IL BALONOTTERO 2.0 - TRAVAGLIO NON CI STA A SALIRE SUL CARRO DEL VINCITORE: ‘RENZI NON E’ IL NUOVO CAV, E’ OLTRE IL CAV: E’ MENO IDEOLOGICO E PIÙ TRASVERSALE. IN UNA PAROLA: UN BERLUSCHINO DEMOCRISTIANO’

Marco Travaglio per "il Fatto Quotidiano"

Mentre prosegue festosa la corsa sul carro del vincitore, anzi è appena cominciata, trovo sul web (copyright Adriano Colafrancesco) una definizione che mi pare azzeccata: "Democrazia Renziana". Matteo Renzi non è il nuovo Berlusconi: non aveva stallieri mafiosi, non stava nella P2, non ha alle spalle poteri criminali, non è miliardario, non è uomo di azienda, non possiede tv né giornali (che semmai gli si offrono spontaneamente, cioè italianamente).

Ma la pancia di una certa Italia lo vede e lo sente come il nuovo Berlusconi, cioè come il nuovo messia, il salvatore della patria, il populista ridens con il sole in tasca e 80 euro in mano, l'uomo solo al comando nelle cui braccia gettarsi e del cui verbo ubriacarsi, un po' per speranza un po' per disperazione.

Un Berluschino un po' allergico ai controlli, alle critiche e ai sindacati, con qualche conflitto d'interessi fra gli amici, ma molto più giovane e meno ideologicamente connotato, più sbiadito e gelatinoso, dunque più trasversale. In una parola: democristiano. In senso tecnico, non deteriore. Bisogna infatti risalire agli anni 50, cioè all'apogeo del centrismo, per trovare un partito - la Dc - sopra il 40%.

Anche allora pochi dichiaravano di votarla, ma la votavano in tanti. Un partito-contenitore, un grande sughero galleggiante che ospitava a bordo tutto e il contrario di tutto, e lasciava fare a ciascuno i suoi comodi. Prospettiva molto più comoda e accattivante della quaresimale austerità berlingueriana, incautamente evocata da Grillo e Casaleggio nel paese del Carnevale perpetuo, anche quando non c'è nulla da ridere.

La Dc durò 40 anni, Berlusconi 20. Quanto durerà Renzi, o meglio l'innamoramento di una certa Italia per lui, dipende solo da lui (la distanza fra palazzo Venezia e piazzale Loreto è molto più breve di un tempo). Il suo governo - nato dall'accrocco fra un Pd al 25%, un Centro montiano uscito dalle urne un anno fa col 9 e un Nuovo Centro Destra dato dai sondaggi al 6-7 - ora è un monocolore pidino, anzi renzino, che s'è mangiato gli alleati.

Ma che dovrà seguitare a fare i conti con un Parlamento che non rappresenta più le vere forze in campo e con una maggioranza votata domenica da appena il 27% degli elettori aventi diritto al voto. I partner ufficiali Alfano, Casini e Monti, per non estinguersi alle prossime urne, dovranno marcare le distanze dalle cosiddette "riforme", Italicum e nuovo Senato, peraltro pessime. Così paradossalmente il Pd al massimo storico dovrà chiedere aiuto a un Berlusconi al minimo storico. E sappiamo bene che il soccorso azzurro non è mai gratis.

In questa crepa potrebbe infilarsi il M5S, se si decidesse a una seria autocritica dopo la batosta (prendersela con i pensionati allergici al cambiamento fa ridere). Non per ammorbidire la sua opposizione intransigente, che è ciò che chiedono i suoi 5,8 milioni di elettori rimasti. Ma per cambiare linguaggio e strategia.

Il linguaggio che paga non è quello provocatorio e paradossale di Grillo (che, tradotto sui titoli di tg e giornali, diventa serio e truculento, spaventa la gente e non basta un'ospitata a Porta a Porta per cancellarne gli effetti), ma quello dei suoi parlamentari migliori (più concreto sulle cose fatte e quelle da fare), e anche quello autoironico del video di ieri. Quanto alla strategia, il "mandiamoli tutti a casa" funzionava contro D'Alema, Bersani, Letta jr. e gli altri brontosauri.

Contro Renzi no, non basta. Renzi va sfidato e incalzato sui fatti. Anche perché domenica ha risolto tutti i suoi problemi, non certo quelli degli italiani. Quando, intervistato dal Fatto il 2 gennaio, invitò i 5Stelle al tavolo delle riforme, offrendo la rinuncia ai rimborsi elettorali, fu demenziale rispondere picche e non andare a vedere le carte, magari per smascherare l'eventuale bluff. E quando il mitico "popolo della Rete" costrinse Grillo ad accettare l'incontro in streaming con lui, non si aspettava certo il rifiuto totale di ascoltare e di rispondere, anche duramente, ma sul merito.

Ciò detto, meno male che M5S c'è: altrimenti anche noi, come la Francia e la Gran Bretagna, avremmo gli antieuropei xenofobi e lepenisti oltre il 20%. Pur nella cocente sconfitta, i 5Stelle si attestano su un 21% di voti d'opinione e non di scambio (non governando da nessuna parte, non hanno soldi né favori da elargire e promettere), che potrà aumentare se riusciranno a entrare in partita, imponendo alcune battaglie giuste a un Pd più che mai in cerca di sponde: com'è già avvenuto nei voti contro B. e Genovese, e contro la responsabilità civile diretta dei magistrati.

Se aiutassero Renzi a lasciar perdere riforme assurde come l'Italicum e il Senato delle autonomie e a farne di migliori, sarebbe meglio per loro, per il Pd e per tutti. Questo in fondo chiedono gli elettori: una maggioranza purchessia, che però risolva i problemi . Ed esca finalmente dalla campagna elettorale. Al momento vale il detto di Kierkegaard: "La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma che cosa mangeremo domani".

Ps. Alcuni presunti "colleghi", abituati al giornalismo embedded e specializzati nello sport nazionale di osannare i governi e di massacrare le opposizioni, credono che chi prende più voti abbia sempre ragione (la ragione del più forte, quella del duce). Infatti per vent'anni hanno tenuto il sacco a B. e ai suoi finti oppositori. E ora pensano di aver vinto le elezioni, che noi avremmo perso. Spiace deluderli, ma noi del Fatto siamo giornalisti, non politici.

Possiamo permetterci il lusso di votare per chi ci pare e poi di esercitare il nostro spirito critico nei confronti di tutti, senza confondere il consenso con la ragione e senza farci prendere dall'horror vacui se ci troviamo in minoranza. Non siamo più bravi, solo più fortunati: non abbiamo nulla da guadagnare dalla vittoria di questo né da perdere dalla sconfitta di quello, perché non abbiamo padroni.

E neppure editori costretti a mendicare favori e fondi pubblici dal governo di turno per salvarsi dalla bancarotta. Infatti, diversamente da costoro, non abbiamo mai preteso di insegnare ai nostri lettori per chi devono votare. Noi perderemo le elezioni quando ci candideremo. Cioè mai.

 

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