ARBASINO VA A NEW YORK E INFORMA - “STO SISTEMANDO UN NUOVO LIBRO CHE RACCONTA LE GRAN TRISTEZZE DELLA CRISI ECONOMICA NELLE METROPOLI SUDAMERICANE - A TUTTI QUEI DE KOONING PREFERISCO I NON MOLTI MATTA - I LIBRI ATTUALI DURANO POCHISSIMO - NON HO VOGLIA DI TENERMI AL CORRENTE CON LE NOVITÀ E CON I BESTSELLER - LE MILLE LUCI DI BROADWAY: DA "EVITA" ALLA "FAMIGLIA ADDAMS" IL MUSICAL ABITA ANCORA QUI - MORTICIA È BROOKE SHIELDS…

Alain Elkann intervista Alberto Arbasino per "La Stampa"

Alberto Arbasino, di cosa parla il libro cui sta lavorando?
«Ne sto sistemando uno molto corto. L'opposto di "America amore". Un paio di anni fa, ho fatto un giro per varie capitali dell'America latina: ho preso appunti, ma non ho pubblicato articoli, perché sarebbero diventati troppo lunghi. Mi sono ispirato a "Tristes tropiques" di LéviStrauss, anche perché era il centenario della sua nascita.

Ma per lui erano tristi e tropicali talune tribù indigene del Brasile selvaggio, mentre a causa di una enorme crisi economica erano diventate tristissime le grandi capitali sudamericane già prospere e felici. Basta ricordare i tempi quando Evita Peròn portava a Roma i soccorsi per i nostri affamati. Allora gli argentini e i brasiliani sembravano ricchissimi e allegrissimi rispetto alle miserie del nostro dopoguerra. Così ho raccontato le gran tristezze della crisi economica nelle metropoli sudamericane: altro che "Tristes tropiques"».

E la crisi in Italia?
«Qui da noi? No comment. È troppo presto per commenti e giudizi, ovviamente; e non li fa nessuno, infatti. Tutt'al più, auguri per Natale».

Mentre nel nostro paese c'erano grandi movimenti politici, lei si trovava a New York. Che cosa ha fatto in quei giorni e che cosa ha visto?
«Sono andato in giro ogni giorno per musei e gallerie; e ogni sera a teatro per assistere a numerosi spettacoli. E rivedendo "Follies", la prima volta fu 40 anni fa. E il magnifico "Anything Goes" di Cole Porter, addirittura del 1934. "Sigfrido" al Metropolitan, naturalmente, si riascolta con piacere».

E per quanto riguarda le mostre?
«Ho alcuni dubbi. La più affollata è la retrospettiva di de Kooning. Al MoMa si paga il biglietto 25 dollari, i vecchi e i giovani 18 dollari, e chi sta pochissimo a New York va comunque a visitarlo, qualunque cosa vi sia. Non so quale altro prodotto si venda come un biglietto del MoMa. Però, nello stesso genere tardo espressionista astratto, a tutti quei de Kooning preferisco i non molti Matta, commemorato a cura dei musei spagnoli alla Pace Gallery, nel nuovo quartiere delle gallerie, già a Soho, ora nelle ventesime strade fra la decima avenue e l'Hudson river».

New York le è sembrata una metropoli triste come quelle che lei descrive nel suo nuovo libro sul Sud America?
«No. New York è faticosa e stancante, soprattutto per chi ha una certa età. I taxi sono pochi, e quasi tutti "off". E la folla più abbondante di quando si era più giovani: basta controllare sulle foto della Fifth Avenue mezzo secolo fa».

Ma secondo lei New York resta la capitale del mondo?
«Perché no? Tutto questo dispendio di energie e di stanchezze produrrà pure qualcosa».

Anche in letteratura?
«Non saprei. Non ho voglia di tenermi al corrente con le novità e con i bestseller».

Che cosa legge?
«Leggo libri storici, cataloghi e programmi di mostre e spettacoli, diari spesso postumi come quelli di Christopher Isherwood. Più interessanti delle novità, anche perché vi ritrovo persone che ho fatto in tempo a conoscere. Poi, sfogliando i giornali, ritornano memorie del vissuto. Per esempio, Borges che dopo un'intera mattina di intervista Rai, la sera in un ristorante mi chiede: "Chi siete?". Kissinger, mio docente a Harvard nel 1959, su cui ho scritto abbastanza. E più recentemente, Joan Didion, al suo primo ricevimento dopo la morte dell'amato marito, e il memoriale che ne aveva scritto, con successo. E lì, per decine di ospiti, c'erano un paio di camerieri, non una ventina come ho letto da qualche parte».

È vero che molti giovani si riferiscono a lei e al suo lavoro con grande ammirazione quasi fosse un guru?
«Non mi sento affatto un guru! Ma dopo una vita piuttosto vissuta, credo di avere accumulato parecchie esperienze da raccontare. Non so se questi ricordi interessino alla maggioranza dei giovani. I miei coetanei, invece, guardavano il passato soprattutto come fondamento per noi classici moderni».

Secondo lei romanzi, poesia, libri di viaggio attirano ancora molto?
«I libri attuali durano pochissimo. Nelle grandi riviste d'una volta divi come Wanda Osiris e Totò facevano continue citazioni di classici benissimo capite da qualunque pubblico: Lucia Mondella, Elena di Troia, la Monaca di Monza, Francesca da Rimini, l'Orlando Furioso che diventava Orlando Curioso... Negli sketch comici della tv attuale, si saprebbero ancora? L'arcidiavolo Totò? Mah!».

Come vive la sua età avanzata?
«Tranquillamente, facendo libri nuovi. L'ultimo, "America amore", era lunghissimo e rielaborava testi ormai storici, per me. Questo nuovo è tutto inedito. E poi sui giornali, ritorno per nuove scoperte sui luoghi delle antiche esperienze. E rievoco un passato-vissuto che non so a quanti, oggi, possa interessare davvero».

2- LE MILLE LUCI DI BROADWAY: DA "EVITA" ALLA "FAMIGLIA ADDAMS" IL MUSICAL ABITA ANCORA QUI
Alberto Arbasino per "la Repubblica"

Tornando a Broadway dopo qualche anno, si potrebbero vedere o rivedere: Bonnie & Clyde, Godspell, Private Lives, Sister Act, Billy Elliot, ChicaGo, Jersey Boys, Lion King, Mamma Mia, Mary Poppins, Phantom of the Opera, How to Succeed... Imminenti, Porgy & Bess, Evita... Allora si va al Metropolitan per il Sigfrido.

Una grandiosa e macchinosa nuovissima produzione del celebre regista canadese Robert Lepage, diretta musicalmente dall´altrettanto canadese Derrick Inouye, dopo qualche default magistrale. Impressionante abbondanza di tecnici specializzatissimi in video e 3D e proiezioni e automazioni interattive. Assi e tavole grevi e calpestabili incessantemente si alzano e abbassano sciorinando tronchi e radici e fogliami, pareti di grotte e capanne, rettili o insetti forestali, simulacri di costole pergamenacee. E incessanti mutamenti di colorazioni minimali. Molta tecnologia. Continui movimenti di gru e arnesi vari. Con una forte sensazione che l´Oro del Reno e l´Anello del Nibelungo siano plateali metafore di banca, finanza, sportelli, caveaux.

Il problema solito del protagonista è che Sigfrido comunque dovrebbe essere un ragazzo. E invece, quando mai. Stavolta il tenore texano Jay Hunter Morris canta benissimo le mirabili allitterazioni onomatopeiche del testo wagneriano, nella fusione della spada, ma si muove come una massaia biondona e corpulenta affaccendata ai fornelli. Bryn Terfel è come sempre un Viandante magnifico.

Deborah Voigt, che può essere una Brunilde eccellente, appare piuttosto turbata da un incidente pericoloso. Con gran fragore, si bloccano le tavole che secondo le foto alle prove dovrebbero ospitarla nel regolamentare cerchio di fuoco. E restano verticali, malamente illuminate dalle proiezioni di fiamme. Dunque entrano di fianco a piedi senza epicità, Sigfrido e lei che si corica in proscenio. E lì si svolge l´ultimo atto.

Ottimo invece il Drago: una immensa ruspa con pale dentate rischiose per i pedoni, nei lavori stradali. E gli spiritosi, inutilmente: Si prega di non applaudire prima della fine del drago. Ma comunque, anche l´uccellino boschereccio si vede poco, in quel gorgo di ruscelli e betulle. Ovviamente, rimangono dubbi sulla "sostenibilità" di allestimenti così complessi.

Desdemona, su testi di Toni Morrison celebre premio Nobel e con regia dell´irriverente (per definizione) Peter Sellars, girerà prossimamente per molti festival europei. Qui, a Columbus Circle, eccola in una sala immensa, al quinto piano di un enorme shopping center, carico di sponsors e donors rilevantissimi. Accanto, un affollatissimo Jazz Festival che rievoca Armstrong ed Ellington a Parigi, prima e dopo la guerra, in uno smisurato vociare. Tutto strapieno. Pubblico assai intellettuale, sovente in carrozzella, con ciuffetti afro, ciocche a colori, cappellini di piume, presentazioni incessanti, mascherine chirurgiche. Sui sedili, i nomi dei donatori.

Sul palco, tavolini e vassoietti con servizietti di vetro, e neon incorporati. Una Desdemona bianca e bionda elabora due ore di domande e risposte arcane con la compositrice e cantante Rokia Traoré, nera come il trio vocale che le accompagna. Due ore di forte manifesto femminista africano, contro l´educazione familiare veneziana, piena di pregiudizi, e in favore di una religione nativa e atavica, piena di altri dèi selvatici. Benché Otello venga apprezzato soprattutto quando entra in un sistema militare, dopo tante stragi a casaccio che fantasiosamente elaborano il libretto verdiano: «E tu m´amavi per le mie sventure. - E tu m´amavi per la mia pietà».

Si potrebbe anche intitolare «Sostiene Desdemona» o «La versione di Desdemona», ma non si rileva che «Mona» e «Cassio» in contesto veneziano potevano venire uditi da Shakespeare in qualche angiporto londinese frequentato da marinai veneti. Invece si insiste parecchio su una «Barbary» che in Shakespeare è una fantesca infelice, Barbara, fissata sulla Canzone del Salice, come in Verdi. Qui, invece, è la nutrice africana che insegna alla piccina i miti tribali. Senza badare all´inizio dell´Otello, ove Iago sveglia il padre di Desdemona per dirle che si fa montare da un cavallo "Barbary", e quindi i nipotini sapranno solo nitrire.

Nessuna menzione di Cathy Berberian, ugualmente, né della Barberina nelle Nozze di Figaro.

Una regìa solo di luci e gesti, meno ancora che in Bob Wilson. Tanta compunzione: il Trio Lescano e le Andrews Sisters mostravano più animazione. In due ore di monologhi e arzigogoli, però, non esiste una versione di Iago: ecco il problema.

Fra le novità stagionali, particolarmente imbarazzante risulta The Addams Family, giacché in effetti si conferma assurdo il proposito di trarre un intero musical dalle famose vignette macabre di Chas Addams, con Morticia e tutto. Morticia è qui infatti Brooke Shields, molto più piacente e carina di tante signore nel pubblico. Mentre il suo consorte, per niente mortuario, saltella vivacissimo tipo beniamino del pubblico in doppiopetto gessato, con baffetti vibranti uso presidente del Guatemala o Nicaragua, e un tocco di Ciccio Formaggio, celebre macchietta di Nino Taranto.

C´è stata anche una serie televisiva, tratta da sessant´anni di attività vignettistica di Chas Addams sul New Yorker. Ma qui si includono anche le generazioni di avi iettatori, in frequente uscita dalle cappelle funerarie. E un continuo confronto animatissimo con una coppia invece tipicamente borghese. Ove poi la signora si rivela naturalmente una pazzerellona, mentre il figlio giovanotto e tipico si innamora ovviamente della figliola Addams.

Molti falsetti. Richiami danzati alla Inquisizione spagnola. «Vietato l´uso d´armi da fuoco in sala». «Si schiude un cimitero». «Non disturbare il rigor mortis». «Sono innamorato della luna, ma non glie l´ho ancora detto». E così, via.

Follies si era già visto e acclamato al debutto, nel 1971: magnifico spettacolo di Hal Prince in un Winter Garden sotto demolizione. Le pareti in rovina erano sfiorate dai fantasmi delle «beautiful girls» che vi avevano trionfato nei magici decenni delle Ziegfeld Follies. E loro, ormai vecchie, discendevano traballando le famose antiche scale (tipo Wanda Osiris), per un primo ed ultimo party del canuto impresario. Ecco (allora) Alexis Smith, Dorothy Collins, Yvonne De Carlo perentoria («I´m still here!»), Fifi d´Orsay nostalgica di Parigi, Ethel Shutta «Broadway Baby» col solo desiderio di apparire in un Broadway show... E accanto, loro stessi ventenni.

Quindi, nostalgia! Tipo Sunset Boulevard!... Stavolta, però, in un grosso teatro nuovo a un primo e secondo piano di alberghi a Broadway, con senescenze finte mediante gran teloni demolitori, suoni di bufera uso castello di streghe. Una protagonista, Bernadette Peters, giovanile e addirittura birichina fra le ingrassate e le dimagrite secondo copione. Fra queste, l´ottantaduenne Rosalind Elias, che cantò come protagonista almeno settecento volte al Metropolitan. Ma qui, benché tutto microfonato, soggiace in un duetto a un soprano più giovane.

"Crooners" d´altri tempi. Mazurche folli. Claquettes. Siparietti a striscioline di stagnola. Costumi da antico Folco al Lido parigino. Paillettes, aderendo con acconciature e mosse storiche alle demolizioni cavernose. E poi, rievocazioni del vetusto varietà, con allegri frac e coriandoli.

Ma intanto i fantasmi diventano protagonisti della vicenda, e i problemi si moltiplicano per i doppi, giacché i giovani invecchiano. Così la grande rivista manierista finisce per alternare gli eccelsi numeri musicali di Stephen Sondheim al déjà vu dei noiosi duetti di coppie anziane, che rimpiangono ciò che poteva essere, e non fu. Altro che nostalgie: problemi tipici comuni alle coppie di mezza età, dissapori coniugali, gelosie per amanti, «Sono stufo», «Sono stufa», «La cosa giusta», «Non un gran che», divorzi in vista.

Lì accanto, nel teatro intitolato proprio a Stephen Sondheim, un classico capolavoro di Cole Porter, Anything Goes, del 1934. Allora, quanti librettisti (Bolton, Wodehouse, Lindsay, Crouse...) saranno stati alle origini delle innumerevoli folli rime nel charleston iniziale, «You´re the Top»: non solo la Torre di Pisa e il sorriso della Monna Lisa, o l´Inferno di Dante e il nasone di Jimmy Durante, ma spericolatamente il Mahatma Gandy e il Napoléon Brandy, o Fred Astaire e Camembert, nei tanti revival... E nei duetti, "cocaine" che si accompagna a "champagne"...

Il viaggio in transatlantico fra passeggeri bizzarri e marinai in divisa bianca che fanno coretto rimane un espediente sempre funzionale per il plot. Come stavolta un´orchestra efficiente, un vecchietto vispissimo quale il Joel Gray di Cabaret, i finti finali ripetuti, provocando standing ovations. E le tante canzoni "eterne": il tip-tap di «Friendship», l´ironica «It´s De-lovely», l´eponimo «Anything Goes» con claquettes sotto i piedi di tutto il cast, «Blow, Gabriel, Blow» come fantasia revivalista o fondamentalista che diventa strip-tease in uno sfrenato night-club, la follia autentica di «The Gypsy in Me»... i rientri periodici di «Bon Voyage»...

Quanto perfezionismo professionale, nelle meravigliose coreografie riprese dai film con Ginger Rogers e Fred Astaire. E che stupende toilettes chiare con immensi cappelli, sfoggiati nell´imbarco tipo défilé di moda. Anche un colossale dispendio di energie - roba d´altri tempi - fra le Quattro Virtù (Castità, Carità, ecc.) in stile Art Déco, e i misteriosi cinesi, i tanghi con casqué in bretelle rosa, con accelerazioni di velocità vertiginose. Gangster travestiti da preti e vogliosi di scalare le classifiche fino a diventare Pericolo Pubblico N. 1.

Ondeggiamenti collettivi mirabili. Grotteschi in smoking e in frac, e le relative cravatte, nera o bianca. Cerimonie parodistiche dei pentimenti "social". Mattacchiona che si fa tutti i marinai, benché non giovani. E un matrimonio multiplo da operetta che sistema e aggiusta ogni contrattempo e malinteso della trama complicatissima. Grandissimo finale, con irrefrenabile ovazione addirittura compulsiva.

 

 

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