allegri conte

UN PARADOSSO CHIAMATO JUVE- DALLA MINACCIA DI UN CICLO FINITO ALLA LUSINGA DI UN CICLO INFINITO: IL CAMBIO CONTE-ALLEGRI RICALCA LA STAFFETTA SACCHI- CAPELLO AL MILAN - LA VITTORIA DI MAX SUL FANTASMA DELL’EX TECNICO

antonio conte e massimiliano allegriantonio conte e massimiliano allegri

Roberto Beccantini per il “Fatto Quotidiano”

 

Era il 25 luglio quando la prima Juventus di Allegri perse 3-2 con i dilettanti del Lucento. Conte era appena scappato, il popolo depresso e imbufalito. “Clamoroso flop”, spararono i giornali. Mistero senza fine bello (e buffo), il calcio se la legò al dito. Morale: uno dietro l’altro sono arrivati finale di Coppa Italia (mercoledì prossimo a Roma con la Lazio), quarto scudetto consecutivo, finale di Champions League (il 6 giugno a Berlino con il Barcellona di Messi, Suarez e Neymar). Tutti spiazzati. L’obiettivo manifesto rimaneva il campionato.

 

Non certo l’Europa, i cui ricavi stagionali ammontano già a un centinaio di milioni di euro. Il pareggio di Madrid ha reso giustizia al lavoro del paziente livornese, Massimiliano Allegri. La sua Juventus è diventata, piano piano, un paradosso.

 

Sul piano tecnico e tattico, il nuovo mister si è mosso per gradi, passando dallo schema di primo letto (3-5-2) al modulo che più gli garba (4-3-1-2). “Con dieci euro non si mangia in un ristorante da cento”, disse Conte per giustificare distanze che gli sembravano abissali.

conte allegriconte allegri

Sia chiaro: nessuno è così pazzo o prevenuto da trascurare i meriti della rifondazione di Conte. Raccolse la squadra da due settimi posti e la portò a tre titoli, due Supercoppe, i quarti di Champions e le semifinali di Europa League.

 

La società non gli fece il mercato che gradiva e questo provocò lo strappo –improvviso, rumoroso –al secondo giorno di ritiro. Allegri non piaceva ai tifosi. Troppo milanista, troppo “altro”. Piacque, però, ai giocatori.

 

L’allenatore li invitò a sentirsi più forti delle frasi fatte (quella del ristorante, quella che in Europa è diverso) e a ribellarsi alla convenzione- convinzione che i trionfi fossero farina, esclusiva, del sacco del “padre”: il domatore che ogni santo giorno li frustava con l’idea fissa del record (e record fu: 102 punti) e non li mollava mai.

 

ALLEGRIALLEGRI

Paradosso, perché Allegri adora il trequartista, ruolo non contemplato nei ranghi, tanto che sono stati alternati Vidal, Pereyra e persino Tevez. Paradosso, perché si parla sempre di Serie A poco allenante, e proprio nell’anno in cui gli avversari sono crollati a gennaio dal cilindro è uscito l’exploit di Champions. E paradosso perché, in un circo zeppo di stranieri, la Juventus continua a tenersi stretto il suo zoccolo italiano, come documenta il tabellino di mercoledì: 6 su 14.

 

Gli dei e gli alisei, dai sorteggi agli episodi –penso al Monaco, penso alla traversa “torinese” di James Rodriguez – ne hanno gonfiato le vele, ma sarebbe sbagliato ridurre i risultati a un mero impasto di fortuna. Il problema era quello di fondere le due Juventus: la tiranna e la dama di compagnia. Conte si impantanò a Istanbul, Allegri è andato oltre. Prendete la partita di Madrid. Al talento disordinato del Real di Ancelotti, la sua Juventus ha apposto personalità, forza, eclettismo tattico.

FABIO CAPELLOFABIO CAPELLO

 

La scintilla scoccò a Dortmund, la notte di un romanzesco 3-0. Farne tesoro era logico e consigliabile, ma non automatico. Il cambio Conte-Allegri ricalca la staffetta Sacchi- Capello, al Milan: dalla minaccia di un ciclo finito alla lusinga di un ciclo infinito. È probabile che Pirlo si congedi a Berlino. Il sostituto, senza scomodare il Raiola di turno, c’è già: Marchisio.

 

SACCHI BERLUSCONI SACCHI BERLUSCONI

Preso Dybala dal Palermo per 32 milioni più bonus, i contratti di Pogba e Tevez fanno meno paura, anche perché proprio loro, viste le prospettive, hanno meno paura di restare. Solida e matura, la Juventus di Allegri non ha fuoriclasse alla Messi o alla Cristiano Ronaldo. E Agnelli, lui, ha tagliato nodi cruciali (Del Piero, Conte) trasformando in benzina il rancore di Calciopoli. Fino a un’ipotesi di Triplete, addirittura.

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