UFFICIO SINISTRATI: SI SBRICIOLA IL PATTO DI SINDACATO PD E PARTE LA CORSA A SALIRE SUL CARRO VINCENTE DI RENZI

Maria Teresa Meli per il "Corriere della Sera"

È il Pd dei paradossi, questo Pd, stretto tra una sconfitta elettorale, le larghe intese obbligate e un futuro quanto mai incerto.

Il primo paradosso ha a che fare con i sondaggi, che vengono sfornati settimanalmente. Gli ultimi dicono che, tra tutti i leader politici e i vertici istituzionali italiani, solo due superano (abbondantemente) la soglia del 50 per cento dei consensi. Sono Giorgio Napolitano e Matteo Renzi. Da aggiungere, a questo proposito, un particolare di non poco conto: secondo Swg il presidente della Repubblica e il sindaco di Firenze hanno la stessa percentuale di gradimento. Gli altri sono molto lontani da quella meta.

Eppure, nel Pd non tutti si sono ancora acconciati al fatto che il primo cittadino di Firenze potrebbe essere la carta vincente delle prossime elezioni. Non bastano a convincere alcuni grandi nemici del sindaco nemmeno i recentissimi sondaggi sui partiti. Il Pdl ormai è sopra il Pd in ogni rilevazione. Il Partito democratico si è attestato intorno al 24 per cento e ogni settimana perde uno 0,7.

Matteo Renzi, che non è certo un fesso, lo ha capito bene, tant'è vero che non enfatizza neanche il coro di consensi che riceve giornalmente all'interno del suo partito. Anzi ci fa un po' di sana ironia e da tempo continua a ripetere questo ritornello: «Adesso in tanti nel Pd dicono che io sono una risorsa. Ma io non voglio esserlo. Definire qualcuno una risorsa in Italia è il modo per metterti all'angolo, per glorificarti pubblicamente e fregarti riservatamente. Io faccio politica, sono vivo e vegeto e non sono una risorsa».

A chi allude il sindaco rottamatore? Ai troppi che ormai sembrano essersi spostati sul suo carro, ritenendolo quello del potenziale vincitore. Renzi sa bene che adesso sono tutti amici ma un domani, chissà. Forse è per questo, che scherzando, quando si scambia sms con Dario Franceschini, che da qualche tempo in qua ha preso a «ri-corteggiare» Renzi, lo chiama Arnaldo (Forlani) o Mariano (Rumor). Il sindaco prende in giro certi democristianissimi riti che, secondo lui, Franceschini ha appreso assai bene.

Il secondo paradosso del Pd riguarda il fatto che i nemici di Renzi non hanno un candidato da contrapporgli al Congresso. Per farla breve: Pier Luigi Bersani non ha ancora deciso chi contrapporre al sindaco. Speranza era il suo possibile candidato, ma il giovane capogruppo alla Camera non sembra disposto a farsi buttare in questo gioco al massacro. Gianni Cuperlo non è di gradimento dell'ex segretario. Mentre Guglielmo Epifani ha già messo le mani avanti e annunciato che non proseguirà la sua avventura alla segreteria del partito democratico. Difficile trovare un altro da contrapporre a Renzi. Obiezione che è stata fatta a Bersani anche in ambienti lettiani.

Per questa ragione, alla fine della festa e prima del previsto, il patto di sindacato interno del Pd si è spappolato. Bersani ed Epifani giocano in tandem. Letta si è già allontanato e Franceschini negli ultimissimi giorni ha lanciato segnali di guerra all'attuale segretario. Le carte si rimescolano: anche una fetta di bersaniani sta volgendo lo sguardo al primo cittadino del capoluogo fiorentino.

Due nomi per tutti: il presidente della provincia di Pesaro Matteo Ricci, che ha annunciato a Europa la sua decisione di passare con Renzi, e il segretario dell'Emilia Stefano Bonacini, che non ha ancora fatto «outing». Sono entrambi esponenti di regioni rosse, e per questo il loro orientamento filo-renziano è ancora più significativo. Del resto, il sindaco ormai riscuote grandi consensi anche nella base ex Ds, delusa dalla performance di Bersani alle elezioni di febbraio, ma l'apparato del partito continua ancora a contrastarlo.

Un altro paradosso, l'ennesimo di questo Pd, è costituito dal ruolo delle correnti. Mai come adesso le componenti contano solo sui giornali e nel vecchio manuale Cencelli che assegna uno strapuntino a ogni rappresentante delle diverse aree del Pd. Però, se si eccettuano i gruppi che fanno capo a Renzi e Letta, gli altri sono senz'altro in grande affanno, privi di uomini e di potere.

E questo vale per i veltroniani come per i dalemiani, per i «giovani turchi», che si sono divisi da un mesetto, per i bindiani, che quasi non esistono più, e per tutti gli altri. Eppure, visto dall'esterno, questo è un Pd più correntizio che mai, dove si litiga per un posto in segreteria o in commissione, per una comparsata in tv o alla radio.

Come risolvere la lunga catena di paradossi che sembra paralizzare il Partito democratico? Matteo Orfini, uno dei pochi deputati del Pd che dice pane al pane e vino al vino, un'idea del possibile happy end ce l'ha: «Secondo me alla fine proveranno tutti a stare con Renzi. Per depotenziarlo. E per non essere travolti».

 

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