LETTERA DI FELTRI A FINI - “CARO PRESIDENTE, PERSONALMENTE, CREDO NELLA SUA BUONA FEDE. È PROBABILE CHE SIA STATO IMBROGLIATO, FORSE DALLA SUA STESSA FAMIGLIA - PERCHÉ DUE ANNI FA TUTTI ERANO DALLA SUA PARTE, MENTRE ORA SONO TUTTI CONTRO DI LEI. CHE COS’È SUCCESSO? ALL’EPOCA LEI ERA SIMPATICO PERCHÉ COMBATTEVA IL BERLUSCONISMO. ORA GLI STESSI TIFOSI DI ALLORA NON HANNO PIÙ BISOGNO DI UN ALLEATO SCOMODO, E LE HANNO VOLTATO LE SPALLE”….

Vittorio Feltri per Il Giornale

Caro presidente Fini, questa lettera non ha scopi polemici. È un chiarimento.
Come ricorderà, fummo noi del Giornale - allora diretto da me - a creare lo scandaletto dell'appartamento di Montecarlo, avuto in eredità da An grazie a una nobildonna orobica, poi venduto dal partito e, non si sa bene come, finito in uso a suo cognato. Mi rendo conto: al confronto delle schifezze che si vanno scoprendo quotidianamente nel mondo politico, questa è una sciocchezza. Ma la notizia c'era, e noi la pubblicammo. Fummo travolti dal fuoco amico suo, presidente; la stampa di sinistra o, meglio, antiberlusconiana ci coprì di improperi. Ci appiccicò un'etichetta poco simpatica: «macchina del fango».

D'altronde, pochi mesi prima noi eravamo stati protagonisti del cosiddetto «caso Boffo», dal nome del direttore di Avvenire condannato per molestie. La notizia era fondata, uno dei documenti che la corredavano si rivelò invece tarocco, e ciò fu colto a pretesto per impallinare me. Mi difesi invano. Il clima mi era ostile e fui sospeso per tre mesi dall'Ordine dei giornalisti. Sempre meglio della galera.

Questo per dire che a quei tempi (due anni fa, non due secoli) faceva comodo far passare l'idea che Il Giornale fosse davvero la «macchina del fango». Feltri fu fatto fuori con irrisoria facilità. Aveva contro tutti: la Chiesa, la sacrestia, i progressisti, i colleghi, i finiani, i boy scout, anche la mia portinaia. Pazienza, il vittimismo comunque non è il mio forte. Cito questo episodio minore per segnalare che il vento è cambiato.

Infatti L'Espresso , settimanale al di sopra di ogni sospetto di berlusconismo, nel numero in edicola ha praticamente confermato che la vicenda del quartierino nel Principato di Monaco non era impastata col nostro fango, bensì vera. Adesso si scopre che non avevamo raccontato balle, e mi pare che lei sia rimasto turbato. Personalmente, credo nella sua buona fede. È probabile che sia stato imbrogliato, forse dalla sua stessa famiglia. Sta di fatto che la realtà è diversa da come lei la descriveva. Possibile che ora non abbia nulla da precisare? Lei disse in tv: qualora risultasse che la casa di Montecarlo è stata acquistata da mio cognato, non esiterei a dimettermi. Non le chiedo di farlo, non ne ho i titoli né mi interessa che lei se ne vada.

Mi preme invece farle notare un dettaglio importante. Perché due anni fa tutti erano dalla sua parte, e contro Il Giornale «macchina del fango», mentre ora sono tutti contro di lei. Che cos'è successo? All'epoca lei era simpatico perché combatteva - forse con qualche ragione, solo qualche - il berlusconismo, pur essendo il numero due del Pdl. E ciò era assai apprezzato dall'opposizione, che la incoraggiava a continuare nella battaglia e, quindi, non badava a piccole questioni immobiliari. Era disposta a sorvolare su simili «incidenti» e ad accusare noi di cialtroneria perché osavamo porli in rilievo. In pratica i progressisti la spalleggiavano per convenienza politica. Lei era considerato un fantastico cavallo di Troia e aveva tanti tifosi.

Ora gli stessi tifosi di allora non hanno più bisogno di un alleato scomodo, con un passato neofascista che potrebbe rovinare i loro piani elettorali, e le hanno voltato le spalle. Cercano di scaricarla, immemori dei favori ricevuti. Perché non la vogliono più fra i piedi?
Il Pd per vincere le elezioni ha necessità di stringere patti con l'Udc e con il Sel di Nichi Vendola. Ma se lei - ex fascista - va a braccetto con Pier Ferdinando Casini, questi come può essere accolto nella coalizione ex comunista? Insomma, un Fini ufficialmente ospitato nella sinistra imbarazza il Pd e i vendoliani (che già faticano a digerire lo stesso Casini).

Meglio sbarazzarsi di lui. Non sia mai che i compagni chiamati a votare Pd e soci vengano frenati dalla presenza in lista di un postfascista. Tutto qua. E non è poco. Caro presidente, ha notato che molti le chiedono di «licenziarsi»? Lo fanno perché la giudicano un ingombro. Lei ormai non serve più, non è culturalmente né politicamente omogeneo ai disegni di Pier Luigi Bersani. Desiderano scaricarla, e le rivelazioni dell'Espresso vengono colte al volo dai progressisti per liberarsi di un peso. Silvio Berlusconi non costituisce attualmente una minaccia. Che farsene di un uomo che la base della sinistra non gradisce? Glielo dico con spirito amichevole. L'hanno usata come un taxi. Molto utile per un tratto di strada. Ma, a fine corsa, tanti saluti e nemici come prima.
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