COLAO SEMPRE PIU’ MERAVIGLIAO - IL CEO DI VODAFONE CON 130 MILIARDI $ IN TASCA GONGOLA E BACCHETTA BERNABE’

Massimo Sideri per "Corriere della Sera"

Vittorio Colao, 51 anni, ha appena chiuso l'operazione con Verizon che dal 2008 in Vodafone era stata battezzata Eagle («Aquila, dal simbolo del dollaro, mentre per gli americani era River, dal Tamigi») ma si direbbe che il lavoro sia solo all'inizio. Sulla sua scrivania c'è già un altro dossier denominato «Spring», il progetto molla.

«Grazie alla vendita passiamo da 6 a 8 miliardi di sterline di investimenti, vuole dire circa 10 miliardi di euro di capitali da impiegare ogni anno. Il consolidamento è inevitabile. E l'Italia rimane centrale per Vodafone».

La soddisfazione è scontata: con 130 miliardi di dollari si tratta del secondo più grande deal di sempre dopo Vodafone-Mannesmann (del '99) e prima, tanto per dare un'idea, della scalata di America Online a Time Warner (2000), dell'acquisizione di Abn Amro da parte di Rbs, Santander e Fortis (2007) e anche della fusione Exxon-Mobil ('98).

Eppure sembra che ci sia stato anche spazio per il divertimento: «Per chiudere l'operazione - racconta il chief executive officer del gruppo inglese - io e Lowell McAdam ci siamo incontrati anche al Madison Square Garden, durante la partita di hockey su ghiaccio dei New York Ranger, di fronte a qualche decina di migliaia di tifosi per parlare dell'operazione. I rumor erano già usciti, allora ci siamo detti: andiamo nel posto più visibile del mondo così nessuno sospetta nulla».

Nella vendita del 45% di Verizon Wireless c'è un trade-off: da una parte Vodafone lascia gli Usa, mercato maturo che ancora produce un enorme cash-flow, dall'altra ottiene una cassa invidiabile che, forse, in questo momento non ha nessuno. Come avete ponderato la scelta?
«Non siamo usciti dal mercato americano perché non ci siamo mai stati. In Verizon avevamo un investimento finanziario e se il brand Vodafone è oggi in America è grazie all'acquisizione di Cable&Wireless. L'investimento in Verizon ha quintuplicato il valore da quando lo abbiamo fatto. Anche Verizon migliora il suo profilo di cassa e utili grazie a una transazione che riporta loro concentrati sull'America e noi sull'Europa e sui mercati emergenti».

Guardando a tutte le operazioni dell'intera industria della tecnologia - penso anche a Microsoft-Nokia e Google-Motorola, Verizon e Telefonica - esistono segnali evidenti di un processo molto forte di consolidamento. Resteranno, anzi, resterete in pochi?
«Sì: la tecnologia digitale per sua natura porta al consolidamento perché comporta grossi investimenti anticipati nel tempo per avere ritorni più avanti. Più grossi diventano gli investimenti e più bisogna aumentare la scala per poterseli permettere. Abbiamo appena investito 11 miliardi in Germania per la tv via cavo e abbiamo un piano di investimenti che passa da 6 a 8 miliardi di sterline l'anno. Il consolidamento è inevitabile. Anche nel mondo del software riuscire a sostenere questa fase senza avere le spalle grosse è impossibile.

Ho fatto i complimenti a Elop e Ballmer per l'operazione perché è una manovra che ha senso strategico per tutti. Francamente se Nokia-Siemens, produttore europeo di tecnologia, si rafforza per noi è meglio. Se Microsoft crea un terzo sistema operativo alternativo a quelli di Apple e Google per noi è meglio».

In questo processo di consolidamento Vodafone è già in posizione per diventare la At&t europea?
«Non direi che vogliamo diventare la At&t perché sembra che abbiamo bisogno di copiare le loro strategie. Siamo già l'operatore europeo per eccellenza e siamo molto forti anche in India, Africa e Oceania».

Nel deal ci sono anche 60,2 miliardi di dollari in azioni Verizon. Diventerete azionisti?
«No, nemmeno per un minuto. Come ci arriveranno le azioni, in gennaio, le daremo direttamente ai nostri azionisti. Le distribuiamo tutte».

La capitalizzazione di Verizon è circa 130 miliardi, si tratta di una grossa quota.
«In effetti renderà Verizon molto più internazionale come azionariato».

Lei ha già detto che gli investimenti e le acquisizioni si concentreranno nei Paesi dove la banda larga è debole. Sembra il profilo dell'Italia.
«Mi lasci dire come vedo l'Italia: dopo aver riacquistato da Verizon il 23% di Vodafone Italia il Paese è di nuovo il secondo mercato in Europa per noi. Ci sono però due problemi: una situazione politica ed economica non confortante per un investitore e una guerra di prezzi sconclusionata che credo non abbia portato bene a nessuno.

Ma resta strutturalmente uno dei nostri mercati principali: l'Italia avrà una larga parte del nostro progetto Spring, per accelerare il 4G e andare più in profondità con la fibra, nostra o con la collaborazione con Telecom Italia a prezzi sostenibili. Altrimenti siamo già attrezzati e stiamo già partendo per investire. Ho molta fiducia perché il nuovo capo delle operazioni commerciali di gruppo è Paolo Bertoluzzo, uno dei nostri manager più esperti nel fisso e nel mobile. Una larga parte degli investimenti sarà in quest'area».

Come vede la situazione economico-politica italiana?
«Vedo due cose: parlando con imprenditori e manager vedo grande determinazione al rilancio e una chiara visione di qual è la ricetta che porterà competitività e apertura all'export. Dal punto di vista più politico si parla tanto di creare lavoro, ma tecnicamente il lavoro non si crea. Si creano le condizioni giuste affinché altri lo creino».

In qualche maniera l'operazione chiude anche il suo cerchio personale: lei aveva iniziato in Omnitel, ora riacquistate tutta Vodafone Italia.
«Qui c'è una cosa interessante: quando Verizon Wireless è nata la nostra quota pari al 45% valeva circa 3 volte il valore del 23% degli americani in Italia. Quando abbiamo ricomprato quest'ultima valeva il 2%. La domanda che mi pongo è: come mai in Usa si può creare così tanto valore nelle telecomunicazioni e in Europa le stesse aziende sono così tanto dimagrite?».

Ci dica cosa pensa.
«Negli Usa non si preoccupano della dimensione dei player: con 300 milioni di clienti, due soli operatori (At&t e Verizon) fanno larga parte dei profitti del mercato ed investono».

Internet ha modificato il panorama di molte industrie che già esistevano prima e le reti rischiano di diventare delle commodities. Con i grandi gruppi come Google e Microsoft che possiedono da una parte i server e dall'altra i terminali non rischiate di trovarvi accerchiate?
«Esiste effettivamente il rischio che la differenza tra un operatore e l'altro si riduca a zero ed è per questo che con i grandi investimenti voglio dare un servizio migliore dei concorrenti: i clienti vogliono poter usare l'ipad e vedere la partita. Io stesso seguo la Bbc in taxi».

Secondo Franco Bernabè, ma non solo, gli Over the top dovrebbero pagare una parte della rete. Non è come se l'Enel avesse chiesto ai produttori di frigoriferi nel dopoguerra di investire nella rete elettrica?
«Non sono completamente d'accordo con la posizione di Bernabè: la trovo intellettualmente corretta ma pragmaticamente difficile da realizzare. Però l'analogia non regge: i produttori di frigoriferi guadagnavano poco e l'Enel guadagnava molto. Ora sono i Google e le Apple che capitalizzano centinaia di miliardi con poca concorrenza e che chiedono alle reti che sono invece in concorrenza di pagare l'investimento che serve a loro».

 

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