SARKO-FAGO SOGNA IL RITORNO NEL 2017 MA, DOPO LA DIFFUSIONE DELLE SUE INTERCETTAZIONI, INCASSA IL SOMMO SBERLEFFO PER LA SUA SPOCCHIA: IN FRANCIA VIENE PARAGONATO A BERLUSCONI

Aldo Cazzullo per il "Corriere della Sera"

Ormai è un format. Un gioco di coppia, uno sketch a due. La moglie comincia a cantare, il marito entra in sala a luci spente e prende posto in fondo, lei lo indica dal palco e il pubblico esplode in un'ovazione. Dopo le prove a Beziers, l'hanno rifatto lo scorso 11 marzo all'Olympia di Parigi, non proprio un tempio della destra. Visto il successo, Carla Bruni ha ammiccato ai fan, cantando la sua canzone più nota in una versione adattata all'attualità: «Quelqu'un m'a dit/ qu'on nous écoute...», qualcuno mi ha detto che ci ascoltano.

Nicolas Sarkozy, a dispetto dell'annuncio di due anni fa, non si è affatto ritirato dalla politica. Anzi, resta più che mai il capo della destra francese non lepenista (ma neppure anti lepenista). Per un mese è stato in prima pagina appunto per gli scandali delle sue registrazioni. Prima quelle amatoriali dell'ex amico Patrick Buisson.

Poi quelle professionali della magistratura, che indagava sul depistaggio di un'inchiesta infamante: il sospetto sull'ex presidente era che avesse subornato l'anziana miliardaria Liliane Bettencourt per estorcerle denari, e di aver munto pure il povero Gheddafi, prima di bombardarlo. Nel frattempo Sarkozy è stato prosciolto, ma siccome nessun uomo è grande per il suo intercettatore sono emersi dettagli scabrosi: un linguaggio tipo Nixon; uno stile intimidatorio e volgare; e soprattutto la presenza di una talpa tra i giudici, che passava notizie all'Eliseo in cambio della promessa di un posto principesco a Monaco.

Vistosi nell'angolo, Sarkozy ha riguadagnato il centro della scena, scrivendo su Le Figaro un manifesto durissimo, interpretato da tutti come una ri-discesa in campo (anche se lui nega), in cui definisce la Francia socialista «una dittatura». Hollande indignato parla di «tentativo di golpe». La destra difende il suo campione sia pure con qualche imbarazzo, la sinistra lo accosta a Berlusconi (in Francia, la massima ignominia). Così le elezioni comunali si rinfocolano e diventano un test nazionale, in cui i socialisti al potere pagano un prezzo doloroso.

Il buon risultato di Marine Le Pen non può nascondere la vittoria dell'Ump, il partito della destra tradizionale. Se domenica il Fronte Nazionale ha eletto 511 consiglieri comunali, l'Unione per un movimento popolare ne ha eletti 80.645. Esita a festeggiare perché non ha un leader, almeno non ufficiale. Sarkozy si comporta come se lo fosse: visita la Merkel a Berlino, tiene i contatti con il Partito popolare europeo; ma nega di volersi candidare contro Hollande (o il suo ministro dell'Interno Manuel Valls) e contro Marine Le Pen nel 2017. Però sia l'impopolarità dei socialisti, sia l'ascesa dell'estrema destra fanno il suo gioco.

Paradossalmente, l'uomo che ha sdoganato il linguaggio e gli argomenti di Le Pen è considerato il miglior argine contro sua figlia. La linea dell'Ump per il secondo turno di domenica prossima è la stessa dettata da Sarkozy per le cantonali del 2011: «ni-ni», né socialisti né lepenisti; non ci sarà il «fronte repubblicano» che nel 2002 riportò Chirac all'Eliseo con l'82% dei voti.

Anche l'ex premier François Fillon, critico tre anni fa, stavolta si è adeguato. Il punto è che né Fillon, né il leader nominale Jean-François Copé hanno la personalità per opporsi a Sarkozy, se lui decidesse di riprendere la corsa all'Eliseo. Quanto ad Alain Juppé, alle prossime presidenziali avrà 72 anni; e l'ex presidente, che ne ha dieci di meno, con la sua energia e la sua influenza sui media è in grado di trasformarlo da anziano saggio, com'è considerato oggi, in vecchio arnese chiracchiano.

Ma l'aggressività e la forza di Nicolas, accentuata dal filo di barba con cui ama farsi fotografare, è anche il suo punto debole. Una parte del Paese, non necessariamente di sinistra, lo aborre. Non lo considera neppure del tutto francese: per le sue radici ungheresi e sefardite, per il suo rigetto di vini e formaggi, per quel soprannome, Sarko, aspro come una malattia; e soprattutto per la sua volontà di imporre la «rupture», la rottura del sistema statalista, che la Francia vuole solo a parole.

Il vantaggio di Sarkozy è di essere l'unico ad aver affrontato, con qualche umiliazione ma anche qualche successo, la ragione principale del «grand malaise» di un Paese che da 33 anni a ogni voto fa vincere l'opposizione: non solo l'impoverimento economico, ma anche l'idea di non contare più nulla nel mondo globale, se non aggrappati alla Germania, in un rapporto di crescente vassallaggio con gli ammirati e detestati tedeschi.

Non a caso, nella lettera a Le Figaro Sarkozy ha paragonato il sistema giudiziario francese alla Stasi, la polizia politica della Germania comunista: per la Francia di destra, qualcosa di peggio della Gestapo; per gli altri, un paragone spropositato.

Di conseguenza, Hollande in segreto spera di avere contro ancora lui, piuttosto che un candidato «normale». Tra non molto si capirà se aveva ragione Alain Minc, che due anni fa per consolare Sarkozy, disperato dopo aver perso il duello tv - «come è potuto succedere?!» -, gli scrisse un sms: «Caro Nicolas, stavolta andrà male. Ma nel 2017 la battaglia sarà ancora tra te e Hollande; e non finirà allo stesso modo».

 

 

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