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GENIO E POESIA - LUIGI ONTANI: “L’ARTISTA UN TEMPO SI AUTODISTRUGGEVA, ORA VIENE DISTRUTTO (DAI CURATORI)'' - "IL PERICOLO RISVEGLIA STRANE EMOZIONI..."

Antonio Gnoli per “la Repubblica”

 

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Davanti a un tè, retrogusto al cardamomo, avverto un senso di rilassatezza. Sono nello studio di Luigi Ontani da un paio d’ore. È lo stesso spazio, un tempo del Canova, che ora Ontani ha immedesimato con i suoi lavori sgargianti, bizzarri, deformi.

 

Il tè ha imparato a farlo in India dove va spesso. Guardo la lunga veste di seta indaco, i capelli sciolti (di solito raccolti in un nodo), le mani piccole, curate e diafane come l’eleganza di questo artista inclassificabile. A chi appartiene Ontani? Non ci sono vere scuole di richiamo. Non c’è storia. Né tempo cui rifarsi. Non ci sono sentenze o perle di saggezza: «A volte», mi fa notare sommessamente, «vorrei dire cose che poi dimentico». 

 

C’è un’arte dell’oblio?

«È l’arte dei morti, del grande libro tibetano. Tutto va tenuto perfettamente in bilico tra dimenticanza e presenza».

 

Come quegli artisti che lei ha riprodotto e appeso a una barra del suo studio. Sembrano piccoli acrobati sospesi nel vuoto.

PIERO MANZONI CON UNA MODELLA PIERO MANZONI CON UNA MODELLA

«Li ha notati? Racconto la drammatica leggerezza delle loro vite. Ciascuna è una storia di autodistruzione. Sono artisti scomparsi che ho amato o dei quali fui amico. C’è Gino De Dominicis nel tentativo di un ultimo volo. Piero Manzoni che morì alcolizzato. Ci sono Tano Festa e suo fratello Francesco Lo Savio che fu trovato riverso in un Hotel di Nizza.

 

C’è Tancredi che finì i suoi giorni con un tuffo nel Tevere. Boetti che volava sul suo arazzo. Pascali che si schiantò con la moto. E Schifano il cui corpo era un tubetto di colori incrostati. Ma c’è anche Borromini che si uccise con una spada e ho immaginato che quel ferro potesse somigliare a una matita conficcata nel cuore».

 

Cos’hanno in comune tutti loro?

«Quasi tutti Roma: la città che spinge al sacrificio o all’autodistruzione. Furono, a loro modo, martiri caduti nell’indifferenza di una società che a un certo punto smise di interessarsi di arte».

 

Perché?

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«Chi lo sa. Prevalse il cinismo, che è una seconda pelle. O l’avidità. Ma per un ventennio tra i Cinquanta e i Settanta qui confluì tutto il mondo. Gli stranieri non venivano per qualche ora o per qualche giorno. Ma per restare. Era una città senza appuntamenti. Senza il timore o l’obbligo di avere o dare amicizia. Ma intreccio di parole e di sguardi. Coincidenze di luoghi. Venni a viverci il 24 novembre del 1970. Il giorno del mio compleanno ».

 

Dove è nato?

«A Vergato, a una quarantina di chilometri da Bologna. Un mio avo vi arrivò con le truppe napoleoniche e pensò bene di fermarsi. Si sposò, aprì un forno, mise radici. Ma i miei ricordi non si spingono così lontani».

 

Dove si arrestano?

«Agli anni del fascismo. Mio padre e i suoi fratelli lasciarono l’Italia. Forse era il 1929. Nonna Caterina li accompagnò al treno. Portava con sé un grande pane, incoronato da una miriade di tigelle. Nel pane aveva nascosto una bandiera rossa.

 

Poi c’era mio nonno: il Miglioti. Mi colpiva la sua faccia. Feci il mio primo ritratto a tempera, tra Van Gogh e Gauguin. Lui mi regalò un orologio d’argento con sopra inciso un leone. Fu la sola eredità che ebbi».

 

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E i suoi?

«Mio padre morì che avevo 13 anni. Da piccolo, durante la guerra, sfollammo dal paese. Legato al petto della mamma, con i tedeschi che minacciosamente ci scortavano. Ci portarono a Bazzano. Ricordo l’eco dei bombardamenti. E un prato minato. Qualcuno saltò. Era un prato sulla via del ritorno. Non potemmo evitarlo. Mi dissero: attento Luigi. Devi zigzagare sul ciglio della stradina e prega di non imbatterti in una mina. Ancora oggi ho l’impressione di camminare così nella vita».

 

Come furono gli anni dell’adolescenza?

«Duri, sommessamente ribelli. Respinsi il collegio. Studiai privatamente. Mi divertiva frequentare le piccole biblioteche comunali, i centri di lettura. Poi ho lavorato per quasi 15 anni in una fabbrica. Svolgevo mansioni di scrivano.

 

Ricopiavo le paghe degli operai e le note per l’ufficio acquisti. Era un lavoro senza alcuna complicità né peso. Frequentai l’Accademia di arti a Bologna. Le prime cose che esposi erano in bilico tra la poesia visiva e la concettualità».

 

Che città era Bologna?

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«Un grande ventre capace di contenere e digerire ogni cosa. La pittura di partito – così prona al neorealismo – a volte lasciava spazio ad artisti sorprendenti. Pesci che scappavano dalla rete. Come Bacon, Sutherland, Peter Blake. Prendevo spesso il treno dalla stazione di Porretta per Bologna. John Cage vi allestì un giorno un concerto a sorpresa. Fu un happening incredibile. Cage – la barba incolta e l’occhio da labrador – sorrideva felice».

 

Che anno era?

«Mi pare fosse il 1978. Di lì a qualche anno sarebbe morta, in modo irrisolto e tragico, Francesca Alinovi. Tre persone di quella città avrei amato sopra alle altre. Una fu Francesca. E poi Dino Gavina, genio del design. Persona speciale. Come fu speciale per me Lucio Dalla».

 

Era un appassionato d’arte.

LUCIO DALLA LUCIO DALLA

«Fu Cesare Bastelli a presentarci. Cesare era un grande esperto di fotografia e di luci. Collaborammo spesso e qualche volta preparò la regia dei concerti di Dalla. Con Lucio ci vedemmo a lungo. Gli interessava la pittura. Aprì perfino una galleria. Era un uomo premuroso. Amava gli altri. Amava la compagnia. Ci si incontrava nelle ricorrenze del Natale. Lui circondato dalla sua piccola tribù. Felice e senza smanie di protagonismo. Pochi sapevano della sua religiosità».

 

E lei la scoprì?

«Allo scoccare della mezzanotte della vigilia si dirigeva solitario verso la basilica di San Domenico per cantare con i frati».

 

 

Accennava a Francesca Alinovi che fu allieva di Renato Barili e critica d’arte. Morì per mano di un assassino che continuò a proclamarsi innocente.

LUCIO DALLALUCIO DALLA

«Fu una donna piena di vitalità. Aveva per l’arte un tempismo eccezionale. La conobbi studentessa al Dams. Sembrava allora una giovane maestrina. Negli ultimi tempi trasformò la sua vita in arte.

 

Quei suoi capelli ritti sembravano aghi verso il cielo. Non c’era nulla di volgare in lei. E colsi, alla fine, solo una grande stanchezza. Era stata in India con Richard Tuttle. Tornò cambiata. Impreziosita e smarrita da un’esperienza che non aveva del tutto assimilato. Ci parlammo telefonicamente il giorno prima della sua morte, il 15 giugno del 1983».

 

«Accennò all’India dove andavo spesso. Mi comunicò che aveva scritto cose su di me. Era come spossata da presenze invisibili. La sua morte mi spiazzò. Mi sembrò il frutto dell’esaltazione di un ambiente che l’aveva spinta al martirio. Ero riluttante a capire ciò che avvenne dopo. La morbosità mediatica. L’esibizionismo dei processi. Mi parve che Francesca morisse una seconda volta».

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Che cosa è il pericolo?

«Il nostro istinto ci dice di stare alla larga dal pericolo. Ma esso risveglia strane emozioni. Dopo un lungo soggiorno a New York mi imbarcai su un volo della Pan Am. Con me viaggiava il compositore Alvin Curran e Annie Ratti. Tutti dormivano e a un tratto vidi una lingua di fuoco che attraversava i finestrini. Dissi ad Annie: forse abbiamo toccato una stella. Lasciami dormire, rispose. Poi una voce femminile ci avvertì che un motore era in fiamme. Ma non c’era da preoccuparsi!».

 

Come reagì?

«Ero combattuto tra la bellezza sconvolgente di quel pericolo percepito sotto la forma di una scia di fuoco e l’annuncio da un aereo che avrebbe potuto mettere fine ai nostri giorni. Rientrammo su New York. E il pericolo svanì. Cosa era stato: un sogno, un’avventura, un incidente meccanico, un evento statistico?».

Cos’è per lei viaggiare?

«Un modo per non distrarmi. Per starmi vicino. Passai molto tempo a Taxco in Messico. Mi affascinava l’arte dell’argento e la storia di un uomo, William Spratling, che vi si dedicò con fantasia e arditezza. Ho vissuto a lungo nello Sri Lanka e poi in India che apprese rapidamente tutto il negativo del mondo attuale. Sono stato ad Aden quando le due metà dello Yemen per un po’ si riunificarono».

 

Sulle tracce di Rimbaud?

«Affascinato dalle vite degli artisti e dei poeti. Nel loro comportamento ho fatto il mio apprendistato. Mi piaceva pensare romanticamente a Rimbaud. E Aden era la sua anima ormai persa, smarrita, o impotente al canto.

alinovi francesca alinovi francesca

 

Rimbaud fu alla fine di un viaggio. Il suo messaggio poetico non poteva più respirare. Chiuse con la pagina e aprì con la vita. Con i brandelli che restavano. Vissi lì con questo stato d’animo in un luogo di una complessità misteriosa. Gente che sembrava fatta di residui di umanità. Ma capace ancora di essere felice. Tutto fatiscente eppure così immensamente ricco».

 

 

E così lontano dall’Occidente.

«Di una lontananza speciale. Ancora tenera. Non la lontananza odierna: ottusa, parossistica, demente, minacciosa. La casa nella quale vivevo era come una nuvola di fumo.

 

Dall’alto guardavo camminare la gente con la loro indole guerriera. I pugnali ricurvi, la foglia di qat masticata. Il tempo sembrava non essere mai passato da quelle parti. E dove ho viaggiato l’ho fatto da estraneo. Non conoscendo quasi mai le lingue e osservando gesti e comportamenti».

 

delitto alinovidelitto alinovi

Accennava a New York.

«Vi ho soggiornato spesso e a lungo. Quando New York si lasciava sfruttare come una generosa puttana. La Pop Art declinava e io vivevo in un edificio di Soho. A un piano c’era Leo Castelli, a un altro la moglie Ileana Sonnabend, per la quale cominciai a esporre. Con Ileana per un certo periodo lavorò Annina Nosei. Fu lei a scoprire il talento di Basquiat. Aveva un fiuto meraviglioso. So che Piero Manzoni la filmò. Mi piacerebbe vedere quel documentario».

 

Goffredo Parise la descrisse come un Narciso innocente e folle, perennemente sotto i riflettori non della cronaca ma dei passanti.

«Venne a trovarmi nello studio non lontano da Piazza del Popolo. Era curioso. Stupefatto. Lo affascinava la mia stranezza. O almeno tale sembrò ai suoi occhi».

Si sente trasgressivo?

ALINOVIALINOVI

«Ecco una parola orrenda. Anche se il mio linguaggio ha suscitato scandalo. Per i miei Tableaux vivant, per gli oggetti pleonastici, per le maschere sono stato censurato, insultato, talvolta minacciato. Non mi sono opposto. A che pro? Sono un misto di gentilezza e regolatezza. Non mi difendo. Semmai fuggo».

 

Da cosa?

«Da quest’arte sempre più imbarazzante. Si ostenta il successo. E l’ansia feticista di riconoscersi nel nulla della propria opera. Domina la figura del curatore. E l’artista?».

E l’artista?

«Sparito. Un tempo si autodistruggeva. Ora viene distrutto. In principio c’erano gli studiosi. Poi vennero i critici. In seguito i critici esibizionisti. Infine i curatori. Sono questi ultimi a spingere gli artisti a fare ciò che non vorrebbero fare ».

 

Come si difende?

«Per quanto posso mi tengo alla larga da tutto questo mondo. Come se ne tenne alla larga Giorgio Morandi».

 

Era delle sue parti.

«Viveva, soprattutto l’estate, a Grizzana non lontano da dove sono nato. Sto preparando dei lavori che lo interpellano».

Non siete molto simili.

«È vero, siamo l’opposto. Quando iniziai a occuparmi d’arte il modello sublime era Morandi. La qualità dei suoi pennelli era assoluta. Sono tornato di recente nella sua casa. Mi è sembrata come addormentata. Esemplare nella sua modestia quotidiana e domestica. Esattamente agli antipodi da me che fuggo dal quotidiano e dal domestico».

 

Cosa l’attrae di questo artista?

«Mi seduce il protagonismo di certi suoi oggetti che favoriscono la ripetizione. Amo la ripetizione come possibilità di viaggiare verso l’infinito».

 

Ci va con il bagaglio del narcisista?

«Ho fatto uso e abuso del mio mondo. Qualunque posa, qualunque simulacro purché utili a collocarmi fuori dal nostro tempo».

È la sua inattualità?

«Mi piace la parola “inattuale”. Sono cresciuto come un dilettante dell’arte. Che è anche arte del diletto. Senza mai assumermi la responsabilità del mestiere di dipingere, scolpire, poetare. Nessun messaggio da lasciare ai posteri. Nessuna velleità di cambiare la storia né di esserne cambiati. Come un piccolo Eliogabalo vado obliquamente per la mia strada».

LUCIO DALLA LUCIO DALLA

 

PIERO MANZONI MERDA DARTISTA PIERO MANZONI MERDA DARTISTA piero manzonipiero manzoni

 

FRANCESCA ALINOVIFRANCESCA ALINOVI

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