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UNA STREPITOSA, AMARA, INTERVISTA A CARLO CROCCOLO: ''HO INIZIATO DISPREZZANDO GLI ATTORI, GENTE FUTILE, NARCISISTA, SPESSO MESCHINA. L'HO FATTO SOPRATTUTTO PER SOLDI'' - IL PADRE TRUFFATORE, I SEI MESI DI CARCERE, LE DROGHE PESANTI, LA DISINTOSSICAZIONE IN CANADA, LA SESSUALITÀ PRECOCE, MARILYN MONROE, I TANTI RUOLI RIFIUTATI - ''LA 'SPALLA' DI TOTÒ? E ALLORA PERCHÉ NON IL CULO, IL FEGATO O IL CERVELLO? LA SPALLA LA VENDONO IN MACELLERIA. HO FATTO L'ATTORE DI SOSTEGNO, ANCHE UMANO, DI TOTÒ'' - SU TROISI, SORDI, ZALONE, FELLINI

Antonio Gnoli per ''la Repubblica''

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Più che un avamposto dell' inferno Castel Volturno è un fraintendimento dell' anima. Si pensa di cercare una cosa e se ne trova un' altra. Qui in passato arrivarono i polacchi, i rumeni, gli albanesi, gli ucraini. Da un paio di decenni vi giungono dal Ghana, dal Sudan, dalla Nigeria. Vengono con il miraggio di una vita diversa. Ma le vite nuove, ammesso che siano possibili, sono rischiose e a volte terribili. Una decina di anni fa Guido Lombardi realizzò Là- bas, una storia di rivalità tra camorra e criminalità immigrata a Castel Volturno, che culminò in una strage.

 

daniela  cenciotti moglie di carlo croccolodaniela cenciotti moglie di carlo croccolo

E un paio di anni dopo proprio a Castel Volturno morì di infarto Miriam Makeba, dopo un concerto per Roberto Saviano contro la camorra. Morì nell' altra Africa, quella casertana, dove ci sono le mafie e le persone per bene; dove la violenza si veste di prostituzione e di droga e la solidarietà si manifesta verso i più deboli e i diseredati. Questo mi dice Daniela Cenciotti, di professione attrice, con un passato di assessore, impegnata per rendere meno invivibile Castel Volturno e moglie di Carlo Croccolo, l' attore celebre per le sue memorabili collaborazioni con Totò.

 

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Lui mi attende seduto a un tavolo immerso nella penombra di una grande stanza che fa da tinello: «Vivo qui da trent' anni. È un posto di merda. Ma ancora più di merda è Napoli. Perciò mi accontento. Cerco di non vedere. Non esco quasi più, non ho frequentazioni. Né amici. La sola persona presente è Daniela, mia moglie. Non so cosa farei senza di lei. È patetico dirlo. Ma è la semplice verità».

Lei ci crede, intendo alla verità?
«Credo alle verità fattuali: per esempio che sono nato a Napoli, che ho avuto un rapporto non facile con mio padre e piuttosto buono con mia madre, e che la mia sessualità è stata precoce».

Precoce quanto?
«Quanto basta per turbare un bambino in presenza delle amiche di mia madre. I miei più lontani ricordi si legano a queste immagini rubate: la vista di una giarrettiera, un seno procace, l' orlo di un bicchiere stampato da un rossetto ».

Un' ossessione?
«Direi piuttosto un principio vitale. Le donne sono state una componente fondamentale nella mia vita. A cominciare da mia madre».

Chi era?
«Insegnante di storia e filosofia al liceo, ebbe la sventura di innamorarsi di mio padre».

Perché sventura?
«Papà aveva un carattere inadatto alla famiglia. Ebreo alessandrino, venne in Italia in una delle tante crisi che l' Egitto ha conosciuto. Vita improbabile la sua. Sempre senza soldi e senza futuro. A un certo punto, esasperato, decisi di non vederlo più. Ma lui spuntò improvvisamente dall' altro emisfero dove ero finito per una tournée con Claudio Villa».

Dove esattamente?
«A Melbourne, durante uno spettacolo teatrale e canzonettistico. Congedato il pubblico sentii bussare in camerino: chi è? Chiesi. Sono un vecchio che vorrebbe salutarti prima di morire. Aprii la porta. Ti ricordi di me? Disse con un accento melenso tra l' egiziano e il veneto. Tu papà! Non lo vedevo da anni. Finimmo al ristorante con altra gente. Una mia amica seduta al tavolo mi chiese chi fosse quel vecchio signore che le sedeva accanto. Mio padre, risposi preoccupato. Allora dì a questo "rattoso" di togliere la sua mano dalla mia coscia se non vuole che gliela stacco a morsi».

Suo padre che ci faceva in Australia?
«Inseguiva le sue chimere. Si era spacciato per professore, poi per pranoterapeuta infine per colonnello dell' intelligence. Parlava sei lingue, glielo riconosco. Ma al fondo aveva l' animo del truffatore. Mi regalò una macchina fotografica e una borsa di pelle. Il giorno prima di partire pretese indietro i suoi "doni". Non aveva neanche più i soldi per il biglietto. Questo era Gualtiero Croccolo. Quando tornai in Italia la prima cosa che dissi a mia madre fu: grazie per averlo lasciato. È un uomo che ho disprezzato. Così come ho l' onestà di disprezzare me stesso».

Cosa disprezza di sé?
«L' approssimazione, il non andare mai al fondo delle cose. Penso che la perfezione esista e che io sia un perfezionista mancato».

carlo croccolo    carlo croccolo carlo croccolo  carlo croccolo


È considerato un grande attore, anche nelle parti minime riesce a dare qualcosa di straordinario.
«La mia carriera di attore è asincrona. L' ho iniziata disprezzando gli attori. Gente futile, narcisista, spesso meschina. Ho fatto questo mestiere fondamentalmente per soldi. Guadagnavo in un giorno quello che mia madre insegnante guadagnava in un anno».

Ha realizzato molti film con Totò. Come è stato il vostro rapporto?
«Ho fatto una decina di film con lui. Credo di essere tra le persone che lo hanno conosciuto meglio. Era severo sul set e formale nella vita. Non aveva la malinconia che certi comici posseggono. Convinto della sua grandezza soffrì un certo ostracismo dalla critica. Gli ultimi anni furono afflitti da menomazioni alla vista. Lavorare in quelle condizioni non era facile, eppure malgrado la cecità fu sempre al centro della scena».

Come è nata l' idea che fosse lei a doppiare la sua voce?
«L' avevo doppiato nella versione francese. Conoscevo il suo timbro, l' intonazione, le pause di quella voce. E fu lui a propormelo. Nel 1958 perse la vista. Mi fece tornare dal Canada dove ero andato a vivere. Mi convocò e mi disse: Carletto, ti devo chiedere se te la senti di doppiarmi. Ma se accetti non lo deve sapere nessuno, il nostro mondo, ricordati, è pieno di perfidie. Chissà cosa direbbe la gente. Accettai anche se la figlia va dicendo in giro che non è vero che l' ho doppiato. Per fortuna Franca Faldini, che fu la sua meravigliosa ultima compagna e da poco scomparsa, mi ringraziò pubblicamente».

Lei in Canada cosa ci faceva?
«È una storia lunga. Me ne andai via dall' Italia dopo una vicenda con la giustizia. Fui arrestato per droga, restai in carcere per sei mesi e poi venni prosciolto. Come vicino di cella avevo il mostro di Nerola. Sei lunghi mesi da incubo. Il giudice voleva che facessi i nomi dei partecipanti a una festa. Dissi che non conoscevo nessuno e che mi ero trovato lì, in quel festino romano, per puro caso. Alla fine dovettero liberarmi».

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Cosa le è rimasto di quell' esperienza?
«Potrei parlarle della follia di Carlo Croccolo».

 

Cioè?
«Io che non mi ero mai drogato, una volta uscito cominciai a fare uso di droghe pesanti. Era come se non avessi voluto far passare invano quei sei mesi di carcere. C' era in me un desiderio di autodistruzione. È durato un anno. Poi dissi che o smettevo o era meglio suicidarsi. Fu una situazione terribile. Mi feci perfino legare a un letto. E alla fine decisi di allontanarmi dall' Italia. Andai a vivere in Canada. Ho ricominciato una vita normale. Ho fatto il cameriere e se qualcuno mi riconosceva dicevo di non essere io. Mi liberai così dalla droga. Non c' è benessere, non c' è pace con lei. C' è solo l' ignominia. Questo andrebbe spiegato ».

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E l'Italia?
«Ogni tanto tornavo. All' inizio cautamente. Poi sempre più di frequente. Nel 1972 presi la doppia cittadinanza. Il cinema italiano si era legato al genere western e al giallo. Girai come regista, con il nome di Lucky Moore, un paio di western. Nessun futuro, nessun rimpianto».

Neppure quello di aver mancato l' incontro con Fellini?
«Voleva affidarmi una parte ne "Lo sceicco bianco". Rifiutai. E non so ancora se feci bene o male. A quell' epoca, mi pare fosse il 1951, lavoravo tantissimo, con Totò e con altri. Fellini non era ancora nessuno. E diede la parte a Leopoldo Trieste. Chissà, diversamente, come sarebbe andata».

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Ho come l' impressione dal tono dei suoi racconti di occasioni mancate o non volute. Come un bisogno di farsi del male.
«Forse non avrei dovuto fare l' attore».

Cos' altro le avrebbe riservato la vita?
«Da giovane studiai medicina. Ma non mi sono laureato. Il professore che avrebbe dovuto seguire la mia tesi mi considerava un cretino. La mia idea era di mettere in discussione la sua ipotesi circa la funzione dell' aceticolina, un neurotrasmettitore che regola il sistema nervoso. A quel punto lasciai perdere l' università e cominciai a lavorare a Radio Napoli. Era il 1947. Andai a Roma, alla Rai cercavano doppiatori. Ho doppiato Oliver Hardy e perfino Harry Belafonte. Sono un professionista eclettico».

Che cosa c' è di vero nella storia di lei con Marylin Monroe?
«La incontrai a una festa della Paramount a Hollywood poco prima che morisse».

Come c' era finito a quella festa?
«Fu Jean Negulesco con cui avevo girato una parte in a invitarmi. Tornavo dall' Australia e prima di rientrare a Montreal feci scalo a Los Angeles. Mi fermai qualche settimana e si presentò quell' invito. Non dovevi essere Clark Gable per finirci in mezzo. Conoscevo Riccardo Montalban e May Britt, una bionda che aveva sposato Sammy Davis Jr. Vidi tutta questa bella gente una sera al Martoni' s Restaurant e fu precisamente lì che Negulesco mi invitò».

E cosa accadde?
«La Monroe, che si aggirava barcollante tra gli invitati con un bicchiere in mano, mi scambiò per un irlandese. Avevo i capelli rossi e il baffo spiovente. Le dissi che ero italiano, di Napoli. Rise. Aggiunsi che per un terzo ero ebreo. Mi guardò meravigliata e disse che si era convertita all' ebraismo. Parlammo ancora. Mi sembrò affaticata.
Il volto, quel volto un tempo bellissimo, invecchiato. Di colpo vidi un' altra donna. Poi Negulesco, con cui aveva girato vari film, la portò via».

In tutto questo lei pensava che Hollywood le avrebbe dato qualche chance?
«Sinceramente pensavo che era possibile. Avevo avuto delle offerte da William Wyler. Del resto, in Canada dopo il cameriere ero tornato al cinema girando qualche documentario e degli "short" per la pubblicità. Non avevo dimenticato quel mondo. Ma con Hollywood alla fine non conclusi niente».

carlo croccolo in viaggiocarlo croccolo in viaggio


Lo dice con qualche amarezza.
«Forse perché non ho mai vissuto niente con allegria».


È strano per un attore comico.
«Non sono un attore comico, sono il lato triste della comicità ».

Una tristezza per essere stato più "spalla" che protagonista?
«Che vuol dire "spalla"?»

 

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Ad esempio è stato una delle grandi spalle di Totò.
«Perché non allora il "culo", o il fegato o magari il cervello di Totò? La spalla la vendono in macelleria. Diciamo che ho fatto l' attore di sostegno. Ho sostenuto Totò, anche umanamente».

Che vuol dire?
«Supplivo a quella distanza che aveva messo tra sé e la gente. Fu un grande affabulatore di comicità. Essendo un uomo senza contenuti, poteva averli tutti. Voglio dire che da un suo limite ricavò la sua grandezza».

I comici di oggi le piacciono?
«Grande comico è stato Troisi, forse perfino più di Totò. Grande Sordi che ha inventato il cattivo divertente. Oggi il solo che vedo a quelle altezze è Checco Zalone. Il guaio di molti odierni comici è di volersi sentire intelligenti, quando sono solo un po' stronzi».

Lei da quale parte si mette?
«Una sera Eduardo De Filippo mi insultò dandomi del cretino».

Anche lui?
«Avevo rinunciato, all' ultimo momento, a una parte in una sua commedia. Se la legò al dito. Non mi parlò per anni. Poi una sera mi vide insieme a Lucretia Love, un' attrice americana che aveva lavorato con Peppino De Filippo. Quella sera Eduardo ci invitò a cena. Sembrava attratto da quella donna bellissima. Poi di colpo, ignorando la mia presenza, le disse: ma perché stai con lui? Lo vedi, no? È senza "cazzimma", senza palle, non sarà mai un grande attore».

Lei come reagì?
«Gli ho dato ragione. È vero non mi sono mai sentito un grande attore. Non lo sono e non ho mai fatto niente per esserlo. Sono come quei cani randagi che Totò cercava, inutilmente, di raccogliere e accudire. Dico sempre: lasciatemi stare. L' insuccesso non mi ha mai scoraggiato. E il successo non mi ha mai montato».

I suoi desideri?
«Daniela, il mare, la musica jazz e classica. Vorrei vivere su una barca. Mi dà fastidio la gente. Sto bene da solo. Ho un carattere infame, lo riconosco. Ma che ci posso fare? Neppure Dio potrebbe mutarlo».

Ci crede?
«A Dio preferisco le spiegazioni scientifiche. Ma ogni tanto mi piacerebbe che qualche sostituto prendesse il suo posto e mi portasse per mano, laggiù dove l' acqua è ancora vita e memoria».

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