PERCHE' I BANCHIERI NON VOGLIONO I CONTROLLI ANTIMAFIA IN BANCA? - E' GUERRA TRA IL MINISTERO DELL'INTERNO E GLI ISTITUTI DI CREDITO

Francesco De Dominicis per "Libero"

Si va verso una guerra tra il ministero dell'Interno e le banche italiane. Al centro dell'inedito duello tra il Viminale e i banchieri c'è il «Codice antimafia». Codice, approvato nel 2011 per dare un giro di vite alla criminalità organizzata negli enti pubblici e nelle imprese private, che l'Interno vuole applicare anche all'industria finanziaria del Paese. Senza deroghe.

Il dicastero guidato da Angelino Alfano, insomma, non vuole concedere favori sulla stretta alle mafie. I banchieri, però, puntano i piedi: chiedono l'esonero dal «Codice antimafia», appellandosi a un cavillo normativo e sostenendo pure che le regole del settore, quelle che prevedono il rispetto dei cosiddetti requisiti di onorabilità, siano sufficienti a evitare infiltrazioni mafiose ai vertici degli istituti.

Il braccio di ferro emerge da un carteggio, che Libero ha potuto visionare, tra l'Interno e alcune prefetture italiane. Sono stati proprio i prefetti, infatti, a sollevare la questione, chiedendo lumi ai tecnici del Viminale. La questione ruota attorno al decreto legislativo 159 del 2011. Decreto che l'Interno vuole applicare a fondo anche alle banche, per scongiurare, appunto, tentativi di infiltrazione mafiosa nei gangli dell'economia italiana.

Il dossier è stato esaminato a lungo anche dagli esperti delle banche. Secondo un documento riservato delle associazioni di categoria, un articolo dello stesso «Codice antimafia» disporrebbe l'esonero per gli istituti di credito: lo «sconto» si applicherebbe ai settori, pubblici o privati, già sottoposti alla «verifica» di particolari paletti e prerogative sulla «qualità» dei membri di consigli di amministrazione e degli alti dirigenti.

La lobby bancaria, secondo fonti del Viminale, è in pressing per cercare di risolvere la questione in modo da trovare una «interpretazione comune delle norme». Tuttavia, il ministero non pare intenzionato a fare passi indietro. Il caso era stato gestito, lo scorso anno, dall'allora Capo di gabinetto di Alfano, Giuseppe Procaccini.

Siamo ai primi giorni di luglio 2013. Pochi giorni prima di dimettersi dall'incarico ministeriale, nell'ambito dell'affaire Shalabayeva, Procaccini dettò ai prefetti le istruzioni operative sul Codice antimafia. Istruzioni messe per iscritto in una lettera nella quale è stato chiaramente spiegato che i requisiti di onorabilità - indicati in un decreto del Tesoro del 1998 - non «soddisfano» quanto previsto dal pacchetto antimafia.

Il decreto del Tesoro, osservano i tecnici di Alfano, disciplina una lista di cause di «incapacità» per chi guida una banca, in relazione alle condanne penali e ad alcuni gradi di giudizio. Ma il «Codice antimafia», come illustrato dal Viminale, è più severo, forse meno garantista. Fatto sta che il decreto del 2011 attribuisce rilevanza anche alle sentenze non definitive, ma confermate con una pronuncia della Corte d'appello.

Secondo il decreto del Tesoro, invece, per mettere alla porta un banchiere (o per sospenderlo temporaneamente) è necessaria una pronuncia della Corte di cassazione. Non solo. Il Codice dà più peso a una serie di reati (come il contrabbando o l'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti) non contemplati nelle regole bancarie. Per il ministero, probabilmente, è l'ultima parola: non si torna indietro.

 

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