DIO C’È E VOTA RENZI - NON È CERTO UN CASO SE CHI ODIA DI PIÙ RENZI NEL PD SIA L’ALA CATTO-PD DI ROSPY BINDI, FRANCO MARINI, ENRICO LETTA E FRANCESCHINI - AI BACIAPILE RENZI RIMPROVERA DI AVER RECITATO LA PARTE DEI PENITENTI, RASSEGNATI AD AVERE UN RUOLO SUBALTERNO AI “COMPAGNI” E DI NON AVER MAI SOSTENUTO BATTAGLIE IN NOME DELLA PROPRIA CULTURA CATTOLICA, COME FA LUI DA EX GIOVANE DEMOCRISTIANO..

Claudio Cerasa per "Il Foglio"

Tra i numerosi conflitti che caratterizzano l'appassionante sfida tra il Pd di Matteo Renzi e quello di Pier Luigi Bersani ce n'è uno che forse più degli altri in questa fase vive sottotraccia nella dialettica tra il sindaco di Firenze e l'apparato del Partito democratico. Questa volta non si tratta soltanto della semplice declinazione della parola "rottamazione" ma si tratta invece di una questione più significativa legata a un conflitto a bassa intensità tra due modi diversi e contrapposti di intendere la presenza dell'universo cattolico all'interno del centrosinistra.

Un conflitto che, se vogliamo, ci dice anche qualcosa di più sulla ragione per cui nelle ultime settimane i più implacabili e spietati critici del sindaco di Firenze non sono stati i soliti vecchi comunisti divoratori di bambini alla Massimo D'Alema ma sono stati invece alcuni politici come Franco Marini, come Giuseppe Fioroni, come Rosy Bindi, come Dario Franceschini e come Enrico Letta che provengono da un percorso politico non distante rispetto a quello da cui arriva il Gian Burrasca toscano, e che per questo, in teoria, dovrebbero avere quantomeno una certa affinità con il sindaco fiorentino. Eppure, negli ultimi tempi, le maggiori sportellate ricevute da Renzi sono arrivate proprio da qui, da quella che dovrebbe essere la sua vecchia famiglia politica: quella dei cattolici democratici. Perché?

In prima battuta, la risposta più pigra è che i vari cattolici alla Bindi, alla Fioroni, alla Letta, alla Marini e alla Franceschini temono che un'affermazione importante di un cattolico come il sindaco di Firenze possa corrispondere a un ridimensionamento del proprio ruolo all'interno del Partito democratico. Sintesi del ragionamento: se Renzi va bene, e non prende schiaffi alle primarie, non solo ci rottama tutti quanti (aiuto!) ma diventa il nuovo punto di riferimento di chi non è comunista dentro il Pd, e noi quindi rimaniamo per strada.

La questione esiste ed è umano che una parte dell'apparato cattolico del partito possa temere di perdere le proprie sudate rendite di posizione guadagnate in questi anni all'interno del Pd. Ma non c'è soltanto questo, evidentemente, c'è qualcosa di più: qualcosa che riguarda da un lato una storica battaglia combattuta tra le due grandi anime cattoliche della sinistra (quella dei dossettiani e quella dei popolari) e dall'altro lato una battaglia più recente combattuta tra le due grandi anime della sinistra europea (quella, per capirci, a vocazione maggioritaria e quella a vocazione neo-socialdemocratica).

Il primo punto riguarda principalmente il rapporto di Renzi con il mondo dei dossettiani alla Rosy Bindi, alla Dario Franceschini e in parte alla Romano Prodi. Renzi - pur essendo cresciuto in una fauna politica impregnata di dossettismo (il suo maestro è il santo sindaco di Firenze Giorgio La Pira, dossettiano della prima ora) - all'interno del Pd è uno dei pochi cattolici a rivendicare in modo convinto la necessità di costruire un centrosinistra alternativo a quello immaginato dai dossettiani e più in continuità con le idee dei così detti degasperiani di sinistra (o se volete i popolari).

In campo economico, la forbice tra questi due Pd corrisponde alla distanza tra chi prova a portare avanti l'idea di un centrosinistra voglioso di promuovere una concezione forte dello stato (e una robusta diffidenza nei riguardi del mercato) e tra chi sogna di costruire un centrosinistra non devoto alla vecchia economia sociale di mercato ma sensibile invece al cristianesimo liberale degasperiano (dunque, per semplificare, liberisti vs neo-statalisti). E se volessimo nobilitare lo scontro atomico tra Bindi e Renzi potremmo dire che dietro la contesa si indovina anche questa lontananza culturale.

I dossettiani però, per quanto molto vivaci, nel mondo cattodemocratico sono una minoranza e la guerra dossettiani vs degasperiani è insufficiente a spiegare la battaglia tra i cattolici nel Pd. La vera questione, a ben vedere, è che la sfida lanciata da Renzi su questo campo riguarda più i suoi simili che i suoi dissimili, e insomma più i degasperiani che i dossettiani.

Enrico Letta, Franco Marini, Giuseppe Fioroni, infatti, provengono da una tradizione popolare (tutti ex Ppi) che in linea teorica si riconosce poco nei principi dossettiani e si riflette di più (con le dovute sfumature) nella dottrina degasperiana: e questo vale sia per quanto riguarda i principi economici, sia per quanto riguarda l'idea stessa di partito.

Tradizionalmente, i popolari di tendenza degasperiana sono quelli che a sinistra portano avanti da decenni sia il principio "il liberismo è di sinistra" (lo diciamo per semplificare) sia l'idea che un partito moderno non possa rinunciare al progetto di diventare un centro di gravità capace di attirare al suo interno non solo i tradizionali elettori di sinistra. Concetti che da sempre Letta, Marini e Fioroni condividono, e dunque su questo punto i quattro dovrebbero essere in sintonia con il sindaco rottamatore. Non è così. E a guardar bene l'accusa implicita che Renzi rivolge ai suoi vecchi amici popolari è legata proprio a questo punto specifico, ed è un'accusa pesante.

Renzi infatti si rivolge ai Letta e ai Fioroni con il tono e lo sguardo di chi, avendo colto un vuoto politico da colmare, rimprovera i suoi vecchi compagni di partito (erano tutti della Margherita, tra l'altro) per aver rinunciato ad alzare la voce su questi temi, per essersi rassegnati a diventare dei "cattolici di testimonianza" e delle figurine insomma destinate a ricoprire magari sempre più ruoli di rappresentanza (tutti i cattolici importanti, tranne Fioroni, in fondo hanno incarichi importanti nel Pd) ma incapaci di far diventare maggioritarie le proprie battaglie culturali all'interno del partito.

E' la vecchia storia del complesso del vicesindaco, ovvero del cattolico che si auto-convince di essere figlio di un Dio minore e si auto-condanna all'eterna marginalità politica (teoria ben descritta ieri da Giorgio Armillei su un seguitissimo blog, "Landino", curato da alcuni ex Fuci): e chi conosce Renzi sostiene non sia un caso se alla fine di ogni tappa del suo tour il sindaco ripeta sempre una frase del tipo: "Sono cristiano, sono cattolico, se qualcuno non vorrà votarmi per questo lo ringrazio".

Se il sindaco di Firenze abbia ragione o no a rimproverare su questo punto i suoi vecchi compagni di partito è questione da discutere ma sta di fatto che oggi per capire qualcosa in più sull'altra sfida del Pd non bisogna fossilizzarsi troppo sulla rottamazione ma forse, ogni tanto, bisogna partire anche da qui.

 

MATTEO RENZIRosi Bindi GIUSEPPE FIORONI ENRICO LETTA A CERNOBBIO jpegIL DISCORSO DI FRANCO MARINI

Ultimi Dagoreport

rocco basilico - nicoletta zampillo - leonardo maria del vecchio

DAGOREPORT - FERMI TUTTI! COLPO DI SCENA NELLA TRIBOLATISSIMA “SUCCESSION” DEGLI EREDI DEL VECCHIO – DAGOSPIA PUÒ RIVELARE CHE NICOLETTA ZAMPILLO, VEDOVA DEL VECCHIO, CON UNA LETTERA AL BOARD DI DELFIN, HA DECISO DI DISCONOSCERE LA CESSIONE DEL 12,5% DELLE QUOTE DELLA HOLDING AL FIGLIO ROCCO BASILICO, AVUTO DAL MATRIMONIO COL BANCHIERE PAOLO BASILICO, APPOGGIANDO L’ALTRO FIGLIO LEONARDO, AVUTO DALLE SUCCESSIVE NOZZE COL PATRIARCA DI LUXOTTICA: “L’ATTO È STATO DA ME STIPULATO A SOLI TRE GIORNI DALLA MORTE DEL MIO COMPIANTO MARITO, ERA UN MOMENTO NEL QUALE, ANCORA DEVASTATA DAL DOLORE, NON ERO IN GRADO DI VALUTARE LA PORTATA E LE CONSEGUENZE” – LA MOSSA DELLA ZAMPILLO ARRIVA DOPO CHE ROCCO BASILICO HA FATTO RICORSO ALLA CORTE DEL LUSSEMBURGO PER BLOCCARE L’OPERAZIONE CON CUI LEONARDINO HA OTTENUTO L’OK PER PRENDERSI IL 25% DELLE QUOTE DI DELFIN DAI FRATELLI LUCA E PAOLA – NELLA LETTERA LA ZAMPILLO AGGIUNGE: “CON L’AUSILIO DEI MIEI CONSULENTI HO APPRESO CHE LA VALIDITÀ GIURIDICA DI QUELL’ATTO È FORTEMENTE DUBBIA…”

giuseppe del deo andrea pignataro spionaggio dossier

DAGOREPORT - IL MISTERO PIGNATARO S’INGROSSA - LO ZAR DEL GRUPPO ION, COLOSSO GLOBALE NEL SETTORE DEI SOFTWARE, DEI DATI FINANZIARI E DEL FINTECH, HA DATO L’ENNESIMA PROVA DI MANTENERE FEDE ALLA SUA OSSESSIONE PER LA RISERVATEZZA - RULLO DI TAMBURI, FIATO ALLE TROMBE: IL 30 APRILE SCORSO “IL MILIARDARIO OSCURO” HA LIQUIDATO L’EX SPIONE DI STATO, GIUSEPPE DEL DEO, DALLA CARICA DI PRESIDENTE ESECUTIVO DI CERVED SPA, CON UNA LETTERINA INVIATA AI “CLIENTI” (CHE PUBBLICHIAMO) - CERTO, LA SOCIETÀ NON È QUOTATA IN BORSA, COME DEL RESTO TUTTE LE AZIENDE DELL’INTRICATISSIMA RETE GLOBALE DI PIGNATARO, E QUINDI NON HA NESSUN OBBLIGO DI ‘’TRASPARENZA’’ - MA LE POLEMICHE POLITICHE E MEDIATICHE SEGUITE ALLO SBARCO DI DEL DEO ALLA CERVED, IL CUI CORE-BUSINESS È LA RACCOLTA, ELABORAZIONE E DISTRIBUZIONE DI INFORMAZIONI ECONOMICO-FINANZIARIE, UTILIZZATE DA BANCHE, AZIENDE E ISTITUZIONI, BEH, RIENTRAVA PER LO MENO NELLA SFERA DELL’OPPORTUNITÀ DARNE COMUNICAZIONE…

francesco gaetano caltagirone giorgia meloni fabrizio palermo elly schlein roma roberto gualtieri

DAGOREPORT – CALTA QUI, CALTA LÀ! -  DALLE PARTI DI VIA DELLA SCROFA E DI PALAZZO CHIGI CAPITA DI CHIEDERSI: “AHÒ, MA CON 'STO CALTAGIRONE CHE CI ABBIAMO GUADAGNATO? BANCHE? ZERO! ASSICURAZIONI GENERALI? ZERO! CONSENSI? LASCIAMO PERDERE: A PARTE LE PRIME TRE PAGINE DE “IL MESSAGGERO”, TUTTO IL RESTO DEL GIORNALE SUONA LA GRANCASSA PER IL SINDACO DI ROMA, IL PIDDINO ROBERTO GUALTIERI, CHE LASCIA CHE SIA CALTARICCONE, CON IL 5,45% DELLE AZIONI, AD ESPRIMERE LA GUIDA DELLA MUNICIPALIZZATA ACEA (L'AD FABRIZIO PALERMO) - UN FATTO CHE FA ARRICCIARE ANCHE IL NASO AD APRISCATOLE ANCHE DI ELLY SCHLEIN, CUI FA SEGUITO LO SCAZZO ALL'INTERNO DEL PD SULLA REALIZZAZIONE DELL'INCENERITORE ANTI-MONNEZZA DELL'ACEA - I “CONSIGLI” DI GUALTIERI A PALERMO DI USCIRE DAL CDA DI MPS (FATTO) E DA QUELLO DI ASSICURAZIONI GENERALI (LETTERA MORTA) - APPUNTAMENTO ALL'ASSEMBLEA DI ACEA DEL 3 GIUGNO...

andrea martella simone venturini venezia sondaggi

DAGOREPORT - LE PREVISIONI FLOP SU VENEZIA SCOPERCHIANO, PER L'ENNESIMA VOLTA, LA FALLA DEL SISTEMA SONDAGGI – I PICCOLI ISTITUTI CHE HANNO EFFETTUATO RILEVAZIONI LOCALI (I GRANDI COSTANO TROPPO PER ELEZIONI COMUNALI), DAVANO PER VITTORIOSO IL DEMOCRATICO ANDREA MARTELLA, CHE INVECE È STATO SCONFITTO AL PRIMO TURNO DAL DESTRORSO SIMONE VENTURINI – COLPA DEL CAMPIONE TROPPO PICCOLO DI INTERVISTATI, UNITO ALL’ALTA VOLATILITÀ DEL VOTO D'OPINIONE E ALLA GRANDE PERCENTUALE DI INDECISI - PESA MOLTO LA DISTANZA ORMAI SIDERALE TRA POLITICA E TERRITORIO (PRIMA I PARTITI AVEVANO IL “POLSO” DELLA COMUNITÀ GRAZIE ALLE SEZIONI LOCALI E ALLE FESTE A SUON DI SBRACIATE, ORA AL MASSIMO SI ACCONTENTANO DEI LIKE E DI QUALCHE COMMENTO SU INSTAGRAM)

venezia elezioni sindaco simone venturini andrea martella elly schlein

DAGOREPORT - LA TRAGEDIA VENEZIANA È L’ENNESIMA CONFERMA DELL'INADEGUATEZZA (PIETOSO EUFEMISMO) DI ELLY SCHLEIN A GOVERNARE LA POLITICA – LA MINCHIATA, LA PIU' MADORNALE, E' STATA LA SCELTA DEL CANDIDATO ANDREA MARTELLA: A VENEZIA SI DIVIDONO TRA CHI NON LO CONOSCE E CHI NON L’HA MAI VISTO; IN QUANTO SENATORE, STA INFATTI PIÙ A ROMA CHE A MESTRE E DINTORNI – AL RESIDUATO BELLICO DEGLI APPARATI DEL NAZARENO, IL CENTRODESTRA HA OPPOSTO SIMONE VENTURINI: UN ASSESSORE, BRACCIO DESTRO DI BRUGNARO, CHE I VENEZIANI DEI CETI MEDI E BASSI, COSÌ COME LA PARTE PRODUTTIVA, CONOSCONO, E BENE - I CASI VENEZI E BIENNALE NON HANNO SPOSTATO VOTI: SE LA “BACCHETTA NERA” FA GIRARE LE GONDOLE AI 50MILA ABITANTI DI VENEZIA, I RESTANTI 150MILA ELETTORI SONO TRA MARGHERA, MESTRE E FAVERO, NON PROPRIO GENTE CHE VA ALLA FENICE - MENTRE DELLA RUSSIFICAZIONE DEL PADIGLIONE DELLA BIENNALE DA PARTE DI BUTTAFUOCO, AL DI LÀ DELLE ÈLITES, GLI ELETTORI SE NE FOTTONO, AVENDO PROBABILMENTE ALTRI PROBLEMI DA FAR QUADRARE NELLA LORO VITA QUOTIDIANA...