FARMACI MARCI - DALLE CARTE DELL’INCHIESTA SULLA MENARINI (ACCUSATA DI TRUFFA ALLO STATO PER 860 MLN €) EMERGE OGNI PAPOCCHIO POSSIBILE: CORRUZIONE, FATTURE “LIEVITATE” CON PASSAGGI FITTIZI NEI PARADISI FISCALI, SOLDI A 54 DEPUTATI PDL, PRESSIONI SUI QUOTIDIANI FIORENTINI - IL RUOLO DELLA DEFUNTA ANGIOLILLO NELL’APRIRE AL COLOSSO LE PORTE DEI MINISTERI: “SE CE LA FACCIAMO, MARIA, CON IL NOSTRO SCAJOLA LA VITA DIVENTA DIVERSA...” - E LETTA ASSICURÒ IL SOSTEGNO ALLA LEGGE ANTI-GENERICI...

1 - IL SALOTTO DEI FARMACI D'ORO
Lirio Abbate per "l'Espresso"

Il potere in pillole: parlamentari, ministri e gran commis ben disposti a favorire l'azienda numero uno dei farmaci. Tanto poi paga lo Stato che - stando ai risultati dell'inchiesta - rimborsa le medicine con un prezzo gonfiato grazie a trucchi, lobby e tangenti: negli anni Ottanta c'era il divano imbottito di monete d'oro di Duilio Poggiolini mentre con il nuovo millennio si passa al salotto, quello della defunta Maria Angiolillo dove si poteva incontrare la Roma che conta.

Il cavaliere Alberto Aleotti, 88 anni e fino a due mesi fa patron della Menarini, secondo i pm aveva costruito un sistema di affari che sfruttava tutte le scorciatoie, dalle fatture "lievitate" attraverso passaggi fittizi nei paradisi fiscali fino alla corruzione. Così l'azienda per decenni avrebbe incassato dallo Stato rimborsi per la vendita di farmaci con un tariffario ritoccato per aumento. Escamotage studiati dal grande timoniere della Menarini, prima casa farmaceutica italiana e fra le più importanti al mondo, che solo a settembre ha lasciato la guida alla figlia Lucia.

L'importo totale della truffa allo Stato contestata finora è di 860 milioni di euro, accumulati grazie alla "cresta" su soli sette farmaci blockbuster del catalogo Menarini. Il calcolo sul resto è ancora in corso. Ma già ora la procura di Firenze è convinta di avere le prove per processare Aleotti insieme ai figli Lucia e Giovanni (accusati solo di riciclaggio), e altre 12 persone fra collaboratori della Menarini, manager e avvocati stranieri. Questo comitato avrebbe portato all'estero un tesoro pari a un miliardo e 200 milioni di euro: fondi sequestrati dai pm Luca Turco, Ettore Squillace e Giuseppina Mione.

Gli inquirenti credono che il pompaggio dei farmaci sia proseguito per trent'anni, e sarebbe ancora in corso. L'unico pericolo per questa fabbrica d'oro sarebbe arrivata quattro anni fa, quando le Regioni alle prese con la crisi hanno cominciato a preferire i farmaci generici rispetto a quelli brevettati. Allora Alberto Aleotti è sceso in campo con la figlia Lucia per creare una lobby anti-pillole low cost.

La Menarini già nel 1995 aveva lanciato una campagna di stampa contro la politica del governo sul prezzo dei medicinali: gli Aleotti acquistarono pagine dei quotidiani minacciando di trasferire l'azienda in Germania. Invece la società non si è mai mossa da Firenze, continuando ad aumentare fatturati e moltiplicare sedi in tutto il mondo. In compenso molto vicino alla Germania, e precisamente in una banca di Vaduz in Liechtenstein, Aleotti ha nascosto un bel gruzzolo: 476 milioni di euro.

Fondi fatti rientrare con lo scudo fiscale nel 2001. Un'operazione poi ripetuta due anni fa, sfruttando la norma del governo Berlusconi per "scudare" altri 1.300 milioni di euro subito investiti in polizze assicurative create su misura dalla filiale milanese dell'Ubs. E sono questi i soldi che la procura ha sequestrato, contestandone l'origine criminale: per i pm sono il frutto della truffa allo Stato.

Aleotti sapeva come creare consenso intorno alle sue iniziative. Nella campagna elettorale del 2008 ha finanziato con 400 mila euro 54 candidati del Pdl, tutti eletti: in media 7.400 euro a testa. Nel marzo 2009 il "cavalier Menarini" passa all'incasso e cerca di fare introdurre un emendamento che protegga gli utili della ditta dai tagli delle Regioni. Per questo si allea con una sua vecchia amica, Maria Angiolillo che - secondo le intercettazioni dei carabinieri del Nas - riesce a spalancare le porte degli uffici di ministri, parlamentari e in particolare del sottosegretario Gianni Letta.

Il patron della Menarini le dice al telefono: "Se ce la facciamo Maria, con il nostro grande ministro delle Attività industriali Scajola, la vita diventa diversa...". La regina dei salotti ribatte, profeticamente: "Magari, speriamo gli ultimi anni della mia vita". La signora sembra curare gli interessi della Menarini: "Speriamo bene per i brevetti. Ogni sera faccio una preghiera per il brevetto". Le speranze della donna, come ipotizzano gli investigatori, non sono riposte nella ricerca scientifica, ma in altro. Aleotti comprende il messaggio: "Io non dimenticherei, ricordatelo...".

Gli inquirenti ritengono che l'Angiolillo venisse ricompensata per il suo sostegno alla casa farmaceutica. In due delle telefonate intercettate sollecita Aleotti a consegnarle "libri", che per i carabinieri potrebbe invece essere una somma di denaro. E donna Maria avverte l'industriale: se non riceve i "libri", sarà costretta "a ritirarsi". Il rapporto d'affari tra i due viene anche confermato da Sergio Dompè, il presidente di Farmindustria ossia la Confindustria delle medicine, che interrogato come teste dai pm spiega: "Credo che ci fosse un contratto o una consulenza, un rapporto di parecchi anni per cui lei seguiva le pubbliche relazioni della Menarini a Roma".

È grazie alla Angiolillo che Alberto Aleotti e sua figlia Lucia riescono a far pressioni sull'allora ministro Scajola, sul sottosegretario Letta, fino ad arrivare a Silvio Berlusconi. Ma gli fornisce anche altre entrature. Contro i controlli delle Fiamme Gialle, Maria Angiolillo informa la moglie di Alberto Aleotti che può far intervenire il capo di Stato Maggiore della Finanza, "così non lo tormentano più". Angiolillo dice che l'uomo che li può aiutare "si chiama Michele Adinolfi".

La questione chiave però è il prezzo dei farmaci. Grazie all'appoggio decisivo di Berlusconi, l'emendamento voluto da Aleotti passa al Senato. È lo stesso premier che lo conferma al patron della Menarini durante una cena, rendendolo "felice". A presentare il cavillo che privilegia le medicine brevettate sui generici è stato il senatore Cesare Cursi, responsabile Salute del Pdl, imputato in questa inchiesta di corruzione.

Nelle registrazioni Cursi sostiene di fare "quello che vogliono" gli Aleotti e gli investigatori lo indicano come persona al "loro servizio". La corruzione nasce, secondo i pm, quando la Menarini chiede improvvisamente alla moglie di Cursi, che è titolare di una piccola casa editrice, di stampare alcuni libri d'arte da distribuire come strenna natalizia. Per questi gadget l'azienda farmaceutica versa 164 mila euro, considerati dall'accusa una tangente mascherata.

Ma l'emendamento tanto sostenuto sembra fosse molto poco vantaggioso per la pubblica amministrazione: in un momento di crisi e di riduzione della spesa pubblica, la Ragioneria dello Stato e il ministro Giulio Tremonti lo bocciano. Tutto si ferma. E lo stop arriva in coincidenza con la morte di Maria Angiolillo, nell'ottobre 2009. Gli investigatori hanno comunque perquisito la sua celebre dimora di Trinità dei Monti, sequestrando documenti da cui potrebbero scaturire nuovi spunti d'indagine. I carabinieri in una informativa scrivono: "Sebbene in misura nettamente inferiore, la Angiolillo non aveva nulla da imparare dall'Aleotti, per quanto riguarda il sistema delle società di comodo, con ramificazioni in Vaduz e Liechtenstein e non è escluso che la sigla Etablissement Sepana, ancora in vita e amministrata da un defunto, sia un elemento collettore d'interessi economici tra i due".

Ma la famiglia Aleotti per sostenere il prezzo dei suoi prodotti aveva lanciato un'offensiva in grande stile: oltre Berlusconi, Letta, Scajola e Cursi dall'inchiesta emergono anche contatti e pressioni sui ministri Matteoli, Fitto, Sacconi, e la moglie di quest'ultimo Enrica Giorgetti, direttore generale di Farmindustria; sui sottosegretari Salvatore Lauro e Luigi Casero. Pressioni anche su Andrea Monorchio, ex ragioniere generale dello Stato; Massimo Goti, ex capo dipartimento allo Sviluppo economico; Mario Scino, avvocato dello Stato e coordinatore dell'ufficio legislativo e su Luigi Mastrobuono, capo di gabinetto dello stesso dicastero.

L'indagine conclusa ora però è solo la prima tranche di un'istruttoria destinata ad andare avanti a lungo. Pochi mesi fa in un appartamento di Lugano è stata scoperta la documentazione segreta della Menarini: una contabilità parallela degli ultimi quarant'anni, dalla quale si potrebbero scoprire ben altri tesori e investimenti nascosti. Ma non è tutto. Le perquisizioni hanno portato alla luce un documento importantissimo sugli accordi tra la holding fiorentina e la Bristol Myers Squibb, uno dei grandi colossi farmaceutici mondiali, al cui vertice da pochi mesi c'è Lamberto Andreotti, figlio del senatore a vita Giulio. Patti che prevedono la vendita dei principi attivi per le medicine non direttamente alla Menarini ma attraverso altre società, che fanno sempre capo ad Aleotti: in questo modo venivano creati fondi neri all'estero e fatto lievitare artificialmente il prezzo. Garantendo la salute dell'azienda più che quella dei cittadini.

2 - I DOMATORI DI GIORNALI
Lirio Abbate per "
l'Espresso"

Il 25 novembre 2010 la procura di Firenze sequestra un miliardo e 200 milioni di euro al patron della Menarini, Alberto Aleotti. Si scoperchia l'inchiesta: Lucia Aleotti, figlia di Alberto e anche lei indagata, prende il telefono e chiama alcuni giornalisti fiorentini per tentare di ridurre l'impatto della notizia. Il referente della donna sembra essere Gabriele Canè, condirettore di "Qn". Quel giorno la "Nazione" - che fa parte di "Qn" - dedica due pagine al sequestro. La Aleotti al telefono con Canè dice di essere "basita" per lo spazio dedicato alla vicenda dal quotidiano della città.

Il condirettore le dà ragione: "Onestamente è un serviziaccio. Per fortuna è solo sulla "Nazione", però la Menarini non è che sia a Campobasso, è in Toscana, dove esce "La Nazione"". Parlando con Lucia Aleotti, Canè sostiene che i giornali nazionali hanno dedicato poco spazio e lancia frecciatine al direttore di "Qn", Giuseppe Mascambruno: "Non so se capisce quello che tu gli dici, perché se capiva non faceva una montatura di panna come quella". Poi Canè chiama il responsabile della concessionaria di pubblicità del giornale e spiega che gli Aleotti sono "furibondi".

Il condirettore fa riferimento a contratti pubblicitari che potrebbero saltare. "I giornali sono anche liberi di scrivere senza tener conto però, insomma, fino a un certo punto. Non è che dobbiamo seguire i canali pubblicitari, ma in questo caso c'è una connessione che veramente è un peccato perdere e in questo momento è oggettivamente persa perché ovviamente (i Menarini) sono incazzati". A Lucia Aleotti il giornalista spiega: "Certamente avremmo potuto avere un equilibrio migliore. Anche perché nascondere non serve, anzi, crea...". Canè e Aleotti temono un paio di giornalisti fiorentini.

"Per "Repubblica" c'è la Franca Selvatici purtroppo". "Ma non era andata in pensione?" chiede Canè. "Si vede che la riutilizzano". Lucia Aleotti contatta anche Paolo Ermini, direttore del "Corriere Fiorentino", e si lamenta per l'articolo definito "scorretto". Ermini difende il servizio, ma la fa chiamare dalla collega che ha scritto. E con un sms Aleotti lo ringrazia.

3 - E LETTA ASSICURA IL SOSTEGNO ALLA NORMA ANTI-GENERICI
Lirio Abbate per "
l'Espresso"

Nelle intercettazioni Lucia Aleotti si mostra molto attiva nel contattare i politici con cui concorda l'emendamento a tutela dei farmaci brevettati. Parla con il senatore Cursi e discute delle quote riservate ai generici di cui il parlamentare, responsabile sanità del Pdl, sembra conoscere ben poco. Il senatore replica: "Io faccio quello che voi dite, nel senso che conosco le vostre problematiche come industria farmaceutica". Il ruolo di Cursi è quello di intervenire sugli altri politici per agevolare l'approvazione dell'emendamento. Tra le figure da avvicinare c'è Gianni Letta. E Cursi promette: "Gli dico che deve fare questa operazione".

Anche l'attività di Maria Angiolillo ottiene gli effetti desiderati da Alberto Aleotti, il quale viene "pregiato" dell'attenzione del sottosegretario Letta, che assicura il suo intervento con Silvio Berlusconi e sulla Ragioneria di Stato, affinché l'emendamento formulato dalla Menarini, possa essere approvato.

È il 4 aprile 2009, Massimiliana Landini, moglie di Aleotti, chiama Letta e gli passa il marito.
Letta: "Eccomi buon giorno".
Aleotti: "Mi scusi tanto... oggi la Maria (Angiolillo, ndr.) mi ha pregato tanto di farlo... e io dovrei vedere dopodomani di ritorno dalla Russia... ma anche in Russia il ministro Scajola".
Letta: ""Quando lo vede, lunedì?".
Aleotti: "lo vedo lunedì a Mosca".
Letta: "A Mosca... sì, perché va anche il presidente".
Aleotti: "Le volevo dire questo, che nonostante gli incontri avuti con Rossi (all'epoca assessore alla Sanità della Toscana, ndr.), dove lei ci ha dato assicurazioni che non faranno nessun ostacolo...".
Letta: "Lo faccio dire io a Mosca dal presidente a Scajola quando ci sta anche lei".
Il patron della Menarini spiega i problemi burocratici che sta incontrando il "suo" emendamento e gli ostacoli della Ragioneria di Stato.
Letta: "adesso parlo io con la Ragioneria, vediamo che cosa posso fare".
Aleotti: "ecco, io la ringrazio".
Letta: "Lo faccio subito. Lo faccio subito, stia tranquillo".

 

ALBERTO ALEOTTIMENARINIGianni Letta SCAJOLA Maria Angiolillo - Copyright PizziSILVIO BERLUSCONI

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