STORIA E VITA DI DON VITO GUARRASI, L’UOMO “PIU’ SEGRETO DI FATIMA”, IL BOSS DEI DUE MONDI (MAI CONDANNATO) AL COSPETTO DEL QUALE SI INCHINAVANO TUTTI, DAI PIU’ SANGUINARI CAPIMAFIA AI GRANDI CAPITALISTI ITALIANI - UN RAPPORTO DEL 1944 DEL DIPARTIMENTO DI STATO USA LO INDICA TRA I COMPONENTI DI SPICCO DI COSA NOSTRA - AMICO DI EMANUELE MACALUSO E LONTANO PARENTE DI ENRICO CUCCIA, MASSONE DI RAZZA, GUARRASI ERA PER TUTTI “MISTER X”….

Il capitolo su Vito Guarrasi del libro "I Siciliani" di Alfio Caruso. Edizioni Neri Pozza

Poco tempo prima di morire (1999) disse: «Mi liquideranno con due parole molto siciliane. Fu un uomo intelligente e chiacchierato». Forse è stata una delle poche profezie sbagliate da Vito Guarrasi, che in vita venne omaggiato da complici silenzi alternati a riverenti definizioni: «uomo dei misteri», «inafferrabile suggeritore», «eminenza grigia». È emerso che fu molto di piú e che l'aggettivo «chiacchierato» è assai assolutorio per un personaggio incombente su oltre mezzo secolo d'intrighi.

Nasce ad Alcamo (1914), ma il centro d'attrazione è già la Palermo che assiste impotente alla decadenza dei Florio e del proprio ruolo di metropoli internazionale. Il padre è un ricco proprietario terriero, nei suoi vigneti si produce il famoso Rapitalà, la madre è una Hugony, famiglia di agiati commercianti. La giovinezza è spensierata in compagnia di tanti bei nomi. In mezzo anche i fratelli Lanza di Trabia, Raimondo e Galvano: l'amico di sempre diventerà Galvano, ma allorché s'affaccia sulla Grande Storia accompagna Raimondo, se è vera la diceria - mai smentita, mai confermata - che i due insieme con il colonnello Pompeo Agrifoglio del SIM partecipano nel maggio '43 a una serie d'incontri ad Algeri con gli ufficiali alleati.

Obiettivo: la pianificazione dell'imminente invasione della Sicilia. In quei giorni la malridotta armata di Messe sta ancora combattendo contro le truppe di Eisenhower; Stati Uniti e Gran Bretagna sono ancora i nostri nemici, tuttavia alcuni ambienti privilegiati preparano già la svolta, che cancellerà fascismo e monarchia. E di questa svolta due cardini sono i ragazzi ben nati venuti dalla Sicilia e rappresentanti di un potere in grado di travalicare qualsiasi sistema statuale.

Raimondo ha dietro di sé un casato millenario, il proprio passato di spaccone, le conoscenze altolocate, una spessa predisposizione ai giochi spericolati. Di Guarrasi, capitano del genio, si sussurra che abbia collaborato con il servizio segreto del generale Roatta subito dopo la laurea, che già sul finire degli anni Trenta abbia svolto una delicata missione a Tripoli, dove il governatore Balbo era sott'osservazione di Mussolini e gli amici palermitani di don Mimí Guarnaschelli gestivano il casinò.

Se davvero l'abboccamento di Algeri è avvenuto, si spiega perché Guarrasi e Raimondo Lanza di Trabia, assieme a Galvano e a un quarto ufficiale, indicato spesso in Stefano La Motta, fumino e passeggino a Cassibile davanti alla tenda sotto la quale il generale Castellano è impegnato, il 3 settembre, a firmare l'armistizio. Per come è maturato, annuncia i futuri problemi ed equivoci: rappresenta la nebulosa da cui discenderanno tutte le opacità dell'Italia repubblicana.

Eisenhower, che da presidente degli Stati Uniti sarà l'affettuoso anfitrione di Galvano Lanza di Trabia alla Casa Bianca, ha vietato a fotografi e cineoperatori di riprendere i quattro con la divisa dell'esercito italiano. Un'interpretazione maliziosa assegna ai rampanti giovanotti un ruolo addirittura preminente rispetto agli emissari dei Savoia (oltre Castellano, il diplomatico Montanari, il maggiore del SIM, Marchesi, il capitano Vassallo, che ha pilotato l'idrovolante da Guidonia a Termini Imerese).

Decenni dopo Guarrasi spiegherà che il 3 settembre '43 stava a Cassibile da aiutante di campo di Castellano, nei registri, però, non se ne trova traccia. Guarrasi e gli altri sono lí in rappresentanza di un potere molto piú ampio e penetrante, di cui la massoneria è il garante al cospetto delle potenze alleate. Lui e Galvano Lanza di Trabia diventano un binomio inscindibile. A nome dell'amico incontra nello studio dell'avvocato Biuso il sospettoso Momo Li Causi e un giovanissimo Emanuele Macaluso.

Ai due interlocutori propone un accordo per far cessare l'occupazione contadina e bracciantile dei feudi dei Lanza fra Caltanissetta e Palermo, che egli poi si vanterà di aver sottratto alle cure rapaci di Vizzini e di Genco Russo. I due rappresentanti del PCI ascoltano trasecolati: Guarrasi afferma di esser di Sinistra, ma ha già cominciato a fungere da sintesi d'interessi contrapposti. In ogni occasione si arroga la parola definitiva, offre la soluzione senza alternativa. E se i piú deboli protestano, se qualcuno constata che cosí "sperti e malandrini" hanno vinto una volta di piú sbatte contro il suo ghigno di manifesta superiorità. Eppure con Macaluso s'instaura una solida e duratura amicizia.

Guarrasi è socialista e candidato, da autonomista borghese e di Sinistra, del Blocco del popolo alle elezioni regionali del '47. È cattolico devotissimo, da messa ogni mattina, spesso accompagnata dalla comunione, però lo dicono iscritto in logge riservatissime e lui, per via del raffinato cinismo in cui ama crogiolarsi, mai lo ha smentito.

Si barcamena tra indipendentisti e nazionalisti, come in futuro farà tra liberali e radicali, fra democristiani e comunisti: dà l'idea di voler accarezzare tutti, ma parteggia soltanto per se stesso. Partecipa alla stesura dello statuto autonomista della Sicilia, scrive le principali leggi - «perché i politici spesso non ne sono capaci» - e nel farlo può capitare che si lasci aperte le porte per qualche favorevole interpretazione. Lamenta l'inesistenza della borghesia siciliana, ma viene additato come l'avvocato della borghesia mafiosa.

Un rapporto del 1944 custodito a Washington nell'archivio del Dipartimento di Stato si spinge piú avanti: lo indica tra i componenti di spicco di Cosa Nostra, che ai suoi occhi deve apparire troppo zotica dato che mai trova il tempo di parlarne, di stigmatizzarla. Difende strenuamente l'importanza della Regione, tuttavia le assesta colpi economici micidiali facendo prevalere le dubbie ragioni dei propri clienti. Da socio fondatore di una cooperativa avvia nel '47 la sua avventura nei consigli d'amministrazione. Sarà azionista, consigliere, presidente di venticinque società, in maggioranza pubbliche.

Nel lotto una banca, il quotidiano paracomunista L'Ora, il Palermo calcio, la Ra.Spe.Me. Spa, operante nel settore medico e qui il suo socio è Alfredo Dell'Utri, il papà di Marcello. Apre le braccia a Verzotto, proconsole nell'isola di Mattei, e allo stesso padrepadrone dell'ENI. La Sicilia è disorientata dalle promesse di Mattei. Il petrolio suscita enormi speranze, promette quattrini a palate: Guarrasi è incaricato di tessere i fili di un accordo che accontenti il PUS nella sua interezza.

E quando l'asse mafioso-massonico-politico avverte che Fanfani e Moro hanno intenzione di cambiare cavallo, di aprire ai socialisti parte l'avvertimento, grazie al quale in tanti sperano di ritagliarsi un tornaconto. Fiorisce il governo anomalo di Milazzo, che nell'abusato nome dell'autonomia mette assieme fascisti e comunisti, socialisti e democristiani. In realtà è il primo governo della mafia: i grandi burattinai sono don Paolino Bontate e Guarrasi, i soldi li mettono gli esattori e gl'imprenditori catanesi Costanzo. Guarrasi è talmente bravo e convincente da attirare nella propria rete persino Macaluso. Vengono beneficiati gli esattori Cambria e Corleo, il suocero di Nino Salvo, e i proprietari delle miniere di zolfo.

Milazzo nomina Guarrasi responsabile del piano quinquennale di rinascita, lui promuove una legge, che istituisce presso il Banco di Sicilia un fondo di rotazione delle miniere di zolfo. Vengono cosí trasferiti alla Regione dodici miliardi di debiti contratti dai proprietari delle miniere con il Banco di Sicilia medesimo. In pratica significa il salvataggio delle famiglie nobiliari padrone delle miniere, il passaggio delle stesse sotto la mano pubblica. Il commento piú pertinente appartiene a Sciascia: «Nulla capiremo della mafia, finché non metteremo in luce gli aspetti di questa vicenda». Conclusasi in un'at- mosfera da pochade l'esperienza Milazzo, il funambolico avvocato aiuta il gruppo Corleo-Salvo a preservare l'appalto della riscossione.

La Regione presieduta dal democristiano D'Angelo vorrebbe riappropriarsene, per gli esattori sarebbe un colpo mortale: perderebbero la mammella da cui mungono ogni anno decine e decine di miliardi quando a Palermo un palazzo di cinque piani con venti appartamenti costa centocinquanta milioni. Morto Mattei, per conto del quale si è occupato del gasdotto tra l'Algeria e la Sicilia, Guarrasi stabilisce un buon rapporto con il successore, Cefis. Il legame negli anni ha indotto i nemici di Cefis ad attribuire a Guarrasi una parte significativa nella congiura per assassinare - ormai esistono pochi dubbi - l'ingombrante presidente dell'ENI.

E in tal caso la pista sarebbe tutta italiana. Secondo Pietro Zullino, giornalista di «Epoca», un settimanale all'epoca assai quotato, «Cefis aveva forti cointeressenze nelle raffinerie Sarom di Ravenna e Mediterranea di Gaeta. Queste raffinerie sono tra le principali rifornitrici del sistema difensivo NATO per il sud-Europa e della Sesta Flotta americana; raffinano e vendono petrolio Esso e Shell. Mattei cercava di obbligare la NATO mediterranea a diventare cliente dell'ENI; Cefis si opponeva a questo progetto, per via delle sue cointeressenze».

Accanto a questa contrapposizione quasi personale, ne campeggia un'altra geopolitica molto piú pregnante: il gasdotto Algeri- Gela avrebbe frustrato molti interessi di potenti personaggi coinvolti nelle società di navigazione incaricate di assicurare il trasporto di gas e petrolio dalle coste africane all'Italia. E che costoro fossero supportati da politici di primo piano della DC intorbidisce viepiú l'intrigo. Tesi, congetture, maldicenze, che mai hanno trovato lo straccio di una prova convincente. Guarrasi esce trionfante da ogni sospetto. Le rare imputazioni ricevute nei decenni si sono sempre concluse con il proscioglimento. Viene tirato in ballo anche per la scomparsa di Mauro De Mauro.

Il giornalista stava indagando sugli ultimi giorni di Mattei, ha incontrato fra gli altri l'avvocato. Qualcuno si spinge ad azzardare che De Mauro si sia infilato in un gioco di sotterranee pressioni fra Verzotto e Guarrasi e ne sia rimasto schiacciato. Ipotesi rafforzata dall'inatteso ingresso in scena del commercialista Nino Buttafuoco, che all'inizio della sparizione si sforza di tranquillizzare la moglie e le figlie di De Mauro, ne garantisce il ritorno a casa. S'intravede l'abituale, perverso intreccio di massoneria, Cosa Nostra, servizi segreti, sottobosco politico: in una parola Guarrasi. I giornali non hanno il coraggio di nominarlo, scrivono Mister X.

Vengono querelati lo stesso, finisce con la consueta glorificazione di Guarrasi, benché l'ex questore Li Donni nel rapporto inviato alla Commissione antimafia sostenga che il binomio Guarrasi-Galvano Lanza di Trabia costituisca uno dei piú forti gruppi di potere nel panorama siciliano. Nel '76 il senatore democristiano Luigi Carraro, presidente della commissione, mette in luce nella relazione conclusiva le trame, la vastità d'interessi, l'influenza dell'avvocato. Insorge in sua difesa il PCI: spiega che Guarrasi è un avvocato d'affari al pari di tanti altri, che l'unica differenza, ed è anche il motivo della sua persecuzione, consiste nell'aver qualche volta assecondato i progetti della Sinistra. Non è l'unico intervento in sperticata difesa di Guarrasi.

Il vecchio sodale Macaluso, da direttore dell'Unità, invia al ministro dell'Interno un'accalorata reprimenda contro il questore Angelo Mangano, colpevole di aver pubblicamente definito l'avvocato la testa pensante della mafia. Chissà se i notabili comunisti avrebbero mantenuto l'identico parere qualora li avessero informati che il pupillo fungeva da camera di compensazione, anche al di fuori della Sicilia, negli equilibri instabili dei massimi poteri, dove il capitalismo assume la fisionomia piú torva. Un episodio lo dimostra appieno: la perentoria convocazione, a metà degli anni Settanta, di Cefis, Girotti e Rovelli nella splendida villa di Guarrasi a Mondello.

I tre, rispettivamente presidenti della Montedison, dell'ENI e della SIR, la piú grande impresa chimica privata, da tempo guerreggiavano di brutto per assicurarsi i proventi del mercato all'epoca piú pingue. È stato Cuccia a suggerire, cioè a ordinare, che raggiungano Palermo e si affidino alle arti magiche dell'avvocato per trovare un'intesa. I tre hanno ubbidito con celerità. I loro aerei privati li hanno sbarcati a Punta Raisi, auto scure li hanno condotti a destinazione. Dopo lunghe ore l'accordo è stato siglato, ma il vertice e i suoi protagonisti rimarranno a lungo ignoti.

L'aneddoto serve pure a smentire che Guarrasi e Cuccia, parenti alla lontana (uno zio dell'uno ha sposato una zia dell'altro) s'ignorassero. Tutt'altro: erano due facce dello stesso, silenzioso potere esercitato con ogni mezzo. La leggenda narra che nei rari e appartati incontri Cuccia si presentasse in fumo di Londra, a prescindere dalle stagioni; Guarrasi in lino chiaro, panama e sigaro d'estate, in regolamentare tre pezzi scuro negli altri mesi, ma sempre con il sigaro, di cui Cuccia non sopportava la puzza. S'incontravano a Milano dentro appartamenti discreti: Guarrasi portava una delle sue bottiglie di Rapitalà, Cuccia ricambiava con il testo di un memorialista francese. Montanelli garantiva che ne fosse il massimo cultore in Italia.

L'assassinio del commissario Boris Giuliano, commesso da Leoluca Bagarella, riporta nel '79 Guarrasi sotto la luce dei riflettori. Qualche magistrato scorge un filo che lega Mattei-De Mauro-Giuliano: l'avvocato ne sa qualcosa? L'avvocato respinge sdegnoso ogni insinuazione, attribuisce il proprio coinvolgimento all'invidia dell'immancabile quaquaraquà. Eppure il giudice istruttore Chinnici nel diario reso pubblico, dopo che un'autobomba l'ha dilaniato, sotto la data 14 luglio 1981 annota: «Viene a trovarmi il marchese De Seta; dopo avermi raccontato delle sue vicende con l'avvocato Guarrasi, mi fa presente che costui è intimo amico del senatore Emanuele Macaluso.

Mi riferisce che alla galleria d'arte la Tavolozza (il cui proprietario effettivo è Renato Guttuso) si recava spesso il dottor Boris Giuliano (capo della squadra mobile) il quale, in quella sede, parlando con Leonardo Sciascia e qualche altro, si riteneva certo che il responsabile del sequestro De Mauro era proprio il Guarrasi». A Palermo il '79 è l'anno dei troppi delitti irrisolti: il cronista di punta del Giornale di Sicilia, Mario Francese; il segretario provinciale della DC, Michele Reina; il giudice istruttore Terranova, ammazzato assieme all'agente- autista Lenin Mancuso. È anche l'anno dell'irruzione nell'isola di Michele Sindona, che ha già fatto sopprimere l'avvocato Ambrosoli a Milano.

Sindona insegue un azzardo disperato in grado di tacitare le minacce di morte dei fratelli Gambino di Cherry Hill. Il collaboratore di giustizia Angelo Siino racconterà ai giudici di aver accompagnato in quel periodo Sindona in svariate visite alla villa di Guarrasi. Lui negherà sul filo della logica: «Escludo che Sindona abbia potuto pensare a me: ero considerato amico di Enrico Cuccia, suo grande avversario». Ma Sindona appena pochi mesi prima aveva costretto l'imperatore di Mediobanca a correre in incognito a New York per ascoltare, senza replicare, invettive e minacce.

Guarrasi appare talmente intoccabile che nessuno si stupisce di vederlo comparire nello sterminato elenco della «Massoneria universale di rito scozzese antico e accettato. Supremo Consiglio d'Italia. Sezione Sicilia». Dietro la targhetta bianca al secondo piano del dissestato palazzotto liberty di via Roma 391 viene individuata nel 1986 la sede di una mezza dozzina di logge. Nello stanzino nero, oltre magistrati, dentisti, generali, avvocati, professori universitari sono stati iniziati i fratelli Greco, il commercialista Nino Buttafuoco, il vecchio editore del Giornale di Sicilia, Federico Ardizzone, Nino Salvo e suo fratello Alberto.

Costituiscono la quintessenza del PUS: può non starci l'avvocato che di se stesso dice: «Sono come il medico: mi chiamano in situazioni disperate quando hanno bisogno di farsi tirare fuori dai guai»? Quindi non possono essere simili seccature a offuscare la stella di Guarrasi. Resta sempre accesa, è quanto mai ricercata e apprezzata. In special modo allorché bisogna sfruttare le Istituzioni. Succede con la società dei sali minerari, la Italkali, a capitale misto: i soldi provengono dai fondi regionali, le decisioni le prende il socio privato.

Secondo alcuni deputati regionali e secondo la procura di Palermo si registra però un eccesso di furbizia nel licenziamento degli operai e nei miliardi d'indennizzo sganciati dalla Regione alla Italkali per il mancato funzionamento degli impianti. Il caso impazza per anni e anni, spedisce in galera fior di personaggi, ma non Guarrasi. La morte, anzi, gl'impedisce di assistere al clamoroso incartamento della vicenda giudiziaria, alla sopravvivenza della Italkali, boccone prelibato delle nomine financo con Lombardo. Un trionfo postumo dell'avvocato, la consacrazione definitiva del suo modus operandi.

 

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