LA VENDETTA DELLA FIAMMA (E DI DONNA ASSUNTA): DOPO FINI, SI E’ BRUCIATO ANCHE ALEDANNO

Pierluigi Battista per il "Corriere della Sera"

«A Roma voterei per Fini», le parole di Berlusconi furono nel '93 l'inizio di una storia durata vent'anni. E che ha trovato un'amara conclusione, sempre a Roma, con la defenestrazione dal Campidoglio della destra di Alemanno. Ciò che resta della coalizione di centrodestra vacilla, e resiste solo grazie alle disavventure che hanno straziato gli avversari del Pd. Ma si esaurisce nella disfatta romana il ciclo della destra ex missina, della destra che si rigenerò a Fiuggi nel '95, della destra «sdoganata».

Guardate la foto che immortala a Fiuggi il gruppo dirigente che si stringe attorno a Gianfranco Fini. A nemmeno vent'anni di distanza quel gruppo si è disgregato. Il suo leader Fini si è perso nel nulla, dopo un tentativo molto velleitario di emancipazione da Berlusconi. Doveva raccogliere il timone di una destra «deberlusconizzata», ma il popolo del centrodestra lo ha isolato, abbandonandolo mentre il gruppo dirigente del Pdl lo cacciava via con prepotenza: il Capo, quello vero, non poteva essere messo in discussione.

E gli altri? Ignazio La Russa e Giorgia Meloni si sono fatti una micro-An tutta per loro, il resto dei dirigenti di Alleanza nazionale non siedono più in Parlamento. Storace ha subito una sconfitta catastrofica alle Regionali laziali, dopo aver fatto credere a Berlusconi di essere un candidato molto temibile per Nicola Zingaretti.

Alemanno ieri lo ha seguito. Resta in sella, di quel gruppo, chi sembra aver reciso ogni legame con una vicenda che dal Msi è transitata in An e ora si è dileguata nell'irrilevanza. Resta in sella (con seggio) chi e si è totalmente adeguato ai comandi di Silvio Berlusconi, da Maurizio Gasparri a Altero Matteoli a Renata Polverini. Il resto è tabula rasa. Una storia ridotta alla marginalità.

I nostalgici dicono che è tutta colpa di Fini quando ha voluto trasformare il Msi in An. Ma, a parte Rauti e gli altri irriducibili, non uno si oppose a quella trasformazione. Dicono anche che la destra è finita come è finita perché si è troppo berlusconizzata, perché ha perso la sua anima autentica, e ha smarrito la sua identità del buon tempo antico. Ma anche questa spiegazione è consolatoria, ed ha come sua vestale e testimone Donna Assunta Almirante che distribuisce patenti di autenticità come depositaria di un lascito conteso.

È una spiegazione anche un po' fuorviante, perché non tiene conto che a Roma e nel Lazio è accaduto il contrario e cioè che i berlusconiani doc si sono adeguati alla corrente maggioritaria missina. A Roma la destra è destra ex missina, e quella berlusconiana non è mai sembrata godere, in tutta la parabola della Seconda Repubblica, di una solida autonomia culturale.

È un passato di militanza che si è riversato nelle esperienze di governo regionale e comunale, prima nella giunta Storace nel Lazio e poi in quella Alemanno in Campidoglio. Ex camerati della storia missina si sono ritrovati a giocare una partita istituzionale inimmaginabile all'epoca delle piazze militanti e delle sezioni della Prima Repubblica. Solo che chi lamenta la purezza perduta dell'eredità missina tende a dimenticare che il destino di quel mondo era l'opposizione permanente, eterna.

Puri sì, ma minoritari, confinati nella testimonianza, nell'impossibilità numerica e politica di misurarsi con la dimensione del governo, delle città e del Paese. Poi certo, il disfacimento della Prima Repubblica aveva scardinato l'argine centrista e a Napoli e a Roma, con i candidati Alessandra Mussolini e Gianfranco Fini, la destra volò al primo turno ben oltre la soglia del 30 per cento.

Ma per vincere bisognava passare dal 30 al 50 più uno, saper parlare a un mondo moderato che non aveva mai avuto a che fare con la storia del Msi. Roma, mentre il centrodestra mieteva successi trascinata dal carisma di Berlusconi, sembrava inespugnabile della destra post-missina.

Prima il lungo governo Rutelli, poi quello Veltroni: Roma appariva nelle mani della sinistra ancora più saldamente di Bologna la «rossa», che pure aveva conosciuto la profanazione di Giorgio Guazzaloca. È solo nel 2008, in circostanze irripetibili e con una sinistra in rotta, che la destra arriva al Campidoglio nel nome di Gianni Alemanno. Ma in questi cinque anni il governo della città non ha aiutato la destra romana a cambiare dimensione e ambizioni. Tutto è sembrato ridursi nei confini della vecchia e minoritaria destra si una volta. Da qui la disfatta.

Ma il crollo a Roma è a questo punto il simbolo della fine di un'esperienza storica, di un'eredità che si è liquefatta. Micro-partitini cercheranno di rinverdire le glorie di Alleanza Nazionale. Ma è come se la destra fosse stata tagliata fuori dall'appuntamento inevitabile del post-berlusconismo.

Un tempo Fini era il numero due. Adesso gli ex An non hanno più numeri. Dall'endorsement berlusconiano del '93 in favore del segretario del Msi non ancora passato a Fiuggi, al tracollo di un partito che a Roma viene trasportato nuovamente nel minoritarismo. Tutto in un ventennio: quando si dice la facile suggestione dei precedenti.

 

 

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