antonio de marco

COSA NASCONDEVA ANTONIO DE MARCO, IL KILLER DI LECCE? - IL CRIMINOLOGO BRUNO: “NON HA AGITO SOLO PER INVIDIA. CREDO CHE CI FOSSE UN INNAMORAMENTO PER UNO DEI DUE RAGAZZI, CHE HA PORTATO L'OMICIDA A PROVARE INVIDIA PER UN SENTIMENTO AL QUALE NON POTEVA ACCEDERE. ODIAVA CHE L'ANTAGONISTA AVESSE UN PARTNER DESIDERABILE, CHE ANCHE LUI DESIDERAVA” - LO PSICHIATRA ANDREOLI: “OGGI LA MORTE È BANALE. ASSISTIAMO A MOLTI DELITTI PERCHÉ LA MORTE È INTESA COME UN OSTACOLO DA TIRARE VIA…”

1 - FRANCESCO BRUNO: «ANTONIO ERA UN MANIACO DEL CONTROLLO SI SENTIVA ESCLUSO DALLA LORO RELAZIONE»

Michela Allegri per “il Messaggero”

FRANCESCO BRUNO

 

Una personalità ossessiva, un delitto passionale. Un amore non corrisposto e l'invidia per una relazione alla quale lui, Antonio De Marco, non poteva partecipare. Il criminologo Francesco Bruno commenta l'omicidio di Lecce e analizza la personalità del killer.

 

Professore, pensa che quello che De Marco ha raccontato ai pm, cioè che ha agito per invidia della felicità di Eleonora e Daniele, fosse una scusa?

«Non penso fosse necessariamente una scusa volontaria. Penso fosse piuttosto un modo di essere. L'invidia è un sentimento che tutti proviamo, ma è difficile che porti a uccidere una persona, figuriamoci due. Non può essere stato solo quello. Credo che ci fosse piuttosto una passione, un innamoramento per uno dei due ragazzi, che ha portato l'omicida a provare invidia per un sentimento al quale non poteva accedere. Immagino che dietro questa passione lui abbia visto una felicità dalla quale era escluso e non l'ha sopportata».

 

Quindi pensa che il killer fosse un innamorato respinto?

ANTONIO DE MARCO

«Odiava che l'antagonista avesse un partner desiderabile, che anche lui desiderava. Ma non aveva il coraggio di accettare questa condizione. Da qui l'invidia e l'omicidio. Penso che provasse questa passione per la ragazza». Eleonora e Daniele erano ai primi giorni di convivenza, il killer potrebbe avere deciso di agire per interrompere quella scelta? «È il motivo per il quale si è presentato a casa loro proprio all'inizio della convivenza. Voleva interrompere una scelta che lui non riusciva ad accettare».

 

Non pensa che dietro l'omicidio ci potesse essere un risentimento covato da tempo, magari per una lite o per uno screzio?

«Non credo che una furia omicida così feroce possa essere una reazione a uno screzio. Qui c'è stata una furia che si è concretizzata. Credo che il killer si sia dispiaciuto per una passione non placata dall'idea che ci sarebbe stato spazio anche per lui. Lui cercava spazio all'interno di quella relazione, cercava un approccio».

antonio de marco daniele de santis eleonora manta

 

De Marco ha programmato meticolosamente il delitto. Ha preso appunti, ha disegnato una mappa. Cosa significa?

«Evidentemente il killer è una persona che presenta una ossessività. Per questo motivo ha programmato ogni momento, si è addirittura scritto i passaggi e ha portato gli appunti con sé. Questi atteggiamenti sono tipici delle personalità ossessive. Se il loro ordine viene sconvolto si infuriano, perché hanno necessità di controllo sulla realtà. E questa coppia sfuggiva al controllo dell'omicida, stava insieme davanti a lui».

 

Una personalità ossessiva e un delitto organizzato, ma anche il proposito di lasciare un messaggio alla collettività. Sembra che De Marco volesse scrivere una frase sul muro. Pensa che volesse un riconoscimento per il suo gesto?

«Credo che il killer non abbia provato un grande senso di colpa, probabilmente gli è dispiaciuto non poter più avere le sue due marionette da comandare. Per il messaggio alla collettività non servivano scritte sui muri: era evidente anche da come è stato commesso il fatto. È stato un gesto eclatante, commesso quasi davanti a molti testimoni».

antonio de marco 2

 

Ma quindi in fondo il killer voleva farsi scoprire?

«Non dico che volesse farsi scoprire, ma quello che ha fatto l'ha fatto con consapevolezza. Era consapevole di poter essere scoperto, ma il rischio non contava. Non era importante rispetto alla volontà che il messaggio venisse divulgato. Una volta mi è capitato il caso di un giovane che ha ucciso una persona solamente per finire sui giornali e in televisione. Non credo che qui fosse la stessa cosa, ma di certo voleva che il mondo sapesse quello che aveva fatto».

 

Pensa che la difesa di De Marco invocherà il vizio di mente?

«Credo che in questo caso il vizio di mente ci sia e sia anche evidente, anche se non è detto che venga riconosciuto. La prima cosa che farà il suo avvocato sarà chiedere la perizia psichiatrica».

 

vittorino andreoli

2 - VITTORINO ANDREOLI: "NON È UN MALATO, HA COLPITO PER INVIDIA NELL'EPOCA DEI LIKE IL RICONOSCIMENTO È TUTTO"

Grazia Longo per “la Stampa”

 

Professor Vittorino Andreoli, psichiatra, membro della New York Academy of Sciences, com' è possibile che l'invidia sia così potente?

«L'invidia è la pulsione a essere come un altro o ad avere ciò che l'altro ha. È una proiezione sull'altro con il quale ci si identifica perdendo totalmente la dimensione di se stesso. L'invidioso vive uno sdoppiamento, una scissione, perché desidera essere come l'altro. In questo caso il giovane assassino invidiava la coppia, voleva essere felice come loro».

 

Che cosa rappresenta la felicità nella nostra società?

ANTONIO DE MARCO

«Purtroppo viviamo nell'epoca dei like e dei follower, per cui il nostro valore dipende non da ciò che siamo, ma da come e quanto siamo graditi. La felicità è un piacere che si lega anche ad un altro mito: la bellezza, che aumenta la felicità perché aumenta i follower. E la coppia uccisa era molto bella, quindi agli occhi dell'omicida rappresentava ancor più un simbolo di felicità. Ricordiamo, peraltro, che a Torino, un anno fa, un giovane uccise un ragazzo vicino al Po e spiegò di averlo fatto perché infastidito dalla sua aria felice».

 

L'invidia può indurre a uccidere?

«Certamente, perché l'invidioso si identifica nell'altro e perde se stesso. In questa duplicità avverte la tendenza a vivere come l'oggetto invidiato altrimenti non riesce a vivere. Se si sente lontano si sente morto e depresso e quindi deve cercare di raggiungere la felicità. Ma quando si accorge che questo desiderio è irraggiungibile matura un odio sfrenato e vuole eliminare l'oggetto invidiato. L'odio, la rabbia, crescono a un punto tale da sfociare nella violenza, nell'omicidio».

ELEONORA MANTA E DANIELE DE SANTIS

 

Ma colui che uccide per invidia è malato di mente?

«No, i matti non uccidono per invidia. L'assassino di Lecce è una personalità che, non sentendosi affermata e protagonista, finisce per distruggere chi ai suoi occhi lo è. Ha ucciso per invidia non perché è matto».

 

Alcuni testimoni raccontano che la sera dei funerali l'assassino è andato a una festa di compleanno dove appariva sereno. Possibile che stesse bene dopo quello che aveva fatto?

«Con l'omicidio si è finalmente liberato da quel senso di sdoppiamento che provava invidiando la felicità della coppia. Si è sentito guarito».

 

antonio de marco

Perché non è riuscito a frenare la rabbia?

«Perché oggi la morte è banale, ha perso il significato di mistero. Assistiamo a molti delitti perché la morte è intesa come un ostacolo da tirare via. Freud sosteneva che almeno una volta nella vita ciascuno di noi può desiderare di uccidere. Ma un conto è pensare "ti ammezzerei", un altro è farlo realmente. La rabbia va frenata altrimenti scade nella violenza».

 

Perché la felicità altrui può scatenare reazioni rabbiose di così elevata intensità?

«Ho sviluppato questo tema nel mio ultimo libro, Fare la pace. Il problema è che nella nostra società la felicità andrebbe sostituita con la gioia. Perché la felicità riguarda l'io, il ricevere qualcosa che gratifica se stessi. La gioia è, invece, collegiale e comporta sia l'atto del ricevere sia quello del dare. La gioia quindi non può scatenare quell'invidia tremenda che suscita la felicità».      

IL DESIDERIO DI VENDETTA DI ANTONIO DE MARCO DANIELE DE SANTIS E ELEONORA MANTA ELEONORA MANTA E DANIELE DE SANTIS

 

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