DIPARTITO DEMOCRATICO - LA SINISTRA HA PASSATO VENT’ANNI A INFAMARE IL “PARTITO AZIENDA” DI BERLUSCONI E OGGI NON FIATA DAVANTI AL DUCETTO RENZI CHE METTE TUTTI IN RIGA, TRASFORMANDO IL PARTITO IN UNA SIGNORIA

1 - È GIÀ IL PARTITO DI MATTEO? PER ORA C'È "FORZA RENZI!"
Jacopo Iacoboni per "la Stampa"

«Forza Renzi». E d'incanto, passeggiando ieri a Milano, l'incubo più incubo di bersaniani, dalemiani e varie altre fresche tribù della sinistra era diventato realtà: la mutazione antropologica compiuta, la devastazione finale, il leaderismo becero fatto e finito. Insomma: dal Pd a «Forza Renzi».

Lo striscione se ne stava lì, sfrontato in mezzo a corso Buenos Aires, davanti a Porta Venezia, accanto al negozio di Hilfiger e alla pubblicità, giallognola e rossa, di un sexy shop (poi bisognerà riflettere sulla simbologia di queste vicinanze). «Forza Renzi». La scritta rossa, una firma in verde, «Gli amici di Milano», la faccia di Renzi sulla sinistra, e sulla destra un gruppo di ragazzi - alla minoranza del Pd dovranno certamente sembrare dei giovani berlusconiani, forse peronisti - che esultano. Inaudito.

Nei giorni in cui l'unica scelta assennata sarebbe mettere il nome di Renzi nel simbolo alle europee - accanto al logo Pd? in grande? in piccolo? o addirittura, blasfemia, solo il nome Renzi? - l'improvvisa epifania dello striscione milanese colpiva molti. «Sarà l'inizio di una campagna personalizzata?», domandava per esempio Gad Lerner.

No, nessuna campagna personalizzata, né nel Pd, né nei comitati renziani milanesi nessuno ha lanciato una campagna, e neanche in «Milano metropoli», l'associazione che si costituirà come il referente di tutti i comitati renziani. Lo striscione è opera dei commercianti di quel tratto di Buenos Aires.

E qui si apre un interessante capitolo: lo stesso gruppo di persone in passato ha già partorito, almeno altre tre volte, trovate analoghe, e sempre per la destra, mai per un uomo del centrosinistra. Fecero uno striscione per il Senatùr (tutto verde, è gente pragmatica), «W Bossi re del nord!!»; acclamarono la Moratti sindaca del berlusco-leghismo, «Buon Natale per Letizia»; soprattutto organizzarono una rumorosa iniziativa per chi? Ovviamente per lui, il Silvio: nel 2009 gli fecero lo stesso omaggio durante una manifestazione per rilanciare il suo governo, già abbastanza moribondo.

Paolo Uguccione, uno di questi commercianti, spiega il senso: «Oggi Renzi è il meglio sul mercato. Peccato sia del Pd, un partito litigioso». E ora ripetiamo il mantra: è una bestemmia, uno scandalo, basta col leaderismo e meglio perdere coi voti di sinistra che vincere coi voti dei commercianti.

2 - LA «DITTA PD» CHIUDE PER LUTTO ORA COMANDA SOLO IL PADRONE
Laura Cesaretti per "il Giornale"

L'ex spin doctor di Bersani, Miguel Gotor, la dice così: «Finché soffia il vento, non si può che seguirlo». Il vento è quello che soffia nelle vele di Matteo Renzi, i suoi seguaci- alquanto sballottati dalle raffiche- sono le diverse anime della minoranza Pd. Il variegato fronte anti-renziano (bersaniani, lettiani, cuperliani, civatiani, giovani turchi e chi più ne ha più ne metta) che, al di là dei propositi bellicosi enunciati dai più irruenti, tipo Stefano Fassina, si è quasi rassegnato ad un'idea tutta nuova, a sinistra: la "Ditta" è stata chiusa, e oggi il Pd si sta trasformando nel partito del leader.

Anni passati a dire peste e vituperio del «partito padronale» di Berlusconi, ad esorcizzare l'idea blasfema dell'«uomo solo al comando», a rivendicare la diversità della sinistra, «noi siamo una comunità, il Pd non diventerà mai la salmeria del capo », come avvertiva Bersani. E ora tutti lì muti ad ascoltare Renzi che spiega che alle Europee no, ma alle prossime elezioni politiche il nome sulla del leader sulla scheda ci sarà eccome. E che chiede - e vince - la conta sulle sue proposte, «prendere o lasciare».

«E che dovremmo fare?»,si interroga un bersaniano pronto alla pugna come Nico Stumpo, regista della macchina schiacciasassi delle primarie 2012, perse da Renzi. «Quello è come Re Mida, ciò che tocca si trasforma in oro, le cose più indigeste diventano appetitose: chi sarebbe così scemo da mettersi di traverso?».

Certo, i tentativi di frenare l'avanzata del premier e delle riforme a getto continuo che intende portare a casa ci sono, ma assai meno convinti di come appaiano. La sinistra Pd vuole fare una bandiera della sua opposizione al decreto Poletti sul lavoro, cercando una sponda identitaria nella Cgil. Avverte che «in commissione Lavoro siamo maggioranza noi», e che il presidente Cesare Damiano farà scudo col suo corpo contro le «forzature» del governo.

«Così com'è il decreto non passa, questo è poco ma sicuro», tuona Guglielmo Epifani che, da buon sindacalista, sa che bisogna entrare in una trattativa suonando la grancassa, per poter sbandierare come conquista il poco che si ottiene. Come stiano in realtà le cose lo dice, a taccuini chiusi, un cuperliano: «Renzi si è appositamente lasciato dei piccoli margini di trattativa, ce li concederà e noi canteremo vittoria annunciando di aver ottenuto grandi passi avanti. Poi voteremo con lui».

D'altronde, fa notare il giovane turco Matteo Orfini, «a tirar troppo la corda si rischia pure di passare per i conservatori che ostacolano le riforme e negano il lavoro ai giovani», anche perché è chiaro a tutti che Renzi non avrebbe remore a muovere l'accusa ai suoi compagni di partito. Anche sulla riforma del Senato, araba fenice dell'ultimo ventennio, i margini di manovra per ostacolarla non sono proprio autostrade.

«Ci sono buone possibilità che si faccia nei tempi previsti», ammette Gotor, «anche perché sui tre paletti posti da Renzi (il Senato non voterà più la fiducia, sarà a costo zero e non elettivo, ndr ) la maggioranza del Pd ci sta, e un aggiustamento che metta tutti d'accordo è possibile».

Ad esempio,spiega,sull'elettività è possibile un compromesso che veda i senatori eletti nelle liste dei Consigli regionali, e quindi comunque «a costo zero».Martedì si riuniscono (separatamente) i bersaniani e i «turchi», il 12 aprile i cuperliani chiamano a raccolta tutte le aree per discutere di «dove va il Pd». In realtà, a dividere le correnti è innanzitutto una cosa: chi si intesterà il ruolo di interlocutore del leader, entrando nel governo del partito? Perché una cosa è chiara a tutti: per il momento, il Pd va dove dice Renzi.

 

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