COMPAGNO PONTEFICE – L’ENTOURAGE PAPALE È STATO PRESO TOTALMENTE ALLA SPROVVISTA DAL CROCEFISSO CON FALCE E MARTELLO REGALATO DA MORALES – MA BERGOGLIO NON SI È SMENTITO È HA FATTO UNA LUNGA TIRATA CONTRO LA POVERTÀ E PER L’”EQUA DISTRIBUZIONE”

E’ facile immaginare che il bizzarro dono del presidente colombiano finirà in qualche scantinato vaticano, non essendo esattamente un capolavoro del Bernini. Morales è stato però assai furbo a unire in unico oggetto le due grandi matrici della sua nazione e farne uno spot planetario per sé…

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1.“POVERTÀ,IL SISTEMA NON REGGE PIÙ”

Marco Ansaldo per “la Repubblica”

 

«Ecco, Santitad, i miei regali». Il presidente boliviano Evo Morales infila attorno al collo del Pontefice una collana. È un medaglione con impresso a sbalzo il simbolo della falce e martello. Jorge Bergoglio se ne accorge solo quando l’ha indosso. Non sa che faccia fare. Abbozza un sorriso stirato. «E poi c’è questo».

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Da un tavolino alla sua destra, il leader delle nuova Bolivia afferra un crocifisso in bronzo, steso sulla testa di un martello, le gambe che appoggiano su una falce. «È un’onorificenza che ricorda il sacrificio di padre Luis Espinal», aggiunge. È il gesuita sul cui luogo del martirio Francesco si è appena fermato, nella discesa che dai 4000 metri dell’aeroporto di El Alto piomba fino a La Paz, per pregare per il sacerdote difensore dei minatori torturato qui a morte nel 1980 dal regime militare.

 

Il Papa è incredulo. «Questo non lo sapevo» fa in tempo a mormorare. Non puo’ proprio dire nulla. Ma l’uno-due messo a segno dall’astutissimo Morales è un colpo immortalato dai flash di una foto che fa il giro del mondo: il Papa che indossa il simbolo del comunismo e prende nelle sue mani falce, martello e Cristo. Qui al Palazzo presidenziale di La Paz, con la folla nella Cattedrale che rumoreggia e addirittura fischia quando il leader allunga al Pontefice pure un suo libro, basta vedere la faccia del Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin per capire gli umori dell’entourage papale, preso del tutto alla sprovvista dalla mossa del presidente.

 

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 Titola difatti El Deber , quotidiano di Santa Cruz dove Francesco subito dopo va a dire messa accolto da 2 milioni di boliviani: «Un regalo che ha sorpreso il Paese, contro tutti i pronostici». Nemmeno il nunzio in Bolivia, come i diplomatici vaticani appurano, conosceva il regalo a sorpresa di Morales. Per non contare del suo discorso dal sapore internazionalista, e del pugno chiuso alzato a fianco del Papa mentre suonano gli inni.

 

Maèai cartoneros , ai “frugatori tra le cose”, e ai movimenti popolari che Francesco fa un lungo, articolato discorso, quando in Italia è ormai notte. Questo: «Iniziamo riconoscendo che abbiamo bisogno di un cambiamento ». Parla di «problemi comuni» non solo a tutti i latino-americani, il Papa, ma «a tutta l’umanità», problemi che hanno una «matrice globale e che oggi nessuno Stato e`in grado di risolvere da solo».

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Parla poi di «contadini senza terra, molte famiglie senza casa, lavoratori senza diritti, persone ferite nella loro dignità», ricorda le guerre insensate e la violenza fratricida che aumenta nei nostri quartieri». Infine l’affondo: «E allora diciamolo senza timore: abbiamo bisogno e vogliamo un cambiamento. Non si tratta di problemi isolati. Se è`cosi, insisto, diciamolo senza timore: noi vogliamo un cambiamento, un vero cambiamento, un cambiamento delle strutture. Questo sistema non regge più, non lo sopportano i contadini, i lavoratori, le comunità, i villaggi ... E non lo sopporta piu`la Terra, la sorella Madre Terra, come diceva san Francesco.

 

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Vogliamo un cambiamento nella nostra vita, nei nostri quartieri, nel salario minimo, nella nostra realta` piu`vicina; e pure un cambiamento che tocchi tutto il mondo. Mettere l’economia al servizio dei popoli, un’economia veramente comunitaria, di ispirazione cristiana. L’equa distribuzione è un dovere morale. Per i cristiani, l’impegno e`ancora piu`forte: è`un comandamento. Si tratta di restituire ai poveri e ai popoli cio`che appartiene a loro».

 

 

2. LA PROVOCAZIONE DEL LEADER INDIO UN REGALO DI STATO “COMUNISTA”

Vittorio Zucconi  per “la Repubblica

 

Sarebbe piaciuto più a Karol Wojtyla che a Jorge Bergoglio, nella ovvia contraddizione simbolica, quel Cristo crocifisso alla falce e martello dalla quale il Papa polacco lottò con successo per schiodarlo nell’Est dell’Europa. Ma il regalo del presidente boliviano Evo Morales a Papa Francesco raggiunge comunque il podio dei doni più bizzarri scambiati fra capi di Stato e leader politici.

 

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Non è ancora dato sapere in quale degli infiniti forzieri e archivi e cripte e nicchie di tesori in Vaticano sarà riposto l’oggetto donato da un uomo politico che inaugurò il proprio trionfale mandato secolarizzando la Bolivia, accusando la Chiesa di collaborazionismo nello sfruttamento, ridimensionando il potere dei vescovi e cacciando proprio crocifisso e Vangelo dall’uffico, come già il Cristo con i mercanti dal Tempio.

 

Tra Deposizioni, martiri torturati del potere temporale del momento, Madonne e Bambini, Pietà, crocifissioni canoniche, il reclutamento del Figlio di Maria di Nazareth nella lotta di classe e nella ideologia del Materialismo Dialettico marxiano potrebbe risultare azzardata.

 

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Ma nel nome della battaglia comune contro la miseria e lo sfruttamento, evocata costantemente anche dal Capo della Chiesa pur senza arrivare ai Soviet, all’elettrificazione e ai Piani Quinquennali, anche la provocatoria e greve allegoria in legno massiccio dell’ “Indio”, ossia di Morales, non è più bizzarra di altri omaggi di Stato che negli anni leader e governanti si sono scambiati.

 

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Dalla sella incrostata di pietre preziose e duunque intulizzabili senza acuti dolori in parte delicate che il presidente algerino Chadil Benjedid regalò a Reagan, alle Cadillac che segretamente la Casa Bianca spediva a Breznev per arricchire la sua collezione di supercar, i depositi e gli archivi della nazioni traboccano di paccottiglia più o meno sontuosa da tempo dimenticata. Cose che al momento parevano astute allusioni ideologiche, come il Cristomarxiano di Morales o semplici scherzi, come le due enormi patate dell’Idaho portate a Vladimir Putin dal Segretario di Stato John Kerry, perdono il loro significato nel tempo, si accastano impolverandosi.

 

Evo Morales, campione delle 36 diverse popolazioni che hanno sofferto, e soffrono, la sottomissione al potere coloniale e alle vere caste che spremono da secoli gli Indio, doveva trovare una forma di sintesi mistica alla dialettica fra la propria vocazione tardocomunista e la nuova teologia della liberazione portata a San Pietro dal vescovo argentino. Un gesuita, che appartiene allo stesso ordine di padre Luis Espinal, «ucciso da coloro che non potevano sopportare il messaggio evangelico che lui diffondeva», come ha detto Francesco.

 

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L’ha trovata in un encomiabile sforzo di immaginazione lignea, forse non riuscitissimo esteticamente e destinato a un ruolo marginale fra opere di Michelangelo o di Bernini, dove la metafora del Cristo martirizzato sulla falce e martello si presta a contraddittorie letture, ma sicuramente meno crudele del cammello che il governo del Mali offrì al presidente Hollande per ringraziarlo dell’aiuto nella lotta all’islamismo violento. Gesto che finì malissimo per il povero animale rispedito, dopo numerose prove di incompatibilità con il palazzo dell’Eliseo, a una famiglia maliana che procedette, non avendo altra sistemazione e probabilmente avendo invece molta fame, a trasformarlo in un succulento stufato. 

 

Lo sguardo allibito, ma garbato, del Papa che si richiama a San Francesco davanti a un artefatto che agli italiani meno giovani avrà ricordato Don Camillo e Peppone e ai più giovani gli stereotipi sul cattocomunismo, ha segnalato una misericordia e una comprensione che i critici darte e i curatori dei Musei Vaticani difficilmente avranno, per l’oggetto. Ma un politico come Morales, incastrato fra il populismo che lo ha trionfalmente eletto e il 78 per cento della popolazione che ancora si proclama parte della Chiesa di Roma, altro non avrebbe potuto fare, per sposare gli estremi culturali e umani della propria nazione.

cardinale pietro parolin cardinale pietro parolin

 

Il sincretismo religioso e la mescolanza di sacro e profano sono ovunque il segno più profondo della spiritualità nel Centro e nel Sud America, fra teologie della Liberazione, vescovi d’assalto come l’Helder Camara di Recife, preti guerriglieri e prodotti dei collegi dei Gesuiti come Fidel Castro.

 

Nei loro viaggi e visite nelle cattedrali neocoloniali dell’America ispanica, i Papi, come Giovanni Paolo II a Cuba, fingono di non sapere quali culti esoterici e fedi popolari si nascondano dietro Madonne e Santi apparentamente ortodossi. La crocifissione del Cristo a quella falce e martello che aveva proclamato nella propria dottrina ufficiale non soltanto l’ateismo ma la persecuzione contro la religione, non è in fondo più empia dei culti per i serpenti, le divinità e gli dei del mare nascosti dietro i simboli del cattolicesimo a galla tra Santeria e Catechismo. Non soltanto la religione non è più l’oppio dei popoli per il neo marxismo andino alla Morales. Può essere addirittura stimolante, come una manciata di foglie di coca.

 

 

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