SE LO FA IL BANANA È “MERCATO DELLE VACCHE”, SE LO FA BERSANI È “SCOUTING”

1 - DIZIONARIO DELL'INCIUCIO
Marco Travaglio per "Il Fatto Quotidiano"

I 5 Stelle che han votato Grasso contro Schifani sapevano bene chi è Schifani e hanno scelto il meno peggio, cioè Grasso. Ma non avevano la più pallida idea di chi è Grasso, e questo è un bel problema. Specie per chi dice di informarsi sul web per sfuggire alla propaganda di regime. Se l'avessero fatto davvero, avrebbero scoperto che il dualismo Schifani-Grasso era finto. Schifani è sempre piaciuto al Pd, che infatti 5 anni fa non gli candidò nessuno contro, votò scheda bianca e mandò la Finocchiaro a baciarlo sulla guancia.

Quando poi il sottoscritto raccontò in tv chi è Schifani, i primi ad attaccarmi furono Finocchiaro, Violante, Gentiloni, il direttore di Rai3 Ruffini e Repubblica. Schifani era il pontiere dell'inciucio Pdl-Pd. Così come Grasso che, per evitare attacchi politici, s'è sempre tenuto a debita distanza dalle indagini più scomode su mafia e politica, mentre altri pm pagavano e pagano prezzi indicibili per le loro indagini.

Nessuno l'ha scritto, nei soffietti al nuovo presidente del Senato: ma Grasso, quando arrivò alla Procura di Palermo nel 2000, si ritrovò Schifani indagato per mafia e lo fece subito archiviare (l'indagine fu riaperta dopo la sua dipartita). Così, un colpo al cerchio e uno alla botte, divenne il cocco del Pdl (che lo impose alla Pna, estromettendo per legge Caselli), del Centro (che voleva candidarlo) e del Pd (che l'ha candidato).

Ma ciò che conta in politica non è la verità, bensì la sua percezione: perciò sabato era difficile per i grilli siculi non votare un personaggio da tutti dipinto come un cavaliere senza macchia e senza paura. Anche stavolta i media di regime ce la mettono tutta per fare il gioco dei partiti, con il sapiente dosaggio di mezze verità e mezze bugie e il dizionario doppiopesista delle grandi occasioni.

Leninismo. La regola base della democrazia è che si decide a maggioranza e chi perde si adegua o esce (salvo poche questioni che interpellano la coscienza individuale). Così ha fatto M5S sui presidenti delle Camere, decidendo a maggioranza per la scheda bianca. Ma, siccome non piace al Pd, la minoranza diventa democratica e la maggioranza antidemocratica. "Leninista", dice Bersani, senza spiegare con quale metodo democratico è passato in 48 ore dall'offerta delle due Camere a Monti e M5S, al duo Franceschini-Finocchiaro, al duo Boldrini-Grasso.

Dissenso. Da che mondo è mondo il parlamentare che approfitta del segreto dell'urna per impallinare il suo partito è un "franco tiratore". Ma, se è di M5S, la sua è una sana manifestazione di dissenso contro la pretesa di Grillo di telecomandarlo.

Indipendenza. Per vent'anni, se uno passava da destra a sinistra era un "ribaltonista", mentre se passava da sinistra a destra era un "responsabile". Ora, se un grillino porta acqua al Pd è un bravo ragazzo fiero della sua indipendenza; se resta fedele al suo movimento e ai suoi elettori, è un servo del dittatore Grillo.

Scouting. Quando B. avvicinava uno a uno gli oppositori per portarli con sé, era "mercato delle vacche", "compravendita", "voto di scambio". Se Bersani sguinzaglia gli sherpa ad avvicinare i grillini uno a uno, è "scouting" e odora di lavanda.

Epurazione. Se Pd, Pdl, Udc, Lega espellono un dirigente che ha violato le regole, è legalità. Se lo fa M5S, è "epurazione".

Rivolta. Ci avevano raccontato che Adolf Grillo e Hermann Casaleggio lavano il cervello al popolo del web e censurano sul blog i commenti critici (un po' incompatibili col lavaggio del cervello). Ora scopriamo che c'è la "rivolta del web" pro-dissenzienti. Ma anche, dal sondaggio di Mannheimer sul Corriere, che il 70% degli elettori M5S è contro l'inciucio col Pd. Gentili tromboni, potreste gentilmente mettervi d'accordo con voi stessi e poi farci sapere come stanno le cose, possibilmente chiamandole col loro nome?

2. GRASSO, L'ATTENTATO CHE VISSE DUE VOLTE

Da "Il Fatto Quotidiano"

Niente è più inedito di quello che è già stato scritto. Capita così che il neopresidente del Senato, Pietro Grasso, annoti di un attentato mancato nei suoi confronti e che la stampa si produca in titoli a effetto sulla notizia venduta per nuova. Poi succede, però, che le persone che le carte le hanno lette, e che a volte quelle storie le hanno vissute sulla propria pelle, ricordino il vero svolgersi degli avvenimenti.

"Il 6 giugno del 1997 in aula a Firenze davanti alla corte di Assise e al pm Gabriele Chelazzi, durante il processo per le stragi del 1993, Gioacchino La Barbera, collaboratore di giustizia, a pagina 23 e 24 del verbale di deposizione, ci ha raccontato per filo e per segno il mancato attentato al Procuratore Grasso". È Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, a chiedere: "Ma dove eravate negli ultimi 20 anni?".

 

 

Marco Travaglio GRASSO E BOLDRINIRENATO SCHIFANI ANNA FINOCCHIARO

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