italia. La manovra d'emergenza messa a punto dal governo di Mario Monti non si limita infatti a ridisegnare i pilastri del sistema previdenziale pubblico, ma cambia le coordinate di riferimento anche per le oltre 20 casse professionali privatizzate con la riforma del 1995 targata Lamberto Dini.

La partita coinvolge commercialisti e notai, avvocati e farmacisti, ingegneri e giornalisti, architetti e rappresentanti di commercio. Per il piccolo esercito degli addetti alle professioni i primi guai sono già in vista. Intendiamoci: nell'immediato non corrono certo il rischio di restare senza pensione. Ma se gli enti che provvedono a staccare i loro assegni previdenziali vorranno cercar di scansare le insidie anche in un futuro non troppo lontano, allora dovranno attrezzarsi e correre rapidamente ai ripari: con un deciso giro di vite sulle prestazioni finora assicurate agli iscritti.

La formidabile lobby parlamentare, trasversale agli schieramenti, che da sempre aveva tenuto i professionisti italiani al riparo da sorprese troppo sgradite, questa volta ha fatto cilecca. Forse anche perché non ha fatto neppure in tempo ad armarsi, presa in contropiede dai tempi stretti che il diktat dei mercati ha imposto al governo Monti.

D'altra parte, sarebbe stato difficile spiegare l'esclusione di alcune categorie da una riforma presentata nel segno dell'equità e dell'uniformazione dei trattamenti. E che completa le revisioni degli anni scorsi, mirate anche a porre fine ai trattamenti scandalosi maturati da personaggi della politica, dell'industria e della finanza (ma anche della Pubblica amministrazione) alcuni dei quali sono ricordati nelle pagine qui di seguito.

La riforma disegnata dal ministro Elsa Fornero prevede l'introduzione per tutti (pro-rata) del metodo di calcolo contributivo (basato cioè sui versamenti effettuati nell'arco della carriera); l'innalzamento subito (a 62 anni nel pubblico impiego e a 63,5 nel lavoro autonomo) dell'età di pensionamento delle donne, quindi equiparate agli uomini (a quota 66 anni) già nel 2018; l'indicizzazione alla longevità della soglia di accesso al pensionamento anticipato (42 anni e un mese per gli uomini; 41 anni e un mese per le donne), scoraggiato da una penalizzazione economica pari al 2 per cento per ogni anno di anticipo rispetto all'uscita per vecchiaia.

E ancora: l'incremento delle aliquote contributive per lavoratori autonomi, artigiani e commercianti (dall'attuale 20-21 al 22 per cento) e per gli agricoli (tutti portati tra il 20 e il 22 per cento, indipendentemente dall'età); l'inserimento di un contributo di solidarietà per i pensionati, ma anche per i lavoratori attivi inquadrati in regimi in qualche modo favoriti; l'abolizione di tutte le deroghe al sistema con la sola eccezione di quelle studiate a tutela delle fasce ritenute più deboli.

In questo quadro, non avrebbe avuto senso escludere notai e ingegneri, avvocati, medici e giornalisti dall'inasprimento del regime pensionistico, pena la rivolta di tutti gli altri. Monti non poteva permettersi di fare loro sconti. Almeno dal punto di vista pensionistico, i professionisti infatti hanno finora goduto di un trattamento privilegiato. Che - questo va detto subito - non si è però scaricato sulle casse dello Stato, e quindi sull'insieme dei contribuenti. Il miracolo è presto spiegato.

Le casse sono relativamente giovani: nate negli anni del boom, quando l'Italia cresceva a tassi oggi impensabili e sembrava una inesauribile fabbrica di posti di lavoro, hanno una base di iscritti numericamente di gran lunga superiore alla quota di ex lavoratori cui devono assicurare un assegno alla fine del mese. In media, contano 4,2 associati attivi per ogni pensionato, con punte che arrivano a quota 9 nel caso dell'ente di ingegneri e architetti e di quello dei commercialisti. A titolo di raffronto, per ogni pensione erogata, l' Inps può contare sui contributi versati da 1,8 lavoratori. C'è dunque una bella differenza.

Finora, per i gestori delle casse far quadrare i conti è stato insomma poco più che un gioco da ragazzi (tra il 2005 e il 2010 gli iscritti sono passati da un milione e 759 mila a un milione e 925 mila, con un incremento del 9,5 per cento; le pensioni da 414 mila a 457 mila, con una crescita del 10,4 per cento). Ed è per questo motivo che gli iscritti hanno potuto contare su condizioni di assoluto favore rispetto alla media degli italiani. Da un lato, si sono trovati a dover pagare aliquote contributive più basse.

Dall'altro, a fronte delle cifre versate si sono visti riconoscere un ritorno ben più vantaggioso. Basti pensare che nella maggior parte degli enti dei professionisti è rimasto in vigore il calcolo delle pensioni con il favorevole metodo retributivo (quello basato sulla media degli stipendi degli ultimi anni di attività), spazzato via per gli assunti nel pubblico dopo il 1996 da riforma Dini.

Negli ultimi anni, però, le cose sono cambiate. Con il lavoro che scarseggia, il ritmo di crescita degli aspiranti professionisti sfornati da università e istituti vari ha subìto un netto rallentamento. E ingegneri, commercialisti e avvocati in attività hanno continuato a inanellare compleanni, avvicinandosi alla soglia della pensione (o oltrepassandola). In prospettiva, l'equilibrio delle casse è diventato insomma un po' meno assicurato.

E lo Stato, per una volta, ha pensato bene di mettere le mani avanti prima di arrivare sul ciglio del burrone. Se, infatti, all'epoca della privatizzazione delle casse, si era già preoccupato di chiamarsi fuori al momento di un loro eventuale fallimento, questo vale solo in teoria: quando si ritrovasse in piazza qualche centinaio di migliaia di professionisti rimasti senza pensione, nessun governo sarebbe in grado di fare finta di nulla e girarsi dall'altra parte. Così, con la legge finanziaria per il 2007, è arrivato un primo giro di vite. Agli enti è stato richiesto, con la minaccia del commissariamento, di dimostrare di avere i conti in equilibrio per i trenta anni successivi. Un paletto che ha costretto alcune casse, a partire per esempio da quella dei medici, a rivedere aliquote e metodi di calcolo.

Ora, però, è arrivata la vera stangata. Con il decreto salva-Italia è stato infatti stabilito per gli enti dei professionisti l'obbligo di dimostrare già entro il prossimo marzo la tenuta dei conti per ben cinquant'anni. Non solo: se prima non era ben specificato quali poste potevano essere utilizzate come copertura delle spese previste per le prestazioni, ora è arrivato un nuovo limite: a fronte delle spese previdenziali ci dovranno essere solo i contributi. Non potranno, insomma, venire conteggiati anche i guadagni realizzati con l'attività finanziaria.

Una misura cautelare che si traduce in un colpo basso per le casse professionali, titolari nell'insieme di un patrimonio stimato in circa 42 miliardi di euro (32 miliardi in valori mobiliari e poco meno di 10 in immobili). Su questo fronte, Monti non si è mosso certo a caso, se è vero che i medici dell'Enpam l'avevano chiamato a mettere ordine negli investimenti della loro cassa, finita al centro di una serie di accuse per una gestione non propriamente esemplare. Da qui la decisione di escludere dai bilanci futuri partite più o meno a rischio. E la scelta di intervenire in tempi brevissimi. Per chi non riuscirà a dimostrare di avere conti a prova di invecchiamento degli iscritti, scatterà l'obbligo del metodo contributivo pro-rata. Quello che nel pubblico già vale per tutti.

CHE BEL VIZIO IL VITALIZIO...
Primo Di Nicola per "l'Espresso"

Riformati? Sì. Ma sempre privilegiati. Ecco la lezione che arriva dal Parlamento costretto, sotto la spinta dei sacrifici imposti dal presidente del Consiglio Mario Monti, a rivedere i trattamenti pensionistici di assoluto vantaggio che deputati e senatori si sono sempre riservati con i loro ricchi vitalizi. Per riscuotere la pensione, a partire dal prossimo gennaio tutti i lavoratori dovranno raggiungere almeno 42 anni di contribuzione.

Per le eccellenze parlamentari, invece, nonostante i "tagli" annunciati dai presidenti di Camera e Senato Gianfranco Fini e Renato Schifani per "mettersi in linea con il resto dei cittadini", continueranno ad essere sufficienti 5 anni di permanenza sugli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama. Vero che la pensione riformata (con il regime contributivo annunciato) non sarà più quella ricchissima elargita con il sistema in corso e che viene calcolata a seconda delle legislature collezionate in quantità che variano dal 25 all'80 per cento dell'indennnità (oltre 11 mila euro mensili), ma potranno consolarsi con il limite di età più favorevole fissato per riscuoterla.

Se a tutti i cittadini verranno richiesti 66 anni, ai parlamentari ne basteranno solo 60, meno quelli - e sono minoranza - che avendo una sola legislatura alle spalle dovranno arrivare fino a 65. Unica consolazione per i lavoratori che dal 2012 saranno costretti a rinviare anche di sei anni la riscossione dell'assegno pensionistico, il dispiacere imposto dalla "riformetta" di Fini e Schifani a una piccola schiera di parlamentari (vedi scheda) che dalle prossime settimane, grazie alle privilegiatissime norme che consentivano agli eletti prima del 2001 di incassare pensioni-baby anche a 50 anni, saranno costretti a rimandare l'appuntamento.

Come l'ex verde Paolo Cento, l'ex presidente della Camera Irene Pivetti, il democratico Emilio Del Bono (ora consigliere comunale a Brescia), più i leghisti Andrea Gibelli (attuale vicepresidente e assessore della Regione Lombardia), Edouard Ballaman e Oreste Rossi. Pure loro dovranno aspettare i 60 anni. Roma ladrona.

 

cortina ANTONIO MASTROPASQUA MARIO BACCINI ANTONIO MASTROPASQUA cortina ANTONIO MASTROPASQUA MARIO MONTIe ELSA FORNERO mediciavvocati

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