CI VOLEVA GUARDIOLA PER CHIUDERE L’ERA GUARDIOLA - IL BAYERN DI PEP STRAPAZZA IL BARÇA (“EL TATA” MARTINO DOVRÀ RIPARTIRE DA ZERO)

Enrico Sisti per "la Repubblica"

Luglio col bene che ti voglio non sarai mai settembre. Quindi un'amichevole di inizio stagione, per quanto simbolica, non varrà mai una partita di Champions. Però è sempre FCB contro FCB, Fussball Club contro Futbol Club, 71 mila persone sugli spalti, diretta tv e caroselli per le strade. Qualche mese fa in Champions il Barcellona uscì ustionato dalla doppia sfida col Bayern. Ieri se l'è cavata con qualche scottatura (ha vinto il Bayern 2-0, reti di Lahm e Mandzukic), ma il dominio dei tedeschi è stato imbarazzante.

Già strepitoso in Audi Cup, nel Bayern chiunque giochi riverbera armonie. Nel disegno sublime abbozzato da Guardiola nessuno ha il posto garantito ma tutti garantiscono di poterne occupare uno, quale che sia. Il Ribéry attuale, sontuoso, ha la stessa disponibilità del miglior Rooney. Kroos e Thiago hanno scoperto di essere fratelli, ciò che è mio è tuo.
E il centrocampo ringrazia.

Doveva essere Guardiola, e non Vilanova, a chiudere definitivamente l'era Guardiola al Camp Nou. L'ha fatto ieri mettendo in campo una squadra talmente superiore al suo vecchio amore che l'avrebbe potuto anche annientare. Col Barcellona ridotto all'osso (solo Messi e Adriano i titolari) lo sbilanciamento dei valori tecnici e tattici in campo era palese.

La ex squadra del movimento perenne era ferma. Messi camminava (ha giocato solo il primo tempo). La ex-squadra dei panzer non trasmetteva potenza ma agilità. Erano solo angeli che facevano il loro mestiere: volavano. Il Bayern (4-1-4-1) correva, il Barcellona (4-3-3) rincorreva. Totale assenza di peso specifico in difesa e a centrocampo. Con Martino gli spagnoli dovranno ripartire da zero.

Ci riusciranno se Messi e Iniesta faranno ancora i marziani. Altrimenti no. E comunque si spiccino. Al contrario i tedeschi, attesi sabato dal Dortmund per la Supercoppa tedesca, trovano certezze in ogni filo d'erba crescendo a vista d'occhio. Guardiola crea e attrae: mette Lahm a centrocampo e quello segna di testa, Robben e Mueller si alternano da centravanti e rovinano la serata a Mascherano, Kroos davanti alla difesa evoca Beckenbauer (in tribuna a fregarsi le mani). Pep precisa: «Non sono esperimenti, chiamatele esperienze».

Quindi il vero spettacolo è lui. Ieri il Barcellona, oggi il Bayern, la sua squadra è sempre un magico infuso di ostinazione e fantasia. Una combinazione di fame, applicazione, entusiasmo, piedi singoli e testa collettiva, libertà individuale e massima condivisione. Non può essere un caso se ovunque il suo calcio riflette l'immagine di una geometrica e musicale bellezza.

Sulla panchina del Barça ieri sedevano quattro allenatori: Rubi, Roura, Melero e Torras. Il disagio del Barcellona lo si vede anche da queste oneste seconde file al loro canto del cigno. Gerardo Martino è rimasto a Barcellona. Qualcuno gli avrà aperto gli occhi: «Non sai i cavoli che abbiamo...!». Dicono sia un uomo forte e paziente. Ma c'è una bella differenza: Martino dovrà inventarsi una squadra, Pep lascia che sia la sua squadra a inventare.

 

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