ALL’ITALIA VA DI TRAVERSO IL “SANDWICH IRLANDESE”: A FRONTE DI 500 MILIONI DI EURO DI RICAVI, GOOGLE IN ITALIA NON PAGA UN EURO DI TASSE - TUTTO LEGALE, TUTTO REGOLARE: PUBBLICITA’ FATTURATE A DUBLINO (ALIQUOTA AL 12,5%) E TRIANGOLAZIONE ANTITASSE TRA AMSTERDAM E LE BERMUDA - AURÉLIE FILIPPETTI, MINISTRA FRANCESE, PRONTA A VARARE UNA LEGGE CHE OBBLIGHI GOOGLE A PAGARE I GIORNALI DEI QUALI ELENCA I CONTENUTI…

- PRESSING SU GOOGLE: PAGHI LE TASSE IN ITALIA - CINQUECENTO MILIONI DI PUBBLICITÀ, ZERO IMPOSTE.
Filippo Santelli per "la Repubblica"

La Francia ha dato un ultimatum: due mesi per cambiare regime, o potrebbe arrivare una supertassa. Il Parlamento inglese ha chiesto di vedere i conti. E ora, ad indagare sulle (poche) tasse pagate da Google, inizia anche l'Italia. Perché sul giro d'affari nel nostro Paese, più di 500 milioni di euro di pubblicità venduta, il motore di ricerca non avrebbe versato al fisco neppure un euro: né Ires, né Irap, né Iva. «Alcune imprese si sottraggono al pagamento delle imposte in misura adeguata alla loro capacità contributiva», ha denunciato la scorsa settimana la Guardia di finanza. E ieri, in commissione Finanze alla Camera, la segnalazione è stata rilanciata dal deputato Pd Stefano Graziano. Per chiedere al ministro Grilli se il governo intenda adottare contromisure.

Vale per Google e i suoi servizi pubblicitari. Ma anche per altri big dell'economia digitale, come Facebook, Apple e Amazon.
Che in rete non conoscono confini fisici, ma si muovono con agilità anche tra quelli fiscali. «Utilizzano tecniche collaudate », spiega Carlo Garbino, professore di Diritto tributario alla Bocconi. «Stabiliscono la propria sede in Paesi con regimi vantaggiosi, come l'Irlanda. O caricano costi aggiuntivi in quelli dove le tasse sono più alte ».

Tutto legale, come ribadisce un portavoce di Google, sottolineando il «sostanziale contributo dell'azienda all'economia europea». Ma forse non equo in un periodo di economie generalizzate. «Chi raccoglie entrate in un Paese, lì deve pagare le tasse, è una questione di giustizia sociale », spiega Graziano. In Italia Google ha da poco aperto una sede, a Milano, ma dedicata solo a marketing e assistenza.

Le pubblicità sono invece fatturate a Dublino, dove l'aliquota sulle imprese è al 12,5%. E grazie a una triangolazione con Amsterdam e le Bermuda, battezzata "sandwich olandese", nel 2011 ha pagato 8 milioni di tasse su 12,5 miliardi di ricavi.
Ora la palla passa al governo che potrebbe ispirarsi alla norma «anti-Ryanair».

Ridefinendo il concetto di «base aerea», il decreto sviluppo in discussione al Senato impone alla compagnia di versare ai dipendenti italiani pieni contributi, anziché quelli, inferiori, previsti dalle norme irlandesi. Nel caso di Google però si tratta di tasse sugli introiti: la legge europea garantisce alle aziende la libertà di scegliere in quale dei 27 Stati membri stabilire la propria sede fiscale. «Per questo l'ideale è una soluzione comunitaria», conclude Graziano.

La scorsa settimana Francois Hollande ha incontrato a Parigi il numero uno di Google Eric Schmidt, per mediare sulla querelle che oppone la società agli editori francesi. La loro richiesta è che il motore di ricerca condivida una percentuale dei ricavi che ottiene indicizzando i loro contenuti. In Inghilterra una commissione parlamentare ha indagato sulle poche tasse pagate da Google, Amazon e Starbucks. E a Bruxelles la Commissione starebbe valutando come correggere alcuni paradossi del fisco europeo.


2- «LA MIA FRANCIA SFIDA GOOGLE E AMAZON» - AURÉLIE FILIPPETTI: SENZA UN ACCORDO CON GLI EDITORI, OBBLIGHEREMO I SITI A PAGARE
Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera"

Signora Filippetti, suo nonno Tommaso lasciò l'Italia tra le due guerre mondiali per lavorare nelle miniere del Lussemburgo e poi della Lorena, lei torna a Gualdo Tadino da ministra della Cultura della Repubblica francese. È orgogliosa del salto sociale?
«È una soddisfazione doppia, sia per le mie origini sociali sia perché vengo dall'immigrazione. Mio nonno era un minatore italiano ed è morto nei campi di concentramento perché era entrato nella Resistenza ai nazisti, si è battuto per la libertà in Europa. A Gualdo Tadino riceverò una medaglia in suo onore. E il fatto stesso che io sia riuscita a diventare ministro lo sento come un riconoscimento per lui».

Incontriamo la ministra Aurélie Filippetti, 39 anni, tra gli stucchi del suo ufficio in rue de Valois, alla vigilia della sua visita in Italia.

Lei è la prova che l'ascensore sociale in Francia funziona ancora?
«Anche qui ci lamentiamo molto della società bloccata, ma la scuola repubblicana ha grandi meriti. È per questo che Hollande e il governo di cui faccio parte hanno deciso di rilanciarla con 60 mila assunzioni in cinque anni. Solo la scuola pubblica può permettere l'integrazione e dare speranza a tutti».

I tagli hanno colpito anche il suo ministero. La politica culturale è un lusso in tempi di crisi economica?
«Al contrario, penso che se c'è una risorsa preziosa in Europa è la cultura e sarebbe una follia non cercare di svilupparla e sostenerla».

Anche per questo ha intrapreso la battaglia con Google?
«Non è un conflitto, però se gli editori francesi, italiani e tedeschi non troveranno un accordo con Google entro la fine dell'anno, a gennaio la Francia varerà la legge per obbligare la società di Mountain View a remunerare i giornali dei quali elenca i contenuti. Vogliamo ribadire un principio: chi fa profitti distribuendo i contenuti deve contribuire a finanziarne la creazione. Vale per le reti tv, gli operatori telefonici, i provider Internet, i siti, le piattaforme digitali».

Il modello è quello del cinema?
«In Francia i film da decenni sono finanziati dal Cosip (Conto di sostegno all'industria dei programmi audiovisivi) che ridistribuisce parte degli incassi dei film di maggiore successo e anche i soldi messi a disposizione dagli operatori che poi diffondono i film, per esempio le tv».

In Italia, quando si parla di sovvenzioni di Stato al cinema e alla cultura in generale, vengono in mente sprechi e film che poi nessuno va a vedere.
«Ma noi non finanziamo film di nicchia senza mercato. Il cinema francese è fatto di pellicole d'autore, molti film di budget medio (sui 3 o 4 milioni di euro) ma anche film di cassetta come Asterix o successi mondiali come The Artist o Intouchables . E sono questi ultimi a sostenere gli altri. I Paesi che hanno fatto la scelta dell'austerità nella cultura, per esempio la Spagna, si trovano oggi in una pessima situazione. All'ultimo Festival di Cannes invece i cineasti di tutto il mondo in competizione erano quasi sempre co-finanziati dalla Francia, siamo lo Stato al mondo con il maggior numero di co-produzioni: oggi siamo a quota 52 Paesi. E la gente non è mai andata tanto al cinema, a vedere ogni tipo di opera: dai kolossal americani ai nostri film».

È la riedizione dell'eccezione culturale francese, della politica di intervento dello Stato nella cultura promossa da André Malraux in poi?
«L'eccezione culturale è ancora di attualità e sono convinta che lo Stato debba intervenire per sostenere la creazione. Non è vero che i prodotti culturali sono prodotti come gli altri. Le leggi del mercato hanno difficoltà a funzionare in generale, come si vede, figurarsi nella cultura. Non è una questione morale, semplicemente a mio avviso solo così il sistema può funzionare, anche dal punto di vista economico».

Ma il vostro modello è esportabile? O semplicemente i francesi amano di più il cinema, leggono più libri e frequentano di più i musei?
«Non penso affatto che i francesi siano diversi dagli altri. È una politica volontaristica che fa sì che non ci sia città francese senza un cinema, che le piccole librerie resistano e siano il polmone di ogni quartiere, che migliaia di persone vadano alle mostre, come quella di Edward Hopper in questi giorni al Grand Palais».

Quando ci sono le file alle mostre da noi c'è sempre qualcuno che storce la bocca perché sarebbero fenomeni di massa o turismo, non cultura.
«I grandi numeri non sono tutto, d'accordo, ma è una lamentela che non capisco. Bisogna aiutare le persone che ne hanno voglia ad avvicinarsi all'arte. Per questo ho incoraggiato i musei a usare le nuove tecnologie per spiegare le opere, per accompagnare il visitatore che vuole saperne di più».

Lei parla di librerie di quartiere, in Italia quasi del tutto scomparse da tempo. In Francia librai ed editori anche grandi, come Gallimard, parlano di Amazon come del nemico. È d'accordo?
«Sono molto preoccupata per come Amazon si comporta in Europa. Ha un peso tale che rischia di trovarsi ben presto in posizione ultradominante. Sono andata a parlarne alla Commissione di Bruxelles, ma trovo il loro atteggiamento deludente».

Che cosa rimprovera alla Commissione europea?
«Ha una visione un po' troppo unilaterale della libera concorrenza. La Commissione preferisce fare le pulci agli editori che si organizzano per sopravvivere alla minaccia di Amazon, e non si allarma invece per il fatto che un colosso basato in Lussemburgo fa vendita a distanza con strategie fiscali inaccettabili e facendo dumping sulle spese di distribuzione. Amazon può permettersi di vendere a basso prezzo per mettere fuori mercato i suoi concorrenti, ma naturalmente rialzerà i prezzi appena avrà conquistato il monopolio o quasi. Di questo dovrebbero preoccuparsi a Bruxelles. La Francia vigilerà affinché Amazon pratichi una concorrenza leale».

La Francia è stata all'avanguardia nella lotta contro lo scaricamento illegale di musica, film e poi libri, con la legge Hadopi voluta dalla presidenza Sarkozy. Lei prende le distanze da Hadopi. Come mai?
«È un approccio diverso, io vorrei sviluppare l'offerta legale. Se uno vuole scaricare un film non troppo recente, magari degli anni Cinquanta, nelle piattaforme legali non lo trova, mentre illegalmente sì. Non considero i consumatori come dei teppisti che vogliono rapinare gli artisti, ma persone che hanno voglia di ascoltare, vedere, leggere. Credo che la colpa sia anche dell'industria, che è in ritardo. Bisogna offrire un catalogo ampio e a prezzi ragionevoli. Qualcosa si sta muovendo, soprattutto per la musica».

Allude ai siti di streaming Deezer e Spotify?
«Sì, anche se la parte versata agli artisti è ancora troppo bassa. Bisogna riconsiderare la percentuale versata agli autori, e lo stesso vale anche per il libro digitale, che in genere affianca quello di carta e ha costi di produzione molto inferiori».

Lei, ministra Filippetti, che cosa legge?
«Tra gli italiani Erri De Luca e Niccolò Ammaniti, tra i francesi Jean Echenoz e Jérôme Ferrari che ha appena vinto un Goncourt molto meritato».

In «Gli ultimi giorni della classe operaia» ha raccontato la storia della sua famiglia, in «Un homme dans la poche» una storia d'amore. Tornerà a scrivere?
«Non finché sono ministra».

 

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