ARIDAJE! COSI’ LA “SOTTOCULTURA” BERLUSCONA AVREBBE RIEMPITO IL VUOTO LASCIATO DALL’EGEMONIA DELLA SINISTRA

Massimiliano Panarari per "la Stampa"

C'era una volta, in Italia, l'egemonia culturale della sinistra. Durata a lungo - anche se tutt'altro che incontrastata e indiscussa - e dotata di radici abbastanza salde. Il tutto fino all'inizio degli Anni Ottanta, quando, puf!, è svanita - forse anche perché, come avrebbe commentato il Karl Marx di una celebre citazione divenuta il titolo di un testo di Marshall Berman, «tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria».

E alquanto solido, infatti, era risultato l'ascendente degli intellettuali delle varie famiglie della sinistra nel soft power dell'Italia degli scorsi decenni (dall'editoria ai giornali, sino al cinema), mentre il «potere duro» e i centri decisionali politici ed economici rimanevano fermamente in mano ad altri.

Poi, con l'avvento della sempre più liquida epoca del riflusso, gli equilibri, anche in campo culturale, sono cambiati, e si è assistito, in certo qual modo, all'avvento del gramscismo rivisto (e massicciamente applicato) da destra. Un tema tornato recentemente d'attualità, tra libri, polemiche culturali e voci (da Gianni Cuperlo a Fabrizio Barca) che tornano sull'argomento in un Pd da anni assai distratto.

Le avvisaglie della «controrivoluzione» dell'egemonia si son viste, naturalmente, oltre Atlantico, dove il reaganismo arrivò al potere attraverso un articolato progetto di riconquista dell'immaginario e della cultura, sviluppato con efficacia anche mediante una fitta rete di think tank , riviste, centri di ricerca, giornali e teste d'uovo.

In La società dell'uguaglianza (Castelvecchi, pp. 371, € 25), il professore del Collège de France Pierre Rosanvallon descrive la crisi delle società liberaldemocratiche nei termini di un cambio di paradigma che ha legittimato la disuguaglianza e l'esclusione sociale (con il disastroso «effetto collaterale» del populismo), indotto proprio dall'egemonia culturale del neoliberismo.

Diversi anni dopo l'affermazione del primato ideologico dell'edonismo reaganiano, a giudizio di alcuni studiosi, il berlusconismo arrembante è riuscito a compiere un'operazione analoga dalle nostre parti - e anche se la sua spinta propulsiva sembra essersi arrestata sotto il profilo politico (come sottolineava ieri sulla Stampa Marcello Sorgi), la sua onda lunga nel costume e nelle culture è destinata a rimanere ancora assai duratura.

Di egemonia culturale della destra aveva parlato, qualche tempo fa, Marc Lazar, professore a Sciences Po e presidente della Luiss School of Government, oltre che attento osservatore delle vicende nazionali.

Analoga è la posizione dello storico (e parlamentare Pd) Miguel Gotor, per il quale «negli ultimi trent'anni, c'è stata un'egemonia neoliberista a livello mondiale - che la lunga crisi economica ha messo in crisi - i cui elementi fondamentali sono stati l'automatismo del mercato, il ritorno al privato, il rifiuto dell'intervento pubblico in economia (a parte il salvataggio delle banche), il progressivo smantellamento del welfare, la flessibilità/precarietà delle attività lavorative, il passaggio da una cittadinanza dei diritti e dei doveri a una dei desideri e dei consumi. In Italia, questa egemonia è stata interpretata in modo originale da Berlusconi, che vi ha aggiunto una torsione populista favorita dalla proprietà dei mezzi televisivi e dalla conseguente influenza diretta e indiretta sull'opinione pubblica».

Lo storico Gabriele Turi si spinge oltre e, nel suo La cultura delle destre (Bollati Boringhieri, pp. 192, € 14), analizza quella che considera una precisa operazione culturale al servizio di una strategia politica, prestando particolare attenzione alla narrazione e «reinvenzione» del passato effettuata da think tank come la Fondazione Magna Carta, la Fondazione Liberal e la Fondazione Nova Res Publica, e da riviste quali Ideazione , Nuova storia contemporanea, l'Occidentale e Il Domenicale.

La presa berlusconiana del potere si è saldata, sostiene, con l'idea del superamento delle distinzioni tra destra e sinistra e con un lavoro manipolatorio sullo spirito dei tempi, tra revisionismo storiografico, un'interpretazione identitaria e tradizionalista del cristianesimo e la rilettura del fascismo e della seconda guerra mondiale.

Una tesi opposta a quella illustrata dal libro dello storico Giovanni Orsina nel saggio Il berlusconismo della storia d'Italia (Marsilio, pp. 239, € 19,50), per il quale il capo del centrodestra avrebbe puntato a rappresentare il Paese reale, senza alcuna vocazione pedagogica. Al riguardo, secondo lo storico delle dottrine politiche Alessandro Campi (già direttore scientifico della finiana Fondazione Fare Futuro): «A partire dal 1994, anche grazie a Berlusconi, la destra (anzi, le destre) ha sicuramente avuto uno spazio di agibilità pubblica che non aveva più avuto sin dagli Anni Cinquanta.

In realtà, già all'epoca di Craxi la cultura della destra - in coincidenza non causale con il collasso ideologico della sinistra - aveva acquisito uno status di piena cittadinanza. Ma da qui a parlare di egemonia francamente ce ne corre, a meno di non confondere, nel caso di Berlusconi, quella culturale in senso gramsciano, capace di sedimentare nuovi equilibri politico-sociali e di contribuire alla costruzione di un nuovo senso comune, con quella mediatica, per definizione effimera e fragile, veicolata dai programmi di intrattenimento e dai rotocalchi, e che si limita a spettacolarizzare l'esistente.

Il Cavaliere non è mai stato interessato alla battaglia delle idee, presupposto necessario per impostare una strategia di conquista culturale della società. Egli si è trovato a spadroneggiare politicamente in un vuoto di culture politiche e di appartenenze che non ha creato lui e che ha riempito con le uniche cose che gli siano mai interessate: donne poppute, intrattenimenti comici e feste danzanti».

E, allora, nel caso in cui si consideri l'Italia berlusconiana un unicum , sorge spontaneo il quesito: si è trattato di egemonia culturale in senso proprio o, piuttosto, di qualcosa di natura differente, profondamente intriso delle dinamiche della società dello spettacolo e, dunque, di un caso di (penetrante) egemonia «sottoculturale» (che si è avvalsa delle armi di distrazione di massa del gossip, dei programmi tv trash e dell'idolatria del corpo e dell'estetica)? Agli storici, giustappunto, e ai posteri, l'ardua sentenza.

 

Pierre Rosanvallon Giovanni Orsina Gabriele Turi La societ dell uguaglianza Marc Lazar Marshall Berman

Ultimi Dagoreport

meloni merz le pen trump

DAGOREPORT - NEI GIORNI IN CUI A BRUXELLES SI TIENE UN CONSIGLIO EUROPEO INFUOCATO, GIORGIA MELONI PERDE IL SUO UNICO ALLEATO: MERZ. SUL BILANCIO COMUNITARIO, IL CANCELLIERE TEDESCO VOLTA LE SPALLE ALLA DUCETTA, CHE SOGNA UN BILANCIO GONFIO, E SI ACCODA AL FRONTE DEI PAESI FRUGALI: "DOBBIAMO RIDURLO IN MODO SIGNIFICATIVO" - INOLTRE, LA MELONI, ORA CHE NON C'È PIÙ L'UNGHERESE VIKTOR ORBAN, SCONFITTO ALLE ELEZIONI DI APRILE, È RIMASTA L'UNICA A DIFENDERE IL DIRITTO DI VETO, CHE BLOCCA OGNI DECISIONE A BRUXELLES - A VIENNA SI SONO RIUNITE LE TESTE D'UOVO DEL VECCHIO CONTINENTE PER INTERROGARSI SUI TERREMOTI POLITICI CHE POTREBBERO SCUOTERE IL MONDO NEI PROSSIMI MESI: DELLE ELEZIONI ITALIANE, ANCORA SENZA UNA DATA, NEPPURE UNA PAROLA. A TOGLIERE IL SONNO AI POTENTONI EUROPEI SONO SOPRATTUTTO TRE APPUNTAMENTI ELETTORALI: ISRAELE, STATI UNITI E FRANCIA....

giuseppe castagna giancarlo giorgetti banco bpm credit agricole

DAGOREPORT - MENTRE GLI OCCHI DI TUTTI SONO PUNTATI SUL PALIO DI SIENA TRA MPS E INTESA, CON FARE SILENTE E QUASI ACCOMODANTE, COM’È IL LORO STILE, I FRANCESI DI CREDIT AGRICOLE STANNO ALLUNGANDO LE LORO MANINE SU BANCO BPM, SECONDO POLO BANCARIO ITALIANO PER RETE DI SPORTELLI - PER RENDERE L’ISTITUTO, CARO ALLA LEGA, NON PIÙ CONTENDIBILE (VEDI L’OPS DI UNICREDIT FERMATA A COLPI DI GOLDEN POWER), IL MINISTRO DEL MEF GIORGETTI HA PORTATO DENTRO IL CAPITALE SOCIALE DEL BANCO I FRANCESI, GIA’ A CAPO DEL GRUPPO CREDIT AGRICOLE ITALIA - UNA VOLTA RAGGIUNTO IL 29,3% DI BPM, NELLA TESTA DI PARIGI SPUNTA LA GENIALE IDEA: PERCHÉ IMBARCARSI IN UN’OPA ONEROSA SUL BANCO CARO AL CARROCCIO, QUANDO LO SI PUÒ ESPUGNARE “A GRATIS”, SENZA SGANCIARE UN EURO DI PREMIO AI SUOI AZIONISTI? - C’EST FACILE! BASTA FAR CREDERE CHE SIA BPM A COMPRARE CREDIT AGRICOLE ITALIA: IL BANCO INCORPORA LA CONTROLLATA DEI FRANCESI, E IL RISULTATO “POLITICO” È CHE GLI ITALIANI SI PRENDONO LA BANCA TRANSALPINA. IL PIÙ CLASSICO GIOCO DI PRESTIGIO…

giulia presutti

OCCHI FODERATI DI...PRESUTTI – DAL CASO DELLA DENUNCIA DI MOLESTIE SESSUALI NEI CONFRONTI DI NELLO TROCCHIA E SARA GIUDICE (ACCUSE POI ARCHIVIATE), ALLE DISCUTIBILI CENE AL "CEFALU’ BISTRO’" DI LAVITOLA, LA RESISTIBILE ASCESA (E REPENTINA DISCESA?) DI GIULIA PRESUTTI - LA 36ENNE GIORNALISTA RAI, DOPO AVER FATTO RIBELLARE LA REDAZIONE DI "REPORT", ORA FA INCAZZARE L'INTERO GRUPPO DI LAVORO DI “MI MANDA RAI TRE” -LA REDAZIONE DEL PROGRAMMA SI CHIEDE: PERCHÉ UNA GIORNALISTA COME LEI, CHE NON HA MAI CONDOTTO UNA TRASMISSIONE, DEVE PER FORZA CONDURRE? PERCHE' PAOLO CORSINI INTIGNA NEL VOLERLA "LANCIARE" A DISPETTO DEI SANTI? - LA PIACENTE GIULIA E' FIGLIA DEL POTENTE PIERCARLO PRESUTTI, DA 17 ANNI CAPO DELLO SPORT DELL'ANSA, E UOMO DI RELAZIONI TRASVERSALI NELLA ROMANELLA EDITORIAL-POLITICA...

marco caputo giovanni alibrandi rai radio

DAGOREPORT – RADIO RAI, UN UFFICIO DI COLLOCAMENTO PER AMANTI, MOGLI, AMICI DI: DAL CASO CLAUDIA CONTE ALL’INFORNATA DI BELLE E PROCACI GIOVANI SU RADIO2, C’È GROSSO MALESSERE A VIA ASIAGO – IN VISTA DELLE ELEZIONI DEL PROSSIMO ANNO, È PARTITO IL SOLITO VALZER DI ABBOCCAMENTI CON LA POLITICA (ALCUNI DIRETTORI GIA' S'ALLISCIANO VANNACCI) – LE POLTRONE CHE TRABALLANO: MARCO CAPUTO, DIRETTORE DI RADIO RAI, E GIOVANNI ALIBRANDI, GRAN CAPO DI RADIO2, NOMINATO IN QUOTA LEGA MA POI ALLONTANATOSI DAL CARROCCIO - EMA STOCKHOLMA E LA NUMEROSA SQUADRA DI "BADANTI" AL SUO SEGUITO - LA GRANDE INFORNATA DI "INFLUENCER" E BONAZZE VARIE A RADIO2...

meloni vannacci manlio messina cateno de luca berlusconi

DAGOREPORT - SE IL CAMPO LARGO CONTINUA TAFAZZIANAMENTE A DARSI BOTTIGLIATE SULL'INGUINE, ESCLUDENDO UN GIORNO L’”INAFFIDABILE” RENZI, IL GIORNO DOPO IL “CONTIANO” ONORATO, DOPODICHÉ TOCCA DELEGITTIMARE L’’’ESATTORE” RUFFINI E IL “POLIZIOTTO” GABRIELLI, MELONI DIMOSTRA ANCORA UNA VOLTA DI POSSEDERE INTELLIGENZA POLITICA. NEL PURO SOLCO DEL BERLUSCONISMO D’ANTAN: MA PERCHÉ ESCLUDERE QUANDO SI PUÒ AGGIUNGERE? - E VOILÀ, HA RECUPERATO IL FEDELISSIMO MANLIO MESSINA CHE A SUA VOLTA HA AGGANCIATO IL MOVIMENTO GUIDATO DA CATENO DE LUCA, "SUD CHIAMA NORD" - L’OBIETTIVO DI CATENO (E MESSINA) È QUELLO DI RAGGIUNGERE IL 3% ATTRAVERSO UNA CAMPAGNA DI ARRUOLAMENTO DI ALTRI SINDACI, CONTROCANTO DEL PROGETTO CIVICO ITALIA MESSO SU DA ONORATO, MA NON ESCLUDENDO DI PORTARE NELL’ARMATA BRANCA-MELONI GLI AMICI UDC DI CESA E DI MASTELLA - E COSÌ, PER RIEQUILIBRARE I VOTI PERDUTI DEI BOLLITI SALVINI E TAJANI, E SEMPRE AUSPICANDO CHE LUNGO LA STRADA IL FENOMENO VANNACCI SI SGONFI, “GIORGIA BERLUSCONI” HA COMINCIATO AD ALLARGARE IL PERIMETRO DEL CENTRODESTRA, PRONTA AD ACCOGLIERE IL DIAVOLO (SE NECESSARIO) PUR DI ARRIVARE AL PREMIO DI MAGGIORANZA DEL 42%… - VIDEO

federico ruffo giulia presutti giuseppe malara

DAGOREPORT - DOVE C'È PRESUTTI, C'È SCAZZO: DOPO AVER FATTO RIVOLTARE LA REDAZIONE DI "REPORT", ORA FA INCAZZARE I GIORNALISTI DI “MI MANDA RAI TRE”! - LA REDAZIONE DELLO STORICO PROGRAMMA DI FEDEERICO RUFFO, CHE FA IL BOTTO DI ASCOLTI, È IN RIVOLTA: L’IMPOSIZIONE DELL'EX INVIATA JUNIOR DI "REPORT" ALLA CONDUZIONE DALL’ANTEPRIMA DEL SABATO MATTINA, VIENE VISTA COME UNO SCHIAFFONE – SI MORMORA DI UNO SCONTRO EPICO CON IL VICEDIRETTORE DEGLI APPROFONDIMENTI, GIUSEPPE MALARA, CHE ALL’APICE DELLA DISCUSSIONE AVREBBE DETTO ALLA REDAZIONE: “O FATE COSÌ, OPPURE RESTATE AL MATTINO!” - QUEL CHE SI CHIEDE LA REDAZIONE DI "MI MANDA RAITRE" E': PERCHÉ UNA GIORNALISTA COME GIULIA PRESUTTI CHE NON HA MAI CONDOTTO UNA TRASMISSIONE, DEVE PER FORZA CONDURRE? PERCHÉ NON LIMITARSI A COLLOCARLA COME INVIATA? PERCHÉ DARLE AD OGNI COSTO UN PROGRAMMA (O UN SUO FRAMMENTO) ANCHE A COSTO DI UN TERREMOTO? AH (NON) SAPERLO…