TUTTE LE STRADE PORTANO A ROMNEY - “L’EUROPA PENSI DA SOLA A RISOLVERE I SUOI GUAI, DALL’AMERICA NON AVRÀ UN DOLLARO” - NEL GIORNO DELLE PRIMARIE IN IOWA IL CANDIDATO REPUBBLICANO PARLA AL VECCHIO CONTINENTE PERCHÉ LO SBARACKATO INTENDA: “DA VOI LA SOCIETÀ ASSISTENZIALE NON HA FUNZIONATO, SIETE IN CRISI NERA, E ADESSO CE LA DOVREMMO PRENDERE NOI IN AMERICA? - OBAMA VUOLE UNA SOCIALDEMOCRAZIA, MA QUI FUNZIONA CHE CHI LAVORA BENE GUADAGNA, E INVESTENDO I PROFITTI DÀ DA VIVERE ANCHE AGLI ALTRI” - E L’INGEGNERE KEN APPLAUDE: “SONO STATO IN VACANZA IN ITALIA. SIETE MESSI MALE"…

Paolo Mastrolilli per "La Stampa"

L'Europa deve salvarsi da sola. Gli Stati Uniti non daranno un soldo per risolvere la sua crisi». Sono le otto del mattino, ma Mitt Romney ha già le maniche rimboccate e il piglio del candidato presidenziale che vuole parlare alla pancia dell'elettore americano isolazionista e stanco di pagare per tutti. Lo incontriamo ai Mississippi Valley Fairgrounds, primo appuntamento della giornata. Un centro espositivo in mezzo al nulla, circondato dai campi di mais e dalle fattorie nei sobborghi collinosi di Davenport. Fuori nevica una leggera polvere bianca, che il vento spazza subito via e fa scivolare sopra l'asfalto.

Dentro alla sala rivestita in legno, ad aspettare Mitt insieme con trecento militanti, c'è un ingegnere in pensione della John Deere che si chiama Ken. Per trent'anni ha costruito i trattori che arano queste terre, il cuore del Midwest americano dove è nato pure John Wayne, ma ora ha paura che il benessere costruito durante la sua vita di fatica non passi ai propri figli e ai nipoti: «Sto con Romney perché ha esperienza come uomo di business. Non me ne importa nulla della storia che non è abbastanza conservatore: tutti hanno il diritto di cambiare idea sull'aborto o la sanità, se c'è una buona ragione. Mi interessa solo che sia eleggibile, sappia come creare posti di lavoro, e sia in grado di battere Obama a novembre».

Poi Ken fa un sorriso ammiccante e aggiunge: «Lo scorso autunno sono stato in vacanza in Italia: Roma, Positano, Napoli e Taormina. Bellissima. Però ragazzi, cavolo se state nei guai! Quando siamo arrivati all'aeroporto di Roma non abbiamo trovato un taxi che ci portasse in centro, perché era il giorno delle manifestazioni di protesta e la città era in fiamme. Vi siete proprio rovinati, con la vostra economia allegra dei regali a tutti pagati dallo Stato».

Cinque minuti dopo, Romney entra nella stanza della fiera da una porta laterale. Indossa i jeans, una giacca di lana blu aperta dalla lampo e una camicia bianca a quadri che farebbe la sua figura sulle spalle di qualunque contadino dell'Iowa. Abbraccia la moglie Ann alla vita, e dietro lo seguono diligenti tre dei suoi cinque figli. Pare che abbia sentito le battute di Ken, perché subito attacca Obama l'europeo, quasi come George Bush che nel 2004 sfotteva «Kerry il francese»: «Questo presidente non ha idea di come far ripartire l'economia. Vuole trasformarci in una socialdemocrazia, dove il compito del governo è togliere ai ricchi per dare ai poveri.

Redistribuzione, si chiama. Una favola egualitaria. Ma noi siamo diversi, noi siamo diventati una superpotenza grazie al merito. Chi lavora bene guadagna, e investendo i profitti dà da vivere anche agli altri. La società assistenziale non ha funzionato in Europa, in crisi nera, e adesso ce la dovremmo prendere noi in America?».

I militanti si spellano le mani. Ken si gira verso di noi e fa l'occhiolino. Finito lo «stump speech», il discorso sempre uguale di tutti questi eventi, Romney scende dal palco a stringere le mani. C'è poca gente perché è mattina presto, e lui ha tempo di firmare anche le palle da baseball e le magliette dei bambini. Lo avviciniamo.

Ma allora gli Usa non devono aiutare l'Europa a uscire dalla crisi?
«No, neanche un soldo». Vede i militanti intorno a lui che tendono l'orecchio, e riprende: «L'Europa si è cacciata in questo guaio con le sue mani, e con le sue mani deve uscirne. La Germania, la Francia, l'Italia, hanno tutte le risorse per pagare i loro debiti, risolvere la crisi di fiducia, investire e tornare a crescere, possibilmente attraverso una vera economia di mercato. Gli Stati Uniti devono pensare alla propria crisi, e non daranno un dollaro per la salvezza dell'Europa».

Ma così non rischiate di rimetterci anche voi? Va bene che vi aiuterebbe a battere Obama, ma un collasso del Vecchio Continente non provocherebbe una nuova recessione anche in America?
«Certo che è nel nostro interesse evitare il crollo economico dell'Europa, ma non sta a noi evitarlo. Sono gli europei che hanno il dovere di risolvere la loro crisi, con i mezzi che possiedono. Devono farlo nell'interesse del proprio continente, degli Stati Uniti, e dell'intero mondo, perché il loro collasso avrebbe enormi ripercussioni su tutta l'economia globale».

E nel frattempo lei, se verrà eletto Presidente, cosa farà per rilanciare l'economia americana?
«Obama ha creato il più grande debito nella storia degli Stati Uniti, accompagnato da una delle più gravi crisi occupazionali. Certamente dobbiamo ridurre il nostro debito e portare il pareggio in bilancio, analizzando tutti i programmi statali e tagliando quelli che non meritano di essere finanziati col denaro pubblico.

Poi io ho un piano per la ripresa in quattro punti: primo, riformare il sistema fiscale, in modo che torni ad essere vantaggioso produrre negli Stati Uniti; secondo, rivedere ed eliminare tutte quelle regole burocratiche che soffocano le imprese, da cui devono venire la crescita e l'occupazione; terzo, investire nell'energia, perché siamo pieni di risorse petrolifere, gas e carbone, che lasciamo inutilizzati; quarto, riaprire i mercati internazionali alle nostre esportazioni, negoziando più accordi di libero scambio. Se poi qualcuno non ci sta e viola le regole, tipo la Cina, mi farò sentire».

Romney saluta e corre vero il bus: lo aspetta un altro «stump speech» in una fabbrica di carta a Dubuque. Ken annuisce e sorride: lui, almeno, il suo uomo l'ha trovato.

 

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