VINTI E VINCITORI DELLA COMUNICAZIONE DOPO LE ELEZIONI - OGNI MOSSA, IN QUESTO SCENARIO NEBULOSO, È DIFFICILE DA DECIDERE. QUEL CHE È CERTO È CHE IN NESSUN MESTIERE COME NELLA POLITICA GLI ERRORI - DI MESSAGGIO, DI RAPPORTI, DI TEMPISTICA - SI PAGANO COSÌ CARI – TUTTI ATTENDONO IL PASSO FALSO DI KIM-YON-GRILL, SBARCATO OGGI A ROMA CON IL CAPELLUTO “ELENOIRE” CASALEGGIO. MA PER ORA NE FA POCHI, DI PASSI FALSI…

Spin Doctor per Dagospia

La comunicazione non si ferma mai. Anche dopo le elezioni, quanto i campaign manager depongono le armi, i sondaggisti tacciono imbarazzati e i candidati - quasi tutti - si leccano le ferite. Per prima cosa bisogna comunicare i risultati, con un occhio al Quirinale e un altro all'elettorato.

Nessuno festeggia, perché in fondo, Grillo a parte, non ci sono vincitori a livello nazionale.

Non festeggia Monti, che anzi scompare dalle cronache. Non festeggia il Banana, che addirittura diserta la celebrazione di Maroni, concentrato com'è sui suoi guai in tribunale. E non festeggia nemmeno Culatello Bersani, che si cela dietro più di 24 ore di imbarazzato silenzio prima di spiegare al Paese come la vede continuando a snocciolare il suo rosario di metafore. Che sono utili nella comunicazione politica, ma senza esagerare. Va bene (al limite) il leopardo, va (meno) bene il tacchino.

Ma la metafora deve essere una, forte e chiara per catalizzare l'immaginazione. Pensate alla "rottamazione", o al "mettere le mani in tasca agli italiani". Si capiscono subito, restano in mente, e non bisogna ragionarci sopra. Invece Culatello continua a inanellare metafore estemporanee e difficili da capire. L'ultima è "faccio il capitano o il mozzo, ma non abbandono la nave". Forse bastava dire "non me ne vado".

E qui passiamo a un altro punto. Riconoscere le proprie responsabilità quando le cose vanno male è una caratteristica del buon leader. Lo ha fatto, con coraggio, Barack Obama dopo le deludenti elezioni di medio termine del 2010 ("è una mia responsabilità, devo lavorare meglio"). Lo ha fatto anche il diretto concorrente di Bersani alle primarie, Matteo Renzi ("è colpa mia"). Bersani dice solo "Siamo primi, ma non abbiamo vinto". Non basta.

Paradossalmente gli unici a fregarsi le mani a sinistra sono Zingaretti (che nel Lazio di Fiorito, diciamolo, aveva partita facile) e lo sconfitto delle primarie, Matteo Renzi. Che ora rischia grosso. Rischia di essere chiamato per salvare il salvabile dal partito che l'ha messo in minoranza.

Ma accettare di guidare un governo di salvezza nazionale, semiazzoppato dai bassi numeri, è un rischio non da poco per lui: sarebbe associato al vecchio in maniera fortissima (chieda a Mortimer cosa significa associarsi, di questi tempi, alle vecchie carrette del Parlamento), e diventerebbe un altro bersaglio dei Grillini. Meglio, forse, far fare ai Cinquestelle un passaggio in parlamento, per poi sfidarli alle prossime elezioni con la prospettiva ribaltata: loro insider, lui outsider.

Ogni mossa, in questo scenario nebuloso, è difficile da decidere. Quel che è certo è che in nessun mestiere come nella politica gli errori - di messaggio, di rapporti, di tempistica - si pagano così cari. La mossa giusta al momento sbagliato può distruggere una carriera politica, o addirittura un progetto di governo. Avete voluto la bicicletta ...

In molti ora attendono il passo falso di Kim-Yon-Grill, sbarcato oggi a Roma con il capelluto "Elenoire" Casaleggio. Per ora ne fa pochi, di passi falsi. O, meglio, lo stato di grazia in cui lo hanno posto i risultati elettorali fanno sembrare abili mosse anche gli scivoloni più grossolani (nessuno nota, ad esempio, che entrambi i nomi fatti da Grillo per il Quirinale - Dario Fo e Renzo Piano - abbiano rispedito l'invito al mittente).

La principale strategia di spin seguita dal riccioluto pare, ormai, quella del boicottaggio dei media tradizionali. Niente talk show, solo piazze. Niente TV, solo internet. E, da ultimo, niente stampa italiana, solo stampa estera. Una strategia che, a dire il vero, non è nuova: anche Alastair Campbell, storico spin doctor di Tony Blair, nei periodi difficili con la stampa inglese, faceva rilasciare al suo leader le interviste decisive alla stampa straniera anziché a quella albionica. Per la gioia degli inviati, che facevano lo scoop della vita e contraevano per sempre un incondizionato debito di gratitudine con il leader new labour. Un debito che sarebbe tornato utile in futuro.

La seconda strategia di Grillo è quella della comunicazione non verbale. Proprio grazie al periodo di grazia di cui abbiamo parlato, ogni gesto, ogni oggetto del comico diventa un simbolo. Pensate alla felpa-cappuccio-scafandro che copre la bocca, con cui Grillo si è fatto fotografare in riva al mare. Un simbolo eccentrico, a metà tra il bavaglio di Pannella e la mano sulla bocca che si mettono i calciatori per non far riconoscere il labiale alla moviola. Tutto fa brodo, tutto alimenta il culto del personaggio. La stampa emarginata ringrazia, e riempie le pagine di foto e video morbosi.

 

 

grillo e benni GRILLO INCAPPUCCIATO CON BENNI GRILLO CASALEGGIOcasaleggio E GRILLO PIERLUIGI BERSANI CON LA BANDIERA DEL PD BERLUSCONI E MARONI A MONTECITORIO barak obama convention MATTEO RENZI IN BICINicola Zingaretti TONY BLAIR

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