SI METTE MALE PER GIORGIA MELONI: TRA LE "VITTIME" DELLA NUOVA GUERRA DEL GOLFO C’E’ IL REFERENDUM - LA CRISI IN IRAN TOGLIE SPAZIO ALLA CAMPAGNA PER IL SÌ. NEANCHE LA FRASE DELLA PREMIER SUI “GIUDICI CHE BLOCCANO I RIMPATRI DEGLI STUPRATORI” HA DISTOLTO L'ATTENZIONE DAL CONFLITTO - “LA STAMPA”: “PER LA DESTRA IN QUESTA SITUAZIONE È PIÙ DIFFICILE PORTARE L’ELETTORATO ALLE URNE. SE PRIMA IL REFERENDUM ERA SOLO CONTRO GIORGIA, CHE AVEVA FATTO DI TUTTO PER "POLITICIZZARE" IL VOTO, ORA DIVENTA CONTRO MELONI ANCHE IN QUANTO "AMICA DI TRUMP". DENTRO FDI SI TEMEVA CHE FINANCO IL SUPPORTO LOGISTICO AGLI AMERICANI POSSA ESSERE PAGATO NELLE URNE…”
Alessandro De Angelis per "la Stampa- Estratti
Tra le vittime più o meno illustri della nuova Guerra del Golfo c'è anche il referendum sulla giustizia. Come è naturale che sia, della questione, tutta domestica, se ne parla assai meno.
E comunque, anche quando se ne parla, l'attenzione è bassa: nei talk sul tema scende la curva degli ascolti, nei giornali compare tra le notizie non in primo piano. Già prima (della guerra) non c'era tutto questo clima da ordalia finale, figuriamoci ora col Medioriente in fiamme.
Neanche la frase di Giorgia Meloni sui «giudici che bloccano i rimpatri degli stupratori», che in altri tempi avrebbe scatenato un putiferio, ha distolto l'attenzione dal macro-tema e così, a girare in lungo e in largo l'Italia, è rimasto il ministro Carlo Nordio.
Insomma, non ci vuole una Cassandra per prevedere, in questo clima, una scarsa partecipazione alle urne dal momento che nulla, ma proprio nulla, suggerisce tempi brevi per la soluzione della crisi iraniana. Anche prendendo per buone le famose «quattro settimane» di Trump – e ci vuole un bello sforzo di autoconvincimento – il referendum si celebrerà sempre in mezzo al fuoco e alle fiamme mediorientali.
Bel problema per il governo: se fino a sabato scorso, giorno dell'attacco, portare a votare il suo elettorato era un problema, ora diventa un'ardua impresa. La sinistra invece potrebbe trarne un vantaggio. Non solo perché il disinteresse generale impatta meno sugli elettori dell'attuale opposizione, da sempre più motivati ad andare a votare.
DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI - MEME BY EDOARDO BARALDI
Ma anche per un'altra ragione: se prima il referendum era solo contro Giorgia Meloni che, in un impulso di autolesionismo, aveva fatto di tutto per "politicizzare" il voto, ora diventa contro Meloni anche in quanto "amica di Trump". E più dura la guerra più questo sentiment si accende. Non a caso, in un clima da psicosi, ieri dentro Fdi si temeva che financo il sopporto logistico agli americani possa essere pagato nelle urne.
Ecco, attorno al fattore Trump si registra un certo imbarazzo della premier italiana. La questione riguarda certo il referendum, ma va ben oltre. Giorgia Meloni parla poco su tema, e senza mai esprimere un giudizio politico o chiarire il "che fare". Per evitare il caso, è stata costretta ad annunciare che andrà in Aula l'11 marzo, dopo aver a lungo tergiversato.
Di fatto, si è nascosta dalla guerra. Non è solo cautela o imbarazzo per essere stati esclusi dal circuito di comunicazione della Casa Bianca sull'attacco. Con buona pace della nota retorica del "ponte" tra Europa e Stati Uniti, contiamo assai poco. A questa difficoltà, tutta politica, si aggiunge qualcosa di più profondo: il timore che, essere associati a Trump, faccia perdere la connessione col senso comune delle persone.
In fondo, basta sentire cosa si dice nei bar, in ufficio, alla bocciofila: Trump è visto come un prepotente, un bullo, insomma un «matto» che accende focolai solo in nome degli affari suoi, fregandosene del resto. Finché si parla di Venezuela, Groenlandia o dazi non va comunque bene, in un mondo così interconnesso, ma almeno è lontano da noi.
Col Medioriente a due passi e i droni che arrivano a Cipro, la sensazione diventa di pericolo imminente.
Peraltro amplificata da una comunicazione da film di guerra hollywoodiano: «Li massacriamo», «siamo in grado di fare la guerra per sempre», aerei che nei video della Casa Bianca decollano sulle note della Macarena.
Se poi questo pericolo, in termini di sicurezza, si somma al portafoglio più leggero quando vai a fare il pieno di benzina o alle borse che bruciano anche i denari del famoso ceto medio, la questione si fa seria.
L'Italia è un paese che ama il quieto vivere, non le avventure. E proprio in nome di questo finora ha premiato la navigazione del governo, che non brilla per realizzazioni ma ha garantito stabilità, anche barcamenandosi con l'inquilino della Casa Bianca. E rischia di pagarlo anche nella sua constituency, perché esiste un pezzo di destra che per ragioni politiche e ideologiche è contraria alla guerra. Basta sfogliare la Verità, che ha ospitato, tra i vari interventi critici, quello del generale Vannacci. E' il mondo permeato di simpatie filorusse e ma anche custode dell'ortodossia Maga.
Esattamente il problema che lo stesso Trump ha in casa.
La morale della storia è che di fronte a questo "troppo Trump", che destabilizza in modo arbitrario le nostre vite, lo sfoggio della "special relationship" comincia a essere percepito come irrilevante se non dannoso. Se l'idea era "facciamocelo amico" per avere qualche vantaggio, non funziona.
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