ANCHE SAVIANO BALLA IL TOGA-TOGA - BACCHETTATO DALL’ANM E MOLLATO DALLA CAPACCHIONE: “CARO ROBERTO, QUELLA SENTENZA È GIUSTA. LE MINACCE DELL’AVVOCATO NON PER FORZA ERANO CONDIVISE DAI BOSS”

1. SAVIANO, C’È L’ALTOLÀ DELLA CAPACCHIONE

Da “Il Fatto Quotidiano”

 

Saviano
Giannini 
Saviano Giannini

È stata una giornata nera quella di ieri per Roberto Saviano. Bacchettato dall’Anm e abbandonato da Rosaria Capacchione, giornalista e ora deputata Pd, minacciata anche lei, ma distante dal pensiero del giornalista e scrittore sulla sentenza. “Sono contento a metà” aveva detto a caldo Saviano dopo che i giudici avevano condannato solo l’avvocato Michele Santonastaso per le minacce a loro, ma non i boss Bidognetti e Iovine.

 

In una lettera Capacchione afferma: “Giornalisti e opinionisti (...) quando si scontrano con un vero borghese mafioso non lo riconoscono”. L’Anm invece esprime “amarezza e sconcerto” perché Saviano aveva parlato di sentenza “senza coraggio”.

SAVIANO SAVIANO

 

 

2. «CARO SAVIANO, NON SONO D’ACCORDO QUELLA SENTENZA PER ME È GIUSTA»      

Lettera di Rosaria Capacchione al “Messaggero”

 

Mi è venuto in mente solo dopo, dopo la lettura del dispositivo. Ci ho pensato perché buona parte delle arringhe difensive erano state dedicate alla sterile discussione sulla parola “proclama”.

 

Termine che i giornali avevano utilizzato per definire l’istanza di legittima suspicione che tanti anni prima l’avvocato Santonastaso aveva letto nell’aula bunker del carcere di Poggioreale in difesa dei suoi clienti camorristi. Tutta la questione era sul parallelismo impossibile con i comunicati letti dalle Brigate Rosse detenute.

 

roberto savianoroberto saviano

Così quando, più tardi, il presidente Esposito ha letto il dispositivo della sentenza che condannava l’avvocato Michele Santonastaso e assolveva i suoi assistiti di altissimo rango mafioso, Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, ho ricordato un’intervista a Renato Curcio sul suo consenso all’omicidio di Aldo Moro.

 

Diceva, il capo storico delle Br, che quella morte aveva spiazzato i terroristi detenuti, che mai avevano discusso dell’eventualità di uccidere il prigioniero; che, anzi, quella decisione li aveva lasciati perplessi. Ma che alla fine si erano associati per non dare l’idea di una spaccatura tra il mondo delle carceri e quello esterno: appartenendo loro al primo e non sapendo bene cosa accadesse nell’altro.

rosaria capacchione rosaria capacchione

 

Poteva, quel parallelismo, essere applicato anche ai Casalesi detenuti e ai loro portavoce all’esterno? Poteva la minaccia declamata dall’avvocato Santonastaso - perché di minaccia si è trattato, ha stabilito il Tribunale, e non del legittimo, sia pur colorito, esercizio del diritto di difesa - essere una scelta autonoma del penalista e non, invece, il frutto di un accordo con i suoi clienti? E poteva essere comunque una minaccia mafiosa pur avendo escluso la complicità dei capi del clan? La sentenza ha detto che sì, che è possibile, che è così che è andata. E io, che di quelle minacce sono stata vittima, dico che è altamente probabile. Per una ragione tecnica e una sociologica.

 

La prima. Durante il dibattimento uno degli imputati, Antonio Iovine, diventato collaboratore di giustizia, ha parlato a lungo dei suoi rapporti con il difensore, l’avvocato Santonastaso. E ha detto di avergli affidato la cura delle sue cause perché era un giovane rampante e perché aveva i canali giusti per addomesticare le sentenze sfavorevoli.

 

iovine 2 1iovine 2 1

A lui aveva reso quel servizio in due occasioni, in cambio di denaro, molto denaro, destinato - a suo dire - al presidente della IV sezione di Assise di Appello di Napoli. Servizio importantissimo, perché si trattava di ribaltare due condanne per altrettanti omicidi che lui, Iovine, aveva effettivamente commesso. Santonastaso aveva portato il risultato a casa ma il boss non aveva chiesto approfondimenti. Non gli interessava il canale ma solo l’assoluzione. L’avvocato, dunque, aveva un mandato aperto che esclude il rapporto di sudditanza tipico dei clan mafiosi a struttura verticistica. Aveva un rapporto fiduciario e da pari grado.

 

È vero? È senz’altro verosimile. Ritengo che il Tribunale abbia creduto a Iovine e, in fondo, allo stesso Bidognetti, che ha detto di non aver mai conosciuto, se non a cose fatte, il contenuto autentico di quell’istanza di legittima suspicione. Non poco, nella decisione, deve aver influito un elemento visibile sia pur extraprocessuale: Michele Santonastaso ha partecipato al dibattimento da detenuto, in virtù dell’accusa di associazione mafiosa contestatagli in un altro processo nel quale il pubblico ministero ha chiesto la sua condanna a 22 anni di carcere. Non esiste ancora una sentenza ma più giudicati cautelari hanno confermato il ritratto a tinte fosche che del penalista ha tracciato la Dda di Napoli.

FRANCESCO BIDOGNETTI FRANCESCO BIDOGNETTI

 

Poi c’è l’altra questione, la lettura sociologica di quanto accadde il 13 marzo 2008 in un contesto che esula dalla visione tradizionale dei codici mafiosi ma guarda invece a quelle trasformazioni morfologiche del mafioso del terzo millennio. Contesto tutt’altro che semplice, tipico delle ambientazioni di Leonardo Sciascia (Todo modo, per esempio) con il quale, durante l’intero dibattimento, si era dovuto confrontare Antonello Ardituro, il magistrato che aveva portato in aula Santonastaso e due dei capi casalesi con l’accusa di aver esposto i colleghi Cantone e Cafiero de Raho, Roberto Saviano e la sottoscritta, a un grave rischio di morte.

 

uomo della scorta di aldo moro assassinato roma 16 march 1978 uomo della scorta di aldo moro assassinato roma 16 march 1978

Il fatto è che giornalisti e opinionisti, a partire da me, si affannano a parlare dell’avvento della borghesia mafiosa che ha soppiantato i vecchi boss con la coppola storta e la lupara; ma poi, quando si scontrano con un vero borghese mafioso, con un professionista prestato alla mafia non lo riconoscono. Quando lo incontrano cercano mille pretesti per non tributargli la patente di mafiosità. Vorrebbero che fosse armato e che parlasse lo slang casalese e che indossasse la vecchia divisa, così rassicurante con le sue macchie di sangue e il suo visibile potere di minaccia. È anche per questo che quando una sentenza finisce per condannare il colletto bianco e assolvere i vecchi mafiosi, ci si straccia le vesti gridando alla giustizia negata.

 

L AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MORO

Ma io, che quella vicenda ho vissuto da cronista e da parte del processo, penso che, aldilà dei tecnicismi giuridici e della capacità di resistenza della decisione in tutte le fasi del giudizio, la storia può essere andata davvero così.

 

E che l’avvocato, quel giorno, per difendere i suoi clienti difese anche se stesso, che per una volta e nel processo più importante - quello che conosciamo con il nome di Spartacus - non era stato in grado di mantenere le promesse: perché uno scrittore aveva diffuso in tutto il mondo le gesta dei Casalesi (e per certe trattative sotterranee c’è bisogno di silenzio);

 

L AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MOROL AGGUATO DI VIA FANI DELLE BRIGATE ROSSE PER RAPIRE ALDO MORO

perché due magistrati di Procura avevano ostinatamente difeso il ruolo dei collaboratori di giustizia; perché una giornalista non accomodante aveva dato voce ai sospetti sulla bontà di alcune sentenze emesse dal giudice che alla celebrazione di Spartacus doveva essere destinato e che invece fu costretto a rinunciare. Per la cronaca, lo stesso giudice di cui ha parlato Antonio Iovine.

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