parodi meloni

SOTTO A CHI TOGA! A OTTOBRE SARA’ APPROVATA LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, POI ARRIVERA’ IL REFERENDUM. L’ITALIA È SPACCATA. SECONDO I SONDAGGI, SÌ E NO SONO VICINI. IL CASO ALMASRI HA PESATO SULLA CREDIBILITÀ DEL MINISTRO NORDIO E AUMENTANO LE VOCI CRITICHE, DAGLI AVVOCATI PENALISTI A GRATTERI CHE "ARRIVA AL GRANDE PUBBLICO" - LA DATA DEL VOTO PUÒ ESSERE PORTATA AD APRILE: LA MELONI DECIDERÀ SE LE CONVIENE O MENO. COSI’, INFATTI, LA CAMPAGNA REFERENDARIA SAREBBE BREVISSIMA, PERCHÉ FINO A DICEMBRE TUTTO SI CONCENTRERÀ SULLA LEGGE DI BILANCIO…

 

Giulia Merlo per “Domani” - Estratti

 

giorgia meloni carlo nordio.

Manca ancora il passaggio al Senato ma è solo un pro forma che si / compirà in ottobre, poi la riforma costituzionale della giustizia sarà approvata definitivamente e arriverà il momento del referendum. La parola rimbalza di bocca in bocca, tanto a sinistra quanto a destra, con il peso dell’incognita. 

 

Fonti di Forza Italia – pur dopo l’ebrezza del sì alla Camera nel nome di Silvio Berlusconi – ragionano sul fatto che «non bisogna mai dare per scontati gli elettori». Tradotto: il consenso intorno alla riforma si sta erodendo, con sondaggi che parlano di una forbice molto ridotta tra sì e no.

 

giorgia meloni e cesare parodi - incontro tra anm e governo a palazzo chigi

Fratelli d’Italia sta aspettando nuovi sondaggi per la settimana prossima, tuttavia la sensazione è che il caso Almasri abbia pesato sulla credibilità del ministro Carlo Nordio non tanto per l’elettorato generale, ma per quello che sulla giustizia ha un occhio più attento. E, come viene ricordato, a questo referendum non c’è il quorum e quindi ogni voto pesa doppio. 

 

(...)

 

Infine, come ha fatto notare il vicepremier Antonio Tajani, «il voto non è sul governo» perché con il centrodestra ha votato anche Azione, mentre Italia viva ha criticato il metodo di approvazione ma non il merito della separazione, dunque non si spenderà apertamente in una campagna referendaria. In altre parole: la quota centrista del parlamento non si allineerà al fronte del no. 

 

La sinistra del “No” Altrettanto si sta ragionando nel centrosinistra. Il Pd si è schierato apertamente sul fronte del no, ma fonti dem mettono in luce come gli avversari continueranno a utilizzare il fatto che la mozione dell’ex segretario Maurizio Martina e i riformisti del Pd, fossero a favore della separazione. Poco importa che tutti si siano ricollocati sul no e ne abbiano spiegato le ragioni: l’argomento rimane una spina nel fianco alla comunicazione.

GIORGIA MELONI CARLO NORDIO

 

Non solo, dubbi interni ci sono anche sulla quota degli amministratori locali che in passato si erano schierati a favore dell’abrogazione dell’abuso d’ufficio e che difficilmente oggi si frapporrebbero tra le toghe e il governo. In questo esiste uno scollamento silenzioso tra la dirigenza nazionale – che ha ben chiari i rischi di una riforma che, per una singolare eterogenesi dei fini, rafforzerà le procure pur rendendole più soggette a rischi di controllo della politica – e i territori in cui il tema della giustizia è ostico e tocca corde delicate. 

 

Anche sul fronte della politica giudiziaria, gli animi sono fibrillanti. L’avvocatura, soprattutto i penalisti, è prevalentemente schierata per il sì alla riforma. Tuttavia si sono levate nel tempo voci critiche. «Possono i penalisti fare un favore a questo governo, che con una mano gli dà il contentino della separazione delle carriere e con l’altra non tocca l’emergenza carceri e introduce nuovi reati?», ragiona il presidente di una importante associazione forense.

 

Se questo si agita tra gli avvocati, tra le toghe la paura principale è quella di non riuscire a far arrivare il loro messaggio. Molte sono le voci critiche sulla qualità della comunicazione e una delle frasi che si sente ripetere più spesso è che «l’unico che arriva al grande pubblico è Nicola Gratteri», spiega una toga progressista che pure non ama il carismatico procuratore capo di Napoli, che è contrario alla separazione ma favorevole al sorteggio dei membri del Csm. 

GIORGIA MELONI CARLO NORDIO

 

In questo orizzonte pieno di incognite – «la verità è che nessuno sa cosa convenga fare», confida una fonte parlamentare di centrodestra – c’è anche quello della data del referendum. Il ministro Nordio ha ipotizzato di tenerlo non a giugno ma a marzo-aprile. Tecnicamente sarebbe possibile: la legge 352 del 1970 che disciplina la procedura prevede che passino 3 mesi dalla approvazione, nei quali un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali possono proporre richiesta di referendum.

 

Dopo che è stata verificata l’ammissibilità della richiesta, il referendum è indetto con decreto del Quirinale, su deliberazione del Cdm, entro sessanta giorni e la data è fissata in una domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo al decreto di indizione. Conti alla mano, è possibile votare già a inizio aprile.

nicola gratteri a otto e mezzo

 

La domanda è: a chi conviene? Così la campagna referendaria sarebbe brevissima, perché fino a dicembre tutto si concentrerà sulla legge di Bilancio. La scelta di allungare o meno i tempi, però, è in mano al governo che dovrà deliberare l’indizione e sarà la premier in persona a valutare i pro e i contro. 

 

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