IL NUOVO INNO PD: MENO MALE CHE SILVIO C’È - IL RITORNO DEL BANANA FA ARRAPARE SOPRATTUTTO BERSANI CHE ADESSO VEDE SPIANATA LA STRADA VERSO PALAZZO CHIGI - SE IL GOVERNO CADE SARÀ PRATICAMENTE IMPOSSIBILE CAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE (ALLA FACCIA DEI MONITI DI NAPOLITANO) E CON IL PORCELLUM IL PD-VERSIONE ARCA DI NOÈ FA FILOTTO - E SE SI VOTA A FEBBRAIO SALTANO ANCHE LE FASTIDIOSE PRIMARIE PER I CANDIDATI…

Laura Cesaretti per "il Giornale"

«Il nuovo inno Pd: Meno male che Silvio c'è». La battuta del finiano Fabio Granata arriva via Twitter durante il voto di fiducia,dall'altro lato dell'emiciclo, dove siedono i parlamentari di Futuro e Libertà, e suscita risatine tra i banchi del Pd.

Da ieri mattina, quando Berlusconi ha dato fuoco alle polveri e tolto la maggioranza al governo del professor Monti, nel partito di Pier Luigi Bersani l'imperativo categorico è: mostrarsi «responsabili», sostenere lealmente il governo fino all'ultimo istante, e non dare a nessun costo l'impressione che il Cavaliere stia facendo al Pd il più bel regalo di fine anno. Confermando quello che al Nazareno viene colloquialmente indicato come «il fattore C di Bersani».

Insomma, il primo obiettivo in questa fase è che il cerino bruci fino in fondo nelle mani di chi lo ha acceso, ossia il centrodestra. Per questo il segretario ha imposto una frenata alle dichiarazioni un po' precipitose della capogruppo al Senato Anna Finocchiaro che, dopo l'annuncio di astensione del Pdl sulla fiducia al governo, aveva già sancito la crisi: «Il governo non ha più la fiducia della maggioranza delle aule parlamentari. Credo che Monti debba recarsi al Quirinale». Proprio perché sa che il traguardo si è fatto d'improvviso più vicino, Bersani vuole muoversi con il massimo di prudenza, come si conviene ad un premier in pectore .

Attenti, ha avvertito - citando maliziosamente Esopo- il senatore Pd Marco Follini: «Se il Cavaliere è lo scorpione (che segue il suo istinto) noi dovremmo cercare di non essere la rana ( che lo asseconda)». Riconoscendo che c'è un interesse «totalmente speculare» tra Pdl e Pd ad una accelerazione verso il voto che lasci intatto il tanto esecrato Porcellum: prima saranno le elezioni, più facilmente Bersani e i suoi potranno incassare consensi sulla spinta delle primarie (e della fase calante che sta oscurando Grillo), chiudere alleanze alle proprie condizioni evitando defatiganti trattative e gestire la composizione delle liste elettorali.

È proprio sul fronte del Porcellum, infatti, che l'exploit berlusconiano toglie le castagne più bollenti dal fuoco ai propri avversari politici: solo due giorni fa, il braccio destro bersaniano Roberto Speranza confidava che per il Pd era difficilissimo resistere al «pressing incalzante del Quirinale» per una revisione della legge elettorale, cui prima o poi si sarebbe dovuto cedere.

Così, invece, la responsabilità di affossare ogni idea di riforma e di introduzione di «tetti» per il premio di maggioranza se la assume il centrodestra, e al Pd non resta che organizzare in fretta e furia qualche «consultazione » pubblica regionale sulle candidature (per primarie vere e proprie non ci sarà il tempo, e poi nessuno sa come farle), e riservare una sostanziosa quota di nomi alla segreteria, perché come ha spiegato Bersani in Parlamento ci vogliono anche «gli esperti».

La linea l'ha data ieri pomeriggio, nell'aula di Montecitorio,il capogruppo Dario Franceschini, in un intervento concordato parola per parola con il leader Pd: «Vogliamo che sia chiaro davanti a tutti chi ci sta trascinando verso la crisi», per «scaricare i problemi interni di un partito sugli italiani». La responsabilità è tutta di Berlusconi e del suo Pdl, che vuole «bloccare il decreto sull'ineleggibilità» e «tenersi le liste bloccate », mandando «in fumo la riforma della legge elettorale». «Fidatevi, stasera al Nazareno si brinda», chiosa a fine giornata il direttore di Europa , Stefano Menichini.

2 - QUELLA TENTAZIONE DEL PD DI SOFFIARE SULLA CRISI DI GOVERNO...
Claudio Cerasa per "il Foglio"

Al di là delle affermazioni di rito e delle dichiarazioni di facciata, il succo politico della giornata di ieri dice che il Partito democratico - di fronte alla possibilità di andare al voto il prima possibile, di presentarsi alle urne con questa legge elettorale e di far passare il messaggio che è il Pdl (e non il Pd) che vuole far cadere in modo irresponsabile il governo Monti - non ci ha pensato due volte a leccarsi i baffi e a soffiare in modo convinto sulla prima scintilla della possibile crisi di governo.

Il primo soffio della giornata arriva ieri mattina intorno alle undici e mezza quando il capogruppo al Senato del Pd, Anna Finocchiaro, una volta appresa la notizia dell'astensione del Pdl sul voto di fiducia al decreto Sviluppo, nel giro di una manciata di minuti si presenta di fronte ai microfoni dei cronisti e annuncia che, stando così le cose, "il governo non ha più la maggioranze delle Aule parlamentari e a questo punto credo che Monti si debba recare al Quirinale".

L'invito rivolto al presidente del Consiglio di presentarsi urgentemente al Colle arriva negli stessi istanti in cui il leader dell'Idv Antonio Di Pietro chiede a Mario Monti più o meno le stesse cose suggerite a nome del Pd da Anna Finocchiaro ("Monti prenda atto che non ha più la maggioranza e vada dal presidente della Repubblica e rimetta il suo mandato") e viene anche per questo osservato dal Quirinale con un certo sospetto: come se il Pd, nonostante le ripetute e leali promesse di fedeltà al governo, volesse cogliere al balzo l'occasione offerta dal Pdl di chiudere in anticipo l'attuale legislatura.

La tentata accelerazione della crisi da parte del Pd, al Colle ha ricordato da lontano i concitati giorni del 2010: quando a fine anno Gianfranco Fini uscì dalla maggioranza, le opposizioni presentarono una mozione di sfiducia a Berlusconi e il capo dello stato prese invece tempo, e rimandò il voto di fiducia sul Cav. a dopo l'approvazione della legge di Stabilità.

Anche in questa occasione, la strada scelta dal presidente della Repubblica sembra essere quella di verificare il destino del governo dopo l'approvazione della stessa legge (quella sulla Stabilità) ed è proprio partendo da questa volontà del Colle che si spiega la ragione del breve e improvviso colloquio telefonico avuto ieri pomeriggio subito dopo pranzo tra Giorgio Napolitano e Pier Luigi Bersani.

Un colloquio in cui il presidente della Repubblica ha chiesto al leader del Pd di pazientare ancora un po', e di non avere fretta, e in seguito al quale il Partito democratico ha rivisto in corsa la linea sulla crisi di governo - smettendo, insomma, di soffiare sul cerino accesso dal Pdl. "Rimettiamo ogni decisione nelle mani del capo dello stato ed è questo il senso delle parole di Finocchiaro di stamattina", ha detto non a caso ieri pomeriggio dopo la telefonata del Quirinale il capogruppo alla Camera, Dario Franceschini, correggendo di fatto la sua parigrado al Senato.

Al netto del piccolo chiarimento tra Pd e Quirinale, il clima da pre-crisi di governo - oltre a eccitare molti deputati democratici che ieri pomeriggio hanno visto nelle intemerate del Cav. l'unica speranza possibile di andare al voto a febbraio senza dover perdere troppo tempo nel fare complicate primarie per i parlamentari - è stato accolto con entusiasmo da una buona parte del centrosinistra, per alcune ragioni in particolare.

Nel Pd a nessuno sfugge che una instabilità di governo può corrispondere anche a una instabilità dei mercati, ma oltre a questa considerazione ce ne sono altre che in queste ore vengono fatte dai vertici democratici. Da un lato una crisi di governo guidata da Silvio Berlusconi (che da ieri, dunque, è di nuovo in campo) rappresenterebbe un assist davvero ghiotto per il segretario del Pd per dimostrare plasticamente un concetto elementare: di là ci sono gli irresponsabili che non si preoccupano della stabilità del paese e di qui ci sono invece i responsabili che si preoccupano della governabilità e della tenuta del nostro sistema istituzionale.

Dall'altro lato la vera ragione per cui il Pd ieri, istintivamente, non ha resistito alla tentazione di soffiare sul fuoco della crisi è che l'idea di avere un nemico preciso a cui rivolgersi durante la campagna elettorale costituisce l'occasione perfetta per Bersani per facilitare la creazione di un grande "comitato di liberazione nazionale" in cui mettere insieme le forze "anti populistiche" del paese e costituire così una sorta di "Tutti per Bersani" con cui andare alle urne e sbaragliare la concorrenza.

Un progetto che oggettivamente è nelle corde di Bersani e che, per forza di cose, la presenza di Berlusconi in campo trasforma improvvisamente in una specie di rigore a porta vuota. "Altro che birra - commentava ieri sera un deputato del Pd vicino al segretario - qui, se Berlusconi confermerà di essere davvero lui il candidato premier, bisogna prepararsi a stappare con urgenza per Bersani un bel po' di champagne".

 

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