IL SENATO SI DECIDE CON IL LANCIO DELLA MONETINA! – MONTI, ALTRO CHE AGO DELLA BILANCIA, SE ANCHE LA CAMPANIA VA AL PDL, LA SUA SCELTA CIVICA VERRA SCHIACCIATA DALLA GRANDE COALIZIONE. E SI DIRA’: MONTI CHI? - PRODI RIVIVE L'INCUBO-PAREGGIO: “ANALOGIE COL 2006. PER PD E SEL CORRERE SEPARATI AL SENATO E' UNA SCOMMESSA. IO ALLORA VOLEVO UN LISTONE UNICO NELLE REGIONI IN BILICO MA MI FU NEGATO DAI PARTITI”…

1 - MAGGIORANZA DA COSTRUIRE SE 2 REGIONI-CHIAVE VANNO AL PDL
M. Antonietta Calabrò per il "Corriere della Sera"

«Toss up». Per il Senato e quindi per il futuro governo, la partita è aperta, è come quando si lancia in aria una monetina, «toss up», appunto. Le due coalizioni (centrosinistra e centrodestra) sono distanti circa un dieci per cento, con in testa il centrosinistra, ma.... Ma per effetto del diverso premio attribuito dal Porcellum (su base nazionale alla Camera e su base regionale a Palazzo Madama), la maggioranza della coalizione guidata da Pier Luigi Bersani è netta a Montecitorio, mentre al Senato sarà l'esito di alcune Regioni-chiave a sancire se il centrosinistra potrà «fare da solo» o se Monti e la sua «Scelta civica» potranno essere l'ago della bilancia.

Il premier, infatti, non ha alcuna possibilità di vincere alla Camera né in alcuna regione al Senato. In queste condizioni, per poter pesare nella formazione del prossimo governo, Monti deve sperare che Berlusconi vinca in alcune delle Regioni in bilico. Se questo accadesse i seggi del «partito di Monti» diventerebbero decisivi al Senato per fare il governo sulla base di una alleanza con la coalizione di centrosinistra. Paradossalmente, insomma, Monti deve «tifare» Berlusconi.

Scenari ipotizzati dal politologo Roberto D'Alimonte che sul Sole24ore ha analizzato le rilevazioni condotte da Ipsos (l'Istituto di Nando Pagnoncelli) in tre Regioni considerate decisive. Innanzitutto la Lombardia, il cosiddetto «Ohio» italiano, uno swing state che però assegna ben 49 seggi a Palazzo Madama (cioè un sesto di tutti i senatori), e quindi «pesa» come la California nelle elezioni presidenziali americane. Poi la Sicilia e terza, è questa la vera sorpresa, la Campania. Dove la lista capitanata dall'ex aggiunto della Procura di Palermo, Antonio Ingroia, «Rivoluzione civile», sostenuta dal sindaco di Napoli, De Magistris, sta «cannibalizzando» il Pd.

Per D'Alimonte in queste tre Regioni l'esito del voto è oggi assolutamente imprevedibile con una sostanziale parità tra centrodestra e centrosinistra al 32,5%. La supremazia di una coalizione sull'altra, anche di un voto soltanto, per effetto del premio di maggioranza regionale significherebbe in Lombardia 27 seggi al primo classificato e solo 12 al secondo: uno scarto notevole.

Anche in base alle analisi di Fabio Fois, European Economist presso Barclays Capital, la divisione di investment banking della Barclays Bank, basterà al Pd-Sel perdere la Lombardia e anche una qualsiasi altra Regione, per stare «sotto» - con 157 seggi - la maggioranza assoluta al Senato che è costituita da 158 senatori eletti, esclusi i senatori a vita. Se la coalizione di Bersani invece dovesse perdere Lombardia, Sicilia e Veneto avrebbe solo 149 senatori (9 in meno della maggioranza assoluta).

«Certamente, stando ai nostri calcoli, qualora la coalizione Pd-Sel non riuscisse a vincere in Lombardia e in una delle altre Battleground-regions, l'eventuale supporto delle forze centriste al Senato diventerebbe cruciale per la governabilità», dice Fois.

Per Andrea Lenci, di Scenaripolitici.com, Monti ha molte chance. Parte da una premessa generale, Lenci. «L'elettorato in questa fase è molto mobile, tipico dell'inizio delle campagne elettorali. Stiamo vedendo qualcosa di già sperimentato nel 2006 dove l'elettorato "moderato", dopo essersi rifugiato nell'astensione o nella protesta (M5s) torna ad esprimersi». Ricorda che «nel 2006 ci fu una buona rimonta di Berlusconi che convinse buona parte dei suoi ex elettori a rivotarlo». Ma subito Lenci aggiunge: «Ora gli stessi elettori stanno tornando, ma stanno andando verso Monti per la gran parte».

Monti leader dei moderati? «In effetti tutto questo ha una logica, l'elettore stanco del centrodestra che non è convinto dal centrosinistra e nemmeno da Fini e Casini, trova un nuovo movimento "moderato" al centro della scena. Un'alternativa importante e che pesca anche nel Pd. Per le prossime settimane i trend potrebbero continuare, se Monti dovesse crescere ulteriormente, e noi lo diamo in forte crescita, non escludo terremoti».

Resta un fatto. Se Pd-Sel dovessero davvero perdere anche la Campania (oltre a Lombardia, Veneto e Sicilia) la loro quota di senatori scenderebbe di almeno altri dieci seggi e allora forse potrebbe non bastare neppure il «fattore Monti» per dare al Paese un governo. Potrebbe delinearsi uno scenario, evocato da Berlusconi nei giorni scorsi, da «grande coalizione».

2 - E PRODI RIVIVE L'INCUBO-PAREGGIO: «ANALOGIE COL 2006»
Francesco Alberti per il "Corriere della Sera"

Che notte, quella notte: o no? Romano Prodi sbuffa, lontano da nostalgie e romanticismi: «Beh, insomma, più che trionfale, anche se vincemmo le elezioni e andammo al governo, la ricordo come estenuante...».

Era la notte del 9 aprile 2006 e il Professore, sulla carta strafavorito con la sua Unione rispetto al centrodestra berlusconiano, dovette attendere ore, nell'abitazione romana di amici, prima di poter annunciare una vittoria che, netta alla Camera (340 seggi), si rivelò al Senato più scivolosa di una saponetta, inevitabilmente foriera di una stagione di governo vissuta sul filo dei voti e dei raffreddori dei senatori a vita (determinanti a Palazzo Madama dove, tolti il presidente del Senato, Franco Marini, e il transfuga, Sergio De Gregorio, la situazione tra i due poli divenne di assoluta parità: 157 a 157).

Ride il Professore, ora più che mai in versione africana, totalmente calato nel ruolo di inviato speciale dell'Onu nel Sahel, terra, quella sì, di guerra vera: «Vincemmo per un pelo. Il mio stato d'animo? Quando l'incertezza dura così a lungo subentra inevitabilmente una sorta di atarassia: io sono uno di quelli secondo i quali nella vita non ci si può emozionare troppo a lungo....».

Sette anni dopo: e siamo daccapo. Prodi, da spettatore interessatissimo (ha votato alle primarie tra Bersani e Renzi e pure a quelle per i parlamentari), se da un lato avverte forte il rischio del pareggio al Senato («Le analogie con il 2006 ci sono, eccome, purtroppo»), dall'altro coglie nell'attuale scenario differenze tutt'altro che irrilevanti. Se allora l'unico e immodificabile canovaccio era il «muro contro muro», Prodi contro Berlusconi, «ora la platea dei soggetti - afferma - è diversa, più variegata».

Il riferimento, più che al M5S di Grillo, destinato all'opposizione, è ai centristi, che, come rivelano anche le analisi elettorali di questi giorni, pur non conquistando alcuna regione, potrebbero giocare un ruolo determinante negli equilibri di Palazzo Madama: «Se nessuno prevale - prosegue il due volte ex premier -, è chiaro che si apre la strada ai compromessi. E' normale: in Germania, dove da tempo non c'è un partito dominante, la via è quella delle coalizioni. Stessa cosa, stavolta, potrebbe avvenire da noi...». Tra il centrosinistra e i montiani, presidente? «Possibile. Dipenderà dalla campagna elettorale, se sarà o no particolarmente sanguinosa».

Parlare di Porcellum con Prodi è come infilare la mano nella bocca di un leone: si rischia l'amputazione. «E' la peggior legge elettorale nella storia della nostra Repubblica» scrisse nel settembre scorso, aggiungendo la sua firma a quelle di un milione e 200 mila italiani che speravano in un referendum abrogativo (poi disinnescato dalla Corte costituzionale).

E ben di peggio disse nel 2005, quando fu approvata, denunciandone l'illegittimità sia sotto il profilo costituzionale (e non mancarono scintille con l'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che quella legge firmò), che dal punto di vista della moralità politica («E' una norma voluta unicamente per impedire a chi vince di governare, un colpo tremendo all'autorevolezza delle istituzioni»).

Idee che il passare del tempo non ha mutato: «Il Porcellum - dice - deforma la realtà: a guardare i risultati di Camera e Senato sembra di votare in due differenti Paesi». Eventuali antidoti? Sospirone: «Il primo è banale: fare il pieno di voti in Regioni cruciali come Lombardia, Campania, Sicilia». Ma è meglio presentarsi al Senato con un listone, come hanno deciso i centristi di Monti, o con due liste, come faceste voi dell'Unione nel 2006 e come faranno Pd e Sel?

«E' una scommessa, bisogna captare le aspettative dell'elettorato: in certi casi premia l'unione delle liste, in altri no. Io nel 2006 volevo andare con un listone in regioni in bilico come Piemonte, Lazio, Campania, ma mi fu negato dai partiti. Salvo poi, anni dopo, ammettere che avevo ragione...».

Ora il tifo prodiano è tutto per il Pd e per il suo leader Bersani, a cui l'altro giorno l'«Economist» ha tirato la volata (per quel che conta), ricordando anche gli sforzi del secondo governo Prodi in tema di risanamento: «Mi ha reso molto orgoglioso: nonostante le difficoltà, quell'esecutivo resta l'unico ad aver fortemente abbassato il rapporto tra debito e Pil negli ultimi 20 anni, compreso il governo Monti...».

 

 

 

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