james rosenquist

LEZIONI DI SESSO (E ARTE) CON BARBARA COSTA - MUORE JAMES ROSENQUIST, CHIUDE GLI OCCHI UN GENIO DELLA POP ART, CHE METTEVA TENSIONE EROTICA SU TELA. OPERE D’ELETTRICITÀ PURA, BOMBE A OROLOGERIA PRONTE AD ESPLODERE, IMMAGINI CONTURBANTI, SPIAZZANTI. UN’UBRIACATURA PERCETTIVA DEI SENSI - KENNEDY, MARILYN, OBAMA, LA CATTIVERIA VERSO I SUOI COLLEGHI

Barbara Costa per Dagospia

 

rosenquist white lightningrosenquist white lightning

Muore James Rosenquist, chiude gli occhi un genio della Pop Art, colui che metteva tensione erotica su tela. Opere d’elettricità pura, bombe a orologeria pronte ad esplodere e non sai quando, immagini conturbanti, spiazzanti. Un’ubriacatura percettiva dei sensi, sesso ostentato e onnipresente, eccitazione e turbamento, un brivido che scorre lungo la schiena di chiunque guardi.

 

Quadri minacciosi, armi puntate verso lo spettatore, colori violenti, orgasmi fissati su tela. Labbra socchiuse nell’istante prima d’aprirsi definitivamente al piacere, all’abbandono totale, quelle al centro di “I Love You With My Ford”, del 1961, dove la Ford è simbolo della liberazione sessuale del decennio precedente, gli anni ’50, quello dei Beat, del loro sesso maturo, esibito e gridato al mondo, quelle automobili che sono covi d’amore, dove gli adolescenti, attori e non più passivi spettatori della storia occidentale, liberano i loro più sani istinti e desideri.

 

tom wesselmanntom wesselmann

Padroni per la prima volta di loro stessi e del loro destino, i loro corpi non più carne da macello di guerre patriottiche decise da altri, in quelle Ford la gioventù americana fa l’amore la prima volta e poi sempre la sera nei drive-in. Ford come camere da letto, alcove per voglie non più bisognose della previa santificazione sociale del matrimonio.

 

Al centro quella bocca di donna schiusa al piacere (le sue gambe aperte, inarcate, le immagini facilmente nella tua mente), Rosenquist chiude il quadro con quegli spaghetti scotti e stomachevolmente sugosi.

 

Quanti critici si son scervellati per trovarci una logica, un significato, per poi deliberare compatti che sì, è un accostamento surrealista, quando quegli spaghetti possono benissimo starci nell’eterno trittico sesso-piacere-cibo, e in tutto quello che di sporco, vischioso c’è in ogni rapporto sessuale ben fatto. Sangue mestruale. Quando fai sesso ti sporchi sempre un po’.

rosenquist white breadrosenquist white bread

 

E bocche e labbra e rossi rossetti nelle opere di Rosenquist, quadri laccati, così lucenti, quei mega rossetti eretti come peni vivi, eccitati, come capezzoli resi turgidi dal tocco del tuo sguardo, ma al tempo stesso rossetti minacciosi, messi in fila come proiettili, sembrano uscire dal quadro perché ti vogliono uccidere.

 

O forse no, ogni rossetto è solo candida promessa di un bacio, l’antipasto, il primo accesso a ben altri piaceri, a più esaltanti godimenti. Rossetti ornamento di bocche aperte in una fissa promessa di fellatio. Le bocche di Rosenquist sono sorelle delle bocche di Tom Wesselmann, quelle da dove esce fumo di sigarette che menti anche poco smaliziate associano subito a sperma uscito da quel pene che è la sigaretta che è la vita.

 

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Il rosso è il colore simbolo sessuale per eccellenza, ricorda il rosso di altre labbra nascoste e schiuse, e rosse sono anche le unghie delle donne di Rosenquist, unghie enormi in quadri enormi, unghie che promettono di graffiare la tua pelle ma attento, mica sempre per darti piacere. In “Fahrenheit 1982°”, quell’unghia granata è uncinata, a simbolo della morte che ti spetta.

 

La donna, il suo sesso, l’ossessione di ogni uomo, qui è la tua assassina. Il sesso in Rosenquist uccide. Se non uccide gela. E’ un rito freddo, meccanico, ripetitivo, è moda fasulla, noia, è merce in stock, è sesso che si fa perché si deve fare.

rosenquist president electrosenquist president elect

 

E’ la ripetitività ossessiva e estraniante, ricordo e lezione degli anni in cui Rosenquist si guadagnava da vivere dipingendo cartelloni pubblicitari, poster stradali, detestandone il contenuto al punto da vedere, al suo posto, il vuoto. Capì così la violenza martellante della pubblicità, il suo effetto disturbante, e ne celebrò l’effimero nel radioso giganteggiare di immagini svuotate di ogni valore. Icone morte, feticci da nulla.

 

rosenquist marilyn monroerosenquist marilyn monroe

Rosenquist violenta lo spettatore, lo minaccia, gli toglie ogni tranquillità. L’innocente bambina che si asciuga i capelli in “F-111” è simbolo e monito di tutte le violenze che verranno anche dopo la guerra del Vietnam, violenze sempre le stesse, invincibili, implacabili. In “F-111” tutto galleggia sullo stesso piano, tra finestre uguali e contrapposte: Rosenquist era un visionario, presagiva internet e i social network già a metà anni ’60.

 

Sesso e politica, satira e denuncia mischiati ma chiarissimi nel lavoro di Rosenquist, forse l’esponente della Pop Art più politicizzato, sempre schierato coi democratici (“i repubblicani se ne fregano altamente delle sorti di questo Paese”): vota per Kennedy, forse per Johnson, poi per Carter, e Bill Clinton. I suoi quadri finanziano le campagne elettorali di Obama.

 

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Un John Kennedy bello, sorridente, abbronzato, la sua fila di denti perfetti, in “President Elect”, simbolo della gioventù e di quei anni ’60 ricchi di promesse. Kennedy è il primo politico sessualmente attivo, e forse Rosenquist ai tempi non sapeva della sua storia con Marilyn Monroe, e la morte di quella dea bionda gli ispira il quadro omonimo, ed è la sua versione del mito creato a tavolino da Hollywood, e morto sfatto al massimo del suo splendore.

 

La Marilyn di Rosenquist è una bambola distrutta, specchio rotto di quell’immagine sessuale che gli uomini vedevano in lei e da lei pretendevano, non una donna ma un oggetto usa e getta, preconfezionato e vivo e sexy solo sullo schermo di un cinema.

rosenquist i love you with my fordrosenquist i love you with my ford

 

Rosenquist non era mai tenero coi suoi colleghi. Alex Katz? Un pessimo pittore e un gradasso, Jasper Johns un tipo astioso e distante, Roy Lichtenstein uno dei pochi a salvarsi, simpatico e gentilissimo. Cattelan? Mai piaciuto. Jeff Knoos?

 

Un businessman. Diceva Rosenquist: “Le mie idee non hanno bisogno di computer, video e fonti elettriche. In futuro e per sempre, a chiunque voglia vedere i miei quadri, basterà intuizione e la luce del sole”. James Rosenquist ha spinto colore e forma per creare la superficie più eccitante che si potesse immaginare, ha trovato e tirato fuori la luce da un pezzo di carta bianco e vuoto.

 

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Quando vennero esposte per la prima volta, le sue opere vennero definite degli obbrobri. Meno male che Leo Castelli la pensava diversamente.

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