scalfari montanelli

“TI IMMAGINI NOI DUE INSIEME? QUANDO CHIESI A INDRO DI DIRIGERE IL MIO GIORNALE" - NEL LIBRO "GRAND HOTEL SCALFARI" IL FONDATORE DI REPUBBLICA RIEVOCA IL NO DI MONTANELLI ALL’OFFERTA DI FARE IL DIRETTORE – QUALCHE ANNO DOPO INDRO: “CREDI CHE SE IO AVESSI ACCETTATO DI DIVENTARE IL DIRETTORE DEL TUO GIORNALE, TU AVRESTI AVUTO LO STESSO SUCCESSO?” -  "ERAVAMO DUE IRRIDUCIBILI GHIBELLINI, IO DI SINISTRA E LUI DI DESTRA, E DUE PROVINCIALI"

Antonio Gnoli e Francesco Merlo per “la Repubblica”

gnoli merlo cover grand hotel scalfari

 

Abbiamo passato molto tempo con Eugenio per preparare un libro che lui ha letto solo quando è stato stampato. Quasi due anni di lavoro per raccontare i mille Scalfari "che mi somigliano tutti un po' con una vita molteplice e ormai indipendente dalla mia". La cifra unica di questi mille Scalfari è stata l'allegria. E il racconto, anche quando diventa intimo, rivela sempre la sua gioia di vivere: "C'è stato molto divertimento nella mia vita. Nel lavoro mi sono sempre divertito. E quando ho smesso di fare qualcosa è perché non mi divertivo più".

 

Anche noi ci siamo divertiti e ci auguriamo che queste confessioni sorprendenti e libertine ora divertano il lettore. Il capitolo che qui anticipiamo, intitolato "Io e Montanelli", è il penultimo. I capitoli sono 24, l'ultimo è il "Lungo addio". C'è poco di quel che si conosce, anche dell' amicizia con il Papa: "Di tutto quel che ho realizzato nella mia lunga vita, la cosa che piacerebbe di più alla mamma è l'amicizia con Papa Francesco. In questi anni mi è stato chiesto che senso ha per un laico parlare di religione e di Dio. Che ne sanno, loro, di me e di mia madre?". (a.g. / f.m.)

 

 

INDRO MONTANELLI

 

Un giorno pronunciammo entrambi la stessa frase: «Ti immagini noi due insieme?», e non so se i nostri stupori fossero uguali; non so se lui si riferisse all' impossibilità di mettere insieme il suo carattere ribaldo di toscanaccio e la mia cocciutaggine di calabrese o la sua Italia di destra e la mia Italia di sinistra. Indro aveva rotto con il Corriere ed ero andato a trovarlo a Milano, a casa di una signora da cui viveva e che credo fosse la sua compagna. Gli proposi di fare insieme un giornale e gli offrii il posto di direttore. Mi disse che voleva scrivere articoli e non dirigere giornali e lo rassicurai promettendogli che così sarebbe stato: avrebbe fatto i suoi editoriali di direttore e al resto ci avrei pensato io. Le mie parole gli giunsero chiare, ma non colsi nessuna reazione emotiva.

 

scalfari montanelli

Dunque non so se restò lusingato dalla proposta. Mi assicurò soltanto che ci avrebbe pensato per un paio di giorni. E, quando ci salutammo, aggiunse che con ogni probabilità la risposta sarebbe stata no. E in effetti, come aveva promesso, e come a quel punto prevedevo, quarantotto ore dopo mi arrivò il suo no: non avrebbe fatto, mi spiegò, il direttore di un giornale che nella realtà sarebbe stato tutto mio.

 

Montanelli realizzò il quotidiano facendosi finanziare da Berlusconi e questa è stata una delle ragioni per cui per molto tempo ce ne dicemmo di tutti i colori. Poi però, quando fu licenziato dal Giornale e fondò La Voce, ci rivedemmo ancora, due o tre volte. In un' occasione rievocò, con una punta d' ironia, quel nostro incontro milanese: «Credi che se io avessi accettato di diventare il direttore del tuo giornale, tu avresti avuto lo stesso successo?».

 

MEME SU EUGENIO SCALFARI

Era sempre l' uomo mordace che avevo imparato a conoscere fin dagli anni in cui a Milano capitava di incrociarci al Covino, un ristorante dove mangiava spesso con Longanesi. Ricordo con simpatia il Montanelli novantenne, mi rivedo nei suoi sorrisi senza goffaggini, mai fuori contesto, mai giovanilisti, che è la peggior maniera di essere vecchi, negando sé stessi. Del vecchio Montanelli ricordo il viso lungo nell' intreccio scarnificato di solchi e di macchie: era stato sempre magro, ora era traballante e curvo. Non aveva i miei capelli né la barba bianca con qualche striscia lucente, ma la pelle era la stessa: sdrucita e sottile, non gli copriva ma gli scopriva le ossa, le sue più ancora delle mie. Mi è piaciuto il suo modo di invecchiare. Ma anche quando quello stesso Berlusconi che ci aveva allontanato ci avvicinò, continuammo ad avere punti di vista differenti sull' Italia e sul mondo.

INDRO MONTANELLI

 

Curiosamente, il legame si rinsaldò allorché insieme partecipammo a un festival dell' Unità, ma non ci fu nessuna sbandata di Indro a sinistra, come in quell' occasione dissero i berlusconiani delusi. E soprattutto nessuna ruggine senile nel suo pensiero. La verità era che un uomo di destra del suo stampo si trovava molto meglio con una sinistra alla Prodi che con una destra alla Berlusconi. Non si riconosceva nella sinistra, che però non gli faceva più paura; al contrario, temeva la destra che era la sua bandiera, e dunque si sentiva tradito.

eugenio scalfari

 

Indro rimase il grande giornalista che era sempre stato, l' interprete più arguto del senso comune: quello che gli italiani di solito sentivano con la pancia, lui lo restituiva nell' inimitabile efficacia del suo stile. Ogni italiano aveva in casa uno zio brillante e pungente, un fratello caustico che somigliava a Montanelli. Io ho cercato invece di essere l' interprete del buon senso, che è cosa diversa dal senso comune, ma oramai eravamo entrambi vecchi e questo ci rendeva più compatibili, sebbene avessimo fantasmi diversi: lui con i suoi Longanesi e Prezzolini; io con i miei Pannunzio e Benedetti. Io di sinistra e lui di destra.

 

scalfari montanelli

E benché ce ne dicessimo di cotte e di crude, siamo stati, a modo nostro, amici e alla fine era vero che ci somigliavamo. Nonostante fossi più giovane, abbiamo vissuto nella stessa epoca e attraversato lo stesso fuoco, trasformando il nostro mestiere in un romanzo, al punto che il mondo reale e il mondo narrato non si distinguono più, con una folla di Scalfari e una folla di Montanelli, tutti veri, tutti falsi, tutti verosimili, tutti leggendari. Entrambi abbiamo fatto i conti con il liberalismo: lui da conservatore anarcoide, io da radicale libertino; lui divulgatore di storia e io scrittore di filosofia.

 

Entrambi ci siamo fatti beffe di quella ipocrisia che chiamano «i fatti separati dalle opinioni», ed entrambi siamo stati circondati da servizievoli cloni ai quali abbiamo sempre preferito gli avversari, non gli insultatori e i quaquaraquà, ma la gente con cui ci si intende anche quando ci si morde.

ezio mauro eugenio scalfari

 

montanelli

Avevamo in comune pure la pretesa dell' eleganza, quell' idea di indossare con semplicità un cachemire come fosse lana grezza. Siamo stati «la dualità italiana», come qualcuno ha detto, la mano destra e la mano sinistra del giornalismo del Novecento, due irriducibili ghibellini: il ghibellino bianco e il ghibellino nero. E anche due provinciali, aggiungo, uguali e diversi: la sua Fucecchio è il mondo che rimanda alla metafora dell' individuo, alla solitudine e alla singolarità, ma anche allo spazio chiuso che più resiste al tempo; la mia Civitavecchia è il mare aperto, l'orizzonte, lo sguardo.

francesco merlo

 

Da un lato la provincia chiusa di un toscanaccio che si liberava girando il mondo e andava a cercare il segreto dell' universo in Finlandia e in Ungheria; dall' altro la provincia aperta del Viandante di Caspar David Friedrich che cercava il segreto dell' universo scrutando l' orizzonte. La provincia gelosa e permalosa del sarcastico provocatore in faccia alla provincia paterna e dolce che dalla riva guarda le navi lasciare il porto e diventare punti lontani. Oggi sorrido immaginando me stesso con Montanelli accanto, a passeggiare nel secolo. Ma non voglio esagerare. E non solo perché i nostri modelli giornalistici restarono inconciliabili nello stile e nel modo di pensare.

 

scalfari

Nel ricordo non mi pesano le critiche e i giudizi aspri che per decenni ci siamo scambiati. Confesso però che mi dispiacque quando appresi che nei suoi Diari mi dipingeva come una specie di Bel-Ami, il personaggio che Maupassant immortalò assegnandogli il tratto della spregiudicatezza. Ora, per quello che ne so, la spregiudicatezza può essere tanto mancanza di scrupoli quanto libertà dal pregiudizio; può trasformarsi in cinismo oppure in indipendenza d' opinione e perfino in anticonformismo.

antonio gnoli con lo scoter

 

Ritengo che la mia, anche quando ha sfiorato l' azzardo, non abbia mai forzato le regole del gioco. Qualunque partita da me affrontata è sempre stata condotta secondo le regole. Maupassant consegnò al lettore un tipo umano che, attraverso il giornalismo, scopre la seduzione del potere e se ne innamora al punto da volersi sostituire ai potenti che descrive. So bene che il mio mestiere è stato una forma di dominio che ho esercitato lungo sessant' anni. Tutta la mia vita è stata costellata di incontri con quella «razza padrona » che ho cercato non solo di combattere, ma anche di raccontare in maniera dettagliata. E non c' è mai stata la tentazione di sostituirmi a loro, di voler essere come loro.

 

eugenio scalfari

Lo dico senza snobismo, con la consapevolezza che la mia storia, come ho raccontato, nasceva da altre premesse. È vero, tuttavia, che a lungo ho avuto un potere reale. E, avendolo esercitato nella doppia veste di giornalista ed editore, è sembrato ancora più grande. Per me è naturale che la figura di Bel-Ami lasci il posto a qualcosa di più sfumato, perfino di malinconico. Nel senso che ho sempre avuto chiaro che il potere, rispondendo alle leggi della meccanica, per il semplice fatto che c' è, si può perdere. Ho combattuto molte battaglie: ho difeso quando c' era da difendere e ho attaccato quando ho avvertito la minaccia di un nemico deciso a insidiare le nostre postazioni. Non penso sia un' eccezione aver vissuto in modo alquanto tempestoso certi momenti dell' esistenza.

 

eugenio scalfari carlo de benedetti

Il Novecento, più di altri secoli, è stato il tempo delle burrasche e delle bonacce. Averlo attraversato per un lungo tratto mi consente di vedermi come un protagonista che ha lottato, patito, desiderato affinché le proprie idee, i propri progetti avessero la meglio in una competizione che non ha mai ignorato la correttezza.

 

Ecco perché la spregiudicatezza alla quale alludeva Montanelli mi è parsa inappropriata. Quanto a me, non ho mai discusso l' autorevolezza del giornalista né la lealtà e la generosità dell' uomo che ha sempre conservato un certo sprezzo per la vita. Semmai ho preso di petto le sue convinzioni politiche. Sulla scia di Longanesi, Montanelli ha creduto che l' unica borghesia degna fosse la più conservatrice. Si sbagliava? Penso di sì.

 

BERLUSCONI MONTANELLI

Ritengo che proprio di quel soggetto, al quale più volte ha fatto riferimento, spronandolo, sferzandolo e criticandolo, si sia sentito il legittimo interprete, depositario di una verità sociologica moderata che a me ha fatto soprattutto pensare alla difesa di un' Italia arretrata. Montanelli fu un italiano sui generis. Non lo avvicinerei, come pure è stato fatto, alla figura di Curzio Malaparte, il troppo avventurista autore della Pelle . Semmai, ritengo che abbia fatto parte di quella schiera di pessimisti che, oltre a Longanesi, ha avuto in Giuseppe Prezzolini un indiscutibile punto di riferimento.

 

MONTANELLI BERLUSCONI

Perfino nel suo lavoro di divulgatore storico non seppe sottrarsi alla convinzione che l' Italia fosse un paese diverso dal resto dell' Europa, una zattera che si era staccata dalla terraferma per galleggiare e ondeggiare seguendo il flusso delle correnti. Anche nei momenti in cui più accese furono le controversie fra noi, non ho mai visto in Montanelli il mio nemico, e non solo perché mi pareva troppo grande come giornalista, troppo fuoriclasse, ma perché ci univa una passione comune: quella per la libertà.

mauro scalfarimarco de benedetti saluta eugenio scalfari (2)Scalfari De Benedettiscalfari valentinieugenio scalfari ciriaco de mita gianni lettamarco de benedetti saluta eugenio scalfari (3)SCALFARI MINNITI 1PRODI SCALFARIscalfari_675scalfari de mitaeugenio scalfari con la moglie serena rossettimassimo giannini eugenio scalfari ezio mauroEUGENIO SCALFARI

Ultimi Dagoreport

meloni la russa

IL CO-FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA E SECONDA CARICA DELLO STATO, IL POCO PALUDATO PRESIDENTE DEL SENATO IGNAZIO LA RUSSA, LEGGE DAGOSPIA E NON SI TROVA PER NULLA D’ACCORDO SU QUANTO SCRIVIAMO SUL SUO RAPPORTO NON IDILLIACO (EUFEMISMO) CON GIORGIA MELONI (DALLE DIMISSIONI DELLA PITONESSA SANTANCHE’ AL CANDIDATO ALLE PROSSIME COMUNALI DI MILANO, CASINI IN SICILIA COMPRESI) E CI SCRIVE UNA ZUCCHEROSA, A RISCHIO DIABETE, LETTERINA: ‘’CARO D'AGOSTINO, POSSIBILE CHE QUANDO (SPESSO) TI OCCUPI DI ME NON NE AZZECCHI UNA? FANTASCIENZA ALLO STATO PURO UN ANCORCHÉ MINIMO DISSENSO CON GIORGIA MELONI CHE PER ME È E RESTERÀ SEMPRE, UNA SORELLA MINORE SUL PIANO AFFETTIVO E UNA LEADER INIMITABILE SUL PIANO POLITICO - SE VUOI SONO SEMPRE PRONTO A DARTI NOTIZIE CHE RIGUARDANO ME, CORRETTE E DI PRIMA MANO. MA FORSE NON TI INTERESSANO” (CIAO CORE...)

meloni la russa manlio messina cannella dell'utri

DAGOREPORT - IL PROBLEMA PIÙ OSTICO PER LA MELONA AZZOPPATA NON È CONTE NÉ SCHLEIN: SI CHIAMA FRATELLI D'ITALIA, A PARTIRE DA LA RUSSA – IL PRESIDENTE DEL SENATO BRIGA, METTE BOCCA, PRETENDE LA SCELTA DEL SINDACO DI MILANO: LA PROVA SI È AVUTA OGGI CON LA NOMINA DEI SICILIANI GIAMPIERO CANNELLA E MASSIMO DELL’UTRI A SOTTOSEGRETARI - ‘GNAZIO VOLEVA UNA “COMPENSAZIONE” PER IL TRASLOCO DEL "SUO" GIANMARCO MAZZI AL TURISMO, PER NON LASCIARE AL SOLO EMANUELE MERLINO (UOMO DI FAZZOLARI) IL COMPITO DI ''BADANTE'' DEL MINISTRO GIULI-VO – IL CAOS IN SICILIA, TRA INCHIESTE SULLA GIUNTA, I SEGRETI “SCOTTANTI” MINACCIATI E MAI RIVELATI DA MANLIO MESSINA E LA DEBOLEZZA DEL TAJANEO SCHIFANI CHE SENTE IL FIATO SUL COLLO DI GIORGIO MULE' (CARO AI BERLUSCONI), CHE PUNTA A PRENDERE IL SUO POSTO E CHIEDE DI COMMISSARIARE FORZA ITALIA IN SICILIA, DOPO IL PESSIMO RISULTATO AL REFERENDUM...

marina berlusconi antonio tajani fulvio martusciello

DAGOREPORT - LA PRESA DI TAJANI SU FORZA ITALIA SI È RIDOTTA DOPO IL SILURAMENTO DEI SUOI "DIOSCURI", BARELLI E GASPARRI. IL PARTITO ORA È IN EBOLLIZIONE: VOGLIONO RIMUOVERE FULVIO MARTUSCIELLO DA CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA A BRUXELLES. AL SUO POSTO, SI FANNO AVANTI LETIZIA MORATTI E MASSIMILIANO SALINI - E IL "MAGGIORDOMO CIOCIARO" DI CASA MELONI, CHE FA? RESTA IN TRINCEA BLOCCANDO LA NOMINA DI FEDERICO FRENI ALLA CONSOB PER FORZARE IL GOVERNO A TROVARE UNA SISTEMAZIONE AL SUO CONSUOCERO BARELLI E ALLA SUA FEDELISSIMA CHIARA TENERINI, LANCIATA CONTRO LA DEBORA BERGAMINI DI MARINA…

giuseppina di foggia giorgia meloni arianna claudio descalzi terna eni

CHE FIGURA DI TERNA PER GIORGIA! – NELL’APRILE 2023 MELONI SI VANTAVA DELLA NOMINA DI GIUSEPPINA DI FOGGIA ALLA GUIDA DI TERNA: “È LA PRIMA DONNA AD DI UNA GRANADE PARTECIPATA PUBBLICA” – CHISSA COME SI SARÀ PENTITA DI QUELLA SCELTA, SPONSORIZZATA DALLA SORELLA ARIANNA, ORA CHE LA MANAGER HA DECISO DI INCASSARE FINO ALL’ULTIMO EURO DELLA SUA BUONUSCITA DA 7,3 MILIONI, ALLA FACCIA DELLA CRISI ENERGETICA, ED È PRONTA A RINUNCIARE ALLA PRESIDENZA DI ENI CHE LE È STATA OFFERTA COME “PARACADUTE”, PUR DI TENERE IL PUNTO – DI FOGGIA PRETENDEVA DI ESSERE CONFERMATA IN TERNA O DI AVERE COMUNQUE UN RUOLO OPERATIVO IN UN ALTRO COLOSSO STATALE: SA BENE CHE LA POLTRONA DA PRESIDENTE DEL CANE A SEI ZAMPE È DI RAPPRESENTANZA, DAL MOMENTO CHE IN CASA ENI TUTTO PASSA PER L’AD CLAUDIO DESCALZI – IL VERBALE DI TERNA CHE INGUAIA PALAZZO CHIGI

borsa italiana dario scannapieco fabrizio testa cdp cassa depositi e prestiti

DAGOREPORT - PERCHE' ALLA BORSA ITALIANA COMANDANO I FRANCESI? – INFURIA LA BATTAGLIA SULLA CONFERMA DI FABRIZIO TESTA ALLA GUIDA DI BORSA ITALIA, IMPOSTA DALLA FRANCESE EURONEXT E CONTESTATA DA CDP (ENTRAMBI AZIONISTI ALL’’8,08%). SECONDO LA CASSA, NON SAREBBE STATO RISPETTATO IL PATTO PARASOCIALE – EPPURE LA CONSOB, NEL SUO “ACCERTAMENTO” SU BORSA ITALIANA DELLO SCORSO NOVEMBRE, ERA STATA CHIARA: HA RILEVATO UNA “RIPETUTA VIOLAZIONE DELLE REGOLE DEL GOVERNO SOCIETARIO”, HA ACCERTATO CHE “TESTA NON HA DATO LA NECESSARIA INFORMATIVA AL CDA DI BORSA ITALIANA SUI PROGETTI O LE MODIFICHE ALLA STRUTTURA COMMISSIONALE”, “MORTIFICANDO IL RUOLO DEL CDA” – L’ASSEMBLEA DEI SOCI DI BORSA ITALIANA È CONVOCATA PER IL 29 APRILE PER RINNOVARE CDA E VERTICI MA LA GUERRA LEGALE POTREBBE ESSERE MOLTO PIU’ LUNGA...

procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...