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BERLINO, UNA CITTÀ FATTA AD ARTE - DODICIMILA ARTISTI, OLTRE 350 GALLERIE: ARTE COME FENOMENO POP, UNA FOLLA OCEANICA PER LA BERLIN ART WEEK – MA I SOLDI SONO ANCORA A LONDRA E NEW YORK

Tonia Mastrobuoni per “la Stampa

 

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Ognuno è un artista, sosteneva Joseph Beuys. E a giudicare da alcuni quartieri berlinesi ma anche dalla folla oceanica che ha costretto martedì sera gli organizzatori della Berlin Art Week a improvvisare tre buttafuori per l’inaugurazione, molti continuano a prendere quella frase terribilmente sul serio. Berlino ospita ormai dodicimila artisti e oltre 350 gallerie e ambisce chiaramente a diventare un punto di riferimento mondiale per la scena contemporanea. 

Uno sviluppo - quello verso una «capitale dell’arte» ma anche verso un «polo d’attrazione economico», come ama chiamarlo il sindaco uscente Klaus Wowereit - che però non funziona del tutto, come spiegano sia gli artisti, sia i curatori e i galleristi. Che intanto, però, ha creato un risultato incredibile, quello dell’arte come fenomeno pop. Sintetizza uno dei personaggi chiave della manifestazione, Kristian Jarmuschek, gallerista quarantenne e già animatore di un altro appuntamento imperdibile a Berlino, la Gallery Weekend: l’arte contemporanea nella capitale «è un gigantesco successo culturale e sociale, ma è ancora lungi dall’essere un successo economico». 

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Il fatto è che agli artisti e ai galleristi che si sono trasferiti qui in massa, attratti dagli affitti bassi e dal costo della vita abbordabile rispetto a New York o Londra, manca un dettaglio non irrilevante: i compratori. In sostanza, la città tedesca soffre del fenomeno opposto rispetto alle capitali classiche dell’arte contemporanea, che pullulano di miliardari e collezionisti ma dove la vita per gli artisti è infernale, dal punto di vista economico.

 

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Anche se uno dei sintomi dell’interesse crescente per Berlino fu proprio, a partire dalla fine degli Anni 90, l’arrivo di alcuni grandissimi collezionisti che provenivano dalla Ruhr, come Erika e Rolf Hoffmann, Christian Boros o Axel Haubrock. Rilevavano vecchie fabbriche in disuso o edifici fatiscenti della ex Ddr, li ripulivano e creavano strepitosi spazi espositivi. 

Ma la proporzione tra artisti e collezionisti - e anche tra pubblico entusiasta e compratori veri e propri - è «ancora totalmente squilibrata a favore dei primi», insiste Jarmuschek. Ecco perché, nonostante il notevole impegno delle istituzioni cittadine e dei musei coinvolti nella Art Week, «l’impegno finanziario è ancora troppo timido, da parte del settore pubblico».

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La settimana che si è appena aperta e che coinvolge centinaia di gallerie e di artisti è importante proprio «perché attira qui un pubblico internazionale di compratori», osserva, «ma non basta». Jarmuschek stesso è riuscito a far arrivare cinquanta galleristi da tutto il mondo: «Se non mi pagano, io fallisco».

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A conferma della popolarità del fenomeno, in settemila si sono precipitati martedì sera no martedì sera alla Akademie der Künste per l’inaugurazione della Berlin Art Week, la più attesa di questa assolatissima fine estate, condita da «discopunk con incidenti musicali», bevande a pagamento, würstel e bouletten, le tradizionali polpette berlinesi. Più che da vernissage, un atmosfera da concerto. 

 

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Una delle sorprese maggiori, mentre si facevano file da quaranta minuti per vedere opere di Michelangelo Pistoletto, Marina Abramovic, Alexander Bruce o Bruce Naumann, era il pubblico, prevalentemente giovanissimo, sintomo della popolarità di un genere non sempre accessibile o comprensibile come l’arte contemporanea.

 

Luca Vitone ha esposto l’anno scorso alla Biennale di Venezia e vive a Berlino da ormai quattro anni: in uno dei numerosi spazi della Art Week, il Neues Berliner Kunstverein, c’è anche una sua opera, Imperium. Dopo la caduta del Muro, spiega, «moltissimi artisti sono venuti qui, ma negli ultimi anni c’è stata un’accelerazione ed è ormai chiaro che Berlino sta diventando com’era negli Anni 20, un punto di riferimento mondiale per l’arte, come lo era New York negli Anni 70 e 80. Prima dell’89 era già un’isola culturale in mezzo al nulla, ma ora è un luogo di sperimentazione enorme».

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Anche se «le cose stanno cambiando», aggiunge l’artista italiano che ha deciso di trasferirsi qui «per la qualità della vita: vivere qui costa poco, l’aria è pulita, è tutto più facile». La bolla immobiliare e la rapida gentrificazione stanno rendendo la città meno attraente per molti artisti: «Stanno crescendo molto altre città: Bruxelles, ad esempio». 

Anche questo un monito, secondo Vitone, per le istituzioni cittadine che devono cercare di preservare l’unicità di Berlino come luogo deputato per l’arte. Ma l’attenzione c’è, come hanno dimostrato i due ultimi assessori alla cultura, che hanno speso un notevole impegno per evitare le derive più dannose della bolla speculativa che da anni si è abbattuta sul settore immobiliare. Certo, è una corsa contro il tempo. Meglio preservare l’illusione, intanto, che ognuno sia un artista. Almeno, rende la città più bella.

 

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