beatrice rana

APRITE LE ORECCHIE ALLA NUOVA STAR DELLA MUSICA CLASSICA, BEATRICE RANA – "IL PIANOFORTE E’ LA MIA VOCE, ANZI MI PIACE PIU’ DELLA MIA VOCE" - A SOLI 27 ANNI LA PIANISTA SALENTINA E’ STATA ESALTATA ANCHE DAL "NEW YORK TIMES" - “LO STREAMING RICORDA IL VALORE DELLA MUSICA COME SERVIZIO CIVILE. BEN VENGA CHE ESISTA, TUTTAVIA ANDARE A TEATRO VUOL DIRE FARSI STUPIRE, FARSI SCONVOLGERE, AFFRONTARE IMPREVISTI, IL DIGITALE NON POTRÀ MAI SOSTITUIRE LO SPETTACOLO DAL VIVO” – VIDEO

 

Piera Anna Franini per “il Giornale”

 

La pianista Beatrice Rana (Lecce, 1993) è il garbo fatto persona.

 

beatrice rana

Agisce con la calma delle personalità risolte che affrontano, superano e vincono senza mostrare i muscoli. Si è imposta all' attenzione mondiale a 18 anni con la vittoria del Concorso di Montreal, poi è stato un crescendo di contratti con orchestre e sale che contano dal Musikverein alla Philharmonie di Berlino, Concertgebouw, Lincoln Center, Carnegie Hall, Wigmore e Royal Albert Hall. S' aggiunga l' esclusiva con la casa discografica Warner. La critica di valore la incorona puntualmente, a partire da Antony Tommasini, il numero uno del New York Times.

 

beatrice rana

Rana colma il vuoto lasciato dal pianista Maurizio Pollini dell' epoca d' oro. Ci piace saperla nostra ambasciatrice nel mondo, vederla incarnare l' italianità tessuta di raffinatezza e autenticità. È assai italiana anche per come veste quando va in scena: mise ricercata però con un guizzo di fantasia.

 

Il Giornale incontra Beatrice Rana alla Scala, dove tornerà in luglio. Si esibirà anche al Ravenna Festival ed è poi attesa nelle sale top e con orchestre di New York, Boston, Pittsburgh e Baltimora.

 

Cos' è il pianoforte per lei?

«La mia voce. Anzi mi piace più della mia voce».

 

È cresciuta in una famiglia di musicisti. Riesce, però, a ricordare i primi contatti con lo strumento?

maurizio pollini

«È sempre esistito il fatto che suonassi. Suonare è come parlare. Quando vado in vacanza mi riprometto di non studiare, ma poi mi manca il contatto fisico. Quindi cedo».

 

E che dire del pianoforte come oggetto: così bello che pare un prodotto di design?

«È un oggetto ingombrante, ma elegante, bello e strano. Arcaico ma capace di rinnovarsi sempre. Inizialmente era di legno marrone e ora è di un nero super lucido, versione 2.0».

 

Che pianoforte ha nella casa di Roma?

«Un Fazioli. Per la gioia dei vicini».

 

beatrice rana

Problemi?

«Scherzavo. In realtà sono contentissimi quando suono».

 

Quanto è dura fare concerti nei teatri vuoti?

«Un concerto nasce dallo scambio fra palcoscenico e spettatore e quando lo scambio viene a mancare diventa una sfida. Grazie allo streaming c' è un pubblico che ti ascolta, però si spegne l' immediatezza del rapporto.

 

È come il sassolino che lanci in una vallata, senti che arriva ma molto dopo. Lo streaming ricorda il valore della musica come servizio civile. Ben venga che esista, tuttavia andare a teatro vuol dire farsi stupire, farsi sconvolgere, affrontare imprevisti, il digitale non potrà mai sostituire lo spettacolo dal vivo».

beatrice rana

 

Torniamo ai ritmi pre-Covid. Quanti concerti l' anno? Quanti aerei?

«Un' altra vita. Facevo circa 90 concerti all' anno, più registrazioni e il mio Festival a Lecce. Una vita impegnativa e poco stanziale. Finito il concerto già mi chiedevano una data per un altro appuntamento. Sono passata da un estremo all' altro, da una vita programmata per i successivi tre anni all' incertezza totale».

 

Cosa rimarrà del mondo concertistico di prima. E cosa se ne andrà?

«Se per sopravvivere non rimane altra via che lo streaming, come fa un piccolo ente a permettersi piattaforme digitali per trasmettere la propria musica? E poi, ascolteresti la Quinta Sinfonia di Beethoven dell' orchestra di provincia quando sai che è disponibile la Digital Concert Hall dei Berliner? Temo una selezione darwiniana delle società concertistiche e dei musicisti».

 

Quindi vede nero.

Beatrice Rana

«Nessuno mette in dubbio l' esistenza di giganti come il Teatro alla Scala. Però i giganti hanno modo di vivere se c' è il sottobosco, per questo penso che dovremo rimpolpare la fauna musicale non appena usciremo dal tunnel».

 

Discorso che si allaccia all' appello di Riccardo Muti il quale ha suggerito di riaprire i piccoli teatri sparsi per l' Italia affidandone l' organizzazione a giovani musicisti.

«Sarebbe un' iniziativa vincente. Abbiamo bellissimi teatri e tanti musicisti di talento, perché va detto che la scuola musicale italiana sia di qualità. Questi teatri dovrebbero essere riempiti con i nostri musicisti e con un pubblico che altrimenti deve fare chilometri e chilometri per raggiungere i teatri dei capoluoghi».

Beatrice Rana

 

Fu Liszt, 180 anni fa, a inventare il recital pianistico. Chiediamo a lei che è anche imprenditrice musicale (ndr in Puglia organizza il festival Classiche Forme) se la tipologia del concerto vada riscritta. Cosa non funziona più?

«Cresce la voglia di cogliere il lato umano di chi sta sul palcoscenico, il palcoscenico di fatto crea distanza. E poi siamo sinceri, più che arte di intrattenimento sembra un rito religioso, il concertista arriva e pare che offici una messa.

 

beethoven

Un' amica non musicista un giorno mi chiese perché finito il concerto noi artisti andiamo avanti e indietro facendo la spola tra tastiera e dietro le quinte. Lì per lì risposi che si è sempre fatto così. Ripensandoci, però, mi chiedo quale sia il senso di ciò. Tanti usi e costumi non hanno più ragion d' essere».

 

Allora cosa eliminare?

«L' approccio di chi pensa che per seguire un concerto sia determinante sapere tutto dell' interprete e del repertorio, sentendosi poi in dovere di esprimere giudizi. Io credo che il fascino di un concerto derivi proprio dal fatto di non sapere. Il fascino dell' arte sta nel non dover per forza avere un' opinione.

 

Beatrice Rana

Non è che se vado al ristorante devo sentirmi in dovere o intitolato a fare il critico gastronomico. Per esempio ho dubbi sul fatto che l' interprete debba parlare al pubblico prima del concerto. La musica è arte ambigua. Ogni volta che spiego cosa sto per suonare mi sembra di indirizzare l' ascolto, ognuno dovrebbe essere libero di seguire la propria sensibilità».

 

Come divulgare allora?

«Scindendo l' atto del fare musica dalla divulgazione. Servono entrambi, ma sono distinti oltre che complementari. Un musicista deve assicurare esecuzioni di alta qualità e per potersi concentrare su questo non può anche mettersi a fare divulgazione. Il problema è che ci sono grandi artisti sul palco ma chi fa divulgazione non sempre è allo stesso livello. Mancano gli Alessandro Barbero o Piero Angela della musicologia, che appunto andrebbe svecchiata.

«Effettivamente non è cambiato molto dai Fossili del Carnevale degli animali di Saint-Saens (ndr che appunto fa la parodia dei critici trasformati in fossili)».

 

Beatrice Rana

Quali sono le prospettive dei musicisti italiani sotto i 30 anni rispetto ai coetanei dell' Europa più illuminata?

«Prendiamo la Francia, un Paese che riserva un' attenzione incredibile ai musicisti autoctoni. Nelle stagioni francesi si rispettano quote galliche, da noi c' è troppa esterofilia. E non è questione di nazionalismo ma di attribuire valore alla propria cultura. Da questo punto di vista il Covid ha aiutato, nelle nostre stagioni non si sono mai visti così tanti artisti italiani come negli ultimi mesi. Evviva».

 

Diceva che la qualità delle scuole di musica italiane è alta. Ma 73 conservatori più altri 4 accreditati non sono troppi?

«Dopo il diploma c' è il vuoto assoluto per tanti ragazzi. La realtà didattica è troppo scollata dalla quella lavorativa. C' è ancora troppa gente che arriva al diploma senza sentire concerti e senza aver mai fatto un concerto. Così come continua a prevalere l' orientamento al solismo quando invece si può lavorare con la musica in tanti modi diversi. Quanto al numero delle scuole penso al sistema francese: una struttura piramidale fatta da un tessuto di conservatori regionali e di due soli scuole di alto perfezionamento, una a Parigi e l' altra a Lione».

 

Beatrice Rana

Chi è Martha Argerich?

«È la leonessa della tastiera. Sono cresciuta con il mito di Argerich. La venero come una dea. È una forza della natura, è quasi imbarazzante vedere come regga l' età. Tanti artisti subiscono l' invecchiamento, come è naturale che sia. Invece lei (ndr è classe 1941) cammina un po' così e dici: mah Poi si siede al pianoforte e sfodera lo smalto di una ragazzina.Persino il viso si trasforma. È nata per suonare il pianoforte nonostante il rapporto conflittuale».

 

Capita anche a lei di «litigare» con la tastiera oppure è idillio perenne?

«No. Mi è sempre piaciuto stare in palcoscenico per questo vivo con difficoltà questo periodo di pandemia.Il pubblico mi manca».

 

Non ha mai momenti di grande tensione?

«Durante la fase, per fortuna archiviata, dei concorsi. Sei consapevole che vai lì per una giuria. È vero che quando fai concerto sei giudicato dal pubblico, ma è diverso. Nei concorsi si va uno dopo l' altro come carne da mandare al macello».

 

Ha sofferto anche a Montreal?

Beatrice Rana

«Quel concorso lo vissi molto bene perché ero andata senza speranze, mi bastava essere stata selezionata fra i 24. Ero preparata, ma mi ero portata i libri del liceo perché avevo la maturità la settimana dopo quindi volevo ottimizzare i tempi vuoti.

Non avevo nemmeno il vestito della prova finale che dovetti dunque comprare».

 

Quanti abiti da sera ha?

«Tantissimi. Occupano mezzo armadio. Quando ho traslocato nella nuova casa, il signore che ci aiutava chiese a mio padre: "Ma quanto è alta sua figlia?»

 

Sono confezionati da?

«In buona parte da Rosemarie Umetsu, stilista di Toronto».

 

Un' italiana che veste canadese?

«E americano. Negli Usa resiste la cultura dell' abito lungo e durante la stagione dei balli di fine anno c' è sempre molta scelta. Ma vesto anche italiano».

 

Con una carriera così, riesce a immaginarsi con marito e figli?

«Fino ad ora mi sono sentita come in una centrifuga, e la cosa non mi ha mai disturbato perché ho sempre vissuto così. Ora ho scoperto il fascino dello stare a casa. Dopo la pandemia vorrei creare un equilibro tra il vortice di prima e l' essere stanziale di ora».

Beatrice Rana

 

È impegnata sentimentalmente?

«Sì, con un pianista. Insegna in conservatorio e fa il camerista. La cosa buffa è che mi sono sempre detta: mai un partner pianista. E invece eccoci».

 

Col vantaggio?

«Capisce i miei tempi e esigenze.

È difficile per un estraneo comprendere che la giornata del concerto è totalmente dedicata al concerto. Mi piace l' idea d avere affetti stabili. Sono nata in una famiglia molto presente e dai legami molto forti».

 

La sappiamo avida lettrice. Qual è il libro entrato letteralmente nelle vene?

«Qualche mese prima del febbraio 2020 avevo letto Cecità di Saramago, continuavo a riflettere sull' assurdità dei fatti narrati per poi comprendere, invece, come l' arte crei situazioni dell' assurdo ma allo stesso tempo sappia interpretare e anticipare la realtà.

Beatrice Rana

Altro libro che mi ha segnato molto è Il maestro e Margherita di Bulgakov, ma anche Notti bianche di Dostoevsky: letti d' un fiato in voli intercontinentali. Altra notte di volo insonne l' ho trascorsa leggendo La ragazza dello Sputnik di Murakami, ricordo che atterrata mi sembrava di stare in un' altra dimensione».

 

Libri di musica?

Beatrice Rana

«La biografia di Beethoven scritta da Solomon. Ho sempre amato Beethoven però lo vivevo con un po' di distacco forse per certa mascolinità della sua musica. Questa biografia mi ha sbloccato, mi ha spalancato un mondo. C' è un grande affondo nella psicologia del personaggio.

 

Per esempio mi ha impressionato l' episodio di quando lui, rifiutato da un' amata, rimase nel giardino della residenza per giorni, venne trovato dal giardiniere in un angolo della proprietà: per la disperazione, Beethoven si stava lasciando morire. Un genio di quella levatura».

Beatrice Rana

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