L'ONDA "IN NERO" CHE TRAVOLGE L'ITALIA NON È QUELLA FASCISTA - SECONDO L'ISTAT IL TASSO DI IRREGOLARITÀ SUL LAVORO È TORNATA AI LIVELLI DEL 2013: L’ECONOMIA SOMMERSA È VALSA CIRCA 203 MILIARDI DI EURO NEL 2019, CIOÈ L'11,3% DEL PIL (E POI È ARRIVATA LA PANDEMIA, CHE TRA CHIUSURE E FURBERIE PER AGGIRARE I DIVIETI AVRÀ PURE PEGGIORATO LE COSE) - IL PROBLEMA È (ANCHE) LA LEGGE: SE IL LAVORATORE CHE DENUNCIA RISCHIA DI ESSERE PERSEGUITO COME EVASORE...

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Da www.lastampa.it

 

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È di 202,9 miliardi di euro il valore dell'economia non osservata nel 2019, comprendente economia sommersa e attività illegali. Lo rivela uno studio dell’Istat sugli anni 2016-2019, che mostra come il tasso di irregolarità del lavoro sia tornato di nuovo ai livelli del 2013.

 

Con 3 milioni e 586 mila lavoratori in nero nel 2019, il ricorso al lavoro non regolare sembra essere una caratteristica strutturale dell’economia italiana, che coinvolge sia le imprese che le famiglie.

 

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Le Unità di lavoro a tempo pieno in condizione di non regolarità – svolte, quindi, senza il rispetto della normativa vigente in materia fiscale e contributiva – sembrano essere, a primo impatto, una componente in calo: il 2019 vede 57mila unità in meno rispetto all’anno precedente, segnando un ridimensionamento della cifra per il secondo anno consecutivo.

 

Tuttavia, «si tratta di un miglioramento sconfortante» secondo Massimiliano Dona, presidente dell'Unione Nazionale Consumatori. «Temiamo che le mille assunzione all'Ispettorato nazionale del lavoro previste nel Dl Fisco siano del tutto insufficienti sia a contrastare gli incidenti sul lavoro, una vergogna nazionale, sia la piaga sociale del lavoro nero».

 

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Il valore aggiunto dell’economia sommersa comprende le comunicazioni volutamente errate del fatturato e dei costi – quindi le sotto-dichiarazione del valore aggiunto – o il valore generato tramite il lavoro irregolare.

 

Il primo include il valore dei profitti in nero, delle mance e una quota che emerge dalla riconciliazione fra le stime degli aggregati dell'offerta e della domanda. L'economia illegale include sia le attività di produzione di beni e servizi la cui vendita, distribuzione o possesso sono proibite dalla legge, sia quelle che, pur essendo legali, sono svolte da operatori non autorizzati.

 

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Le attività illegali incluse nel Pil dei Paesi dell'Unione europea sono la produzione e il commercio di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di sigarette.

 

Anche il peso dell’economia sommersa nell’economia – attualmente pari all'11,3% del Pil – ha subito un calo, di circa 5 miliardi, rimanendo in linea con il trend cui si assiste dal 2014. Anche in questo caso, però, si tratta di «Dati demoralizzanti, non degni di un Paese civile. – continua Dona – I progressi ottenuti contro l'evasione sono a dir poco deludenti.»

 

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«Bisogna cambiare le regole, creando un contrasto di interessi tra datore di lavoro e lavoratore. Fino a che il dipendente che denuncia di aver lavorato in nero rischia di essere perseguito come evasore e di dover pagare le tasse arretrate, non si andrà da nessuna parte e la battaglia sarà persa», puntualizza Dona, per cui «anche i termini per contestare il licenziamento illegittimo, pari ad appena 60 giorni, sono assurdi per un lavoratore in nero che deve trovare le prove di essere stato un lavoratore di quell'azienda e di certo non facilitano l'emersione del fenomeno».

 

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Nel complesso, i settori dove è più alto il peso del sommerso economico sono gli Altri servizi alle persone (35,5% del valore aggiunto totale), Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (21,9%) e le Costruzioni (20,6%).

 

Negli Altri servizi alle imprese (5,5%), nella Produzione di beni d'investimento (3,4%) e nella Produzione di beni intermedi (1,6%), si osservano invece le incidenze minori. Nel settore primario il sommerso, generato solo dalla componente di lavoro irregolare, rappresenta il 17,3% del totale prodotto dal settore.

 

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