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“SE NON FOSSE PER LE GRANATE, HO AVUTO UN’INFANZIA NORMALE. IL CALCIO MI AIUTAVA A VIVERE LA VITA” – IL CAMPIONE CROATO LUKA MODRIC RACCONTA LA SUA INFANZIA DA RIFUGIATO, TRA LE BOMBE, IL NONNO UCCISO A FUCILATE DAI SERBI E IL SUCCESSO NEL PALLONE: “SE NON AVESSI FATTO IL CALCIATORE AVREI FATTO IL CAMERIERE. I MIEI IDOLI? BOBAN E TOTTI” – “L’ALLENATORE PIÙ DURO TRA ALLEGRI, ANCELOTTI E MOURINHO? MOU, L’HO VISTO FARE PIANGERE NEGLI SPOGLIATOI CRISTIANO RONALDO” – IL TRASFERIMENTO AL MILAN, IL SEGRETO DELLA SUA LONGEVITÀ E LA FEDE: “COME IMMAGINO L’ALDILÀ? AL DI LÀ DI COSA? DEL CALCIO O DELLA VITA?” - VIDEO

Estratto dell’articolo di Aldo Cazzullo,Carlos Passerini per il “Corriere della Sera”

 

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Luka Modric — sei Champions, Pallone d’Oro, miglior giocatore del Mondiale 2018, 194 partite con la Nazionale croata — è il calciatore più longevo del nostro campionato; eppure non sembra un calciatore. Piccolo, minuto, modesto, riservato, gentilissimo con tutti, e neppure un tatuaggio. Un genio umile. […]

 

Luka, è vero che da piccolo era milanista?

«È vero. Ero milanista per via dell’eroe della mia infanzia: Zvonimir Boban, capitano della Croazia che sfiorò l’impresa al Mondiale di Francia del 1998».

 

[…] Ed eccola qua, a Milanello.

«La vita ti sorprende sempre. Succedono cose che non avresti mai creduto possibili.

Ero convinto di chiudere la carriera nel Real Madrid, invece... Questo però l’ho sempre pensato: se avessi mai avuto un’altra squadra, sarebbe stata il Milan. Sono qui per vincere».

 

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Lo scudetto è possibile?

«Al Milan si deve giocare sempre per vincere, solo per vincere».

 

[…] Qual è il segreto della longevità sportiva? Come si fa a giocare al suo livello a quarant’anni?

«L’amore. Amare il calcio, pensare calcio, vivere per il calcio. Il calcio, con la famiglia, è la cosa più importante che ho. Il segreto è la passione. La dieta, l’allenamento sono cose secondarie. Per restare in alto a lungo serve il cuore. Io agli allenamenti sono felice come quando giocavo da bambino».

 

Ma il segreto di Modric non è tutto qui. Lei è uno dei più grandi calciatori in attività, ma sembra una persona normale.

«Appunto. Amo la normalità. La famiglia normale, la vita normale, le piccole cose. Non mi sento unico. Nella mia vita non ho mai pensato, neppure per un secondo, di essere superiore a qualcun altro. Se non avessi fatto il calciatore, mi sarebbe piaciuto fare il cameriere».

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[…] La sua però non è una storia normale.

«Non è stata una storia facile, ma i miei genitori Stipe e Radojka mi hanno dato valori importanti: rispettare tutti, restare umile. Papà operaio, mamma sarta. L’umiltà aiuta, in campo come nella vita. Anche mio zio Zeljko è stato fondamentale per me. Lui e papà sono gemelli omozigoti, sono cresciuti in simbiosi, si sentono dieci volte al giorno, e siccome lo zio non ha figli abbiamo un legame speciale».

 

[…] Suo nonno fu assassinato dai cetnici serbi.

«Non amo parlare di questo. State riaprendo una ferita terribile».

Ci dispiace.

(Luka Modric resta un attimo in silenzio. Poi riprende a raccontare). «Era il dicembre del 1991, avevo sei anni. Una sera il nonno non tornò a casa. Andarono a cercarlo. Gli avevano sparato in un prato ai margini della strada. Aveva sessantasei anni. Non aveva fatto nulla di male a nessuno. Ricordo il funerale. Papà che mi porta davanti alla bara e mi dice: “Figlio mio, da’ un bacio al nonno”. Ancora oggi mi chiedo: come si fa a uccidere un uomo buono, un uomo giusto? Perché?».

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Perché lo uccisero?

«Perché era la guerra. Mio padre partì volontario. Noi dovemmo lasciare tutto, da un giorno all’altro. Amici, affetti, cose. Ci rifugiammo prima a Makarska, nel campo profughi dell’orfanotrofio. Poi a Zara».

 

Hotel Kolovare, l’inizio di una nuova vita.

«Ci diedero una stanza al piano terra: papà, quando c’era, mamma, mia sorella Jasmina e io dormivamo in un unico letto. Fuori, nel parcheggio dell’albergo, giocavamo a pallone da mattina a sera. Io correvo con la tuta del Milan, sognando di diventare un giorno calciatore. Anche le scarpette erano di una marca italiana».

 

[…] Che vita era?

«Dico la verità: non fosse stato per le granate, che erano frequenti e ci costringevano a scappare nei rifugi sotterranei quando suonava l’allarme, posso dire che fu un’infanzia normale. O forse normalizzata, nel senso che il pallone ci aiutava a vivere la vita come sarebbe giusto viverla, a quell’età. Eravamo tanti bambini, ma si giocava anche contro gli adulti: lì ho imparato che sul campo nessuno ti regala niente. Quegli anni mi hanno reso quello che sono».

 

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[…] La Croazia ha meno di quattro milioni di abitanti. Eppure eccelle nello sport, a cominciare dal calcio. In Russia nel 2018 e in Qatar nel 2022 l’Italia neppure c’era, voi siete arrivati secondi e terzi. Qual è il segreto?

«La mentalità. Saper soffrire, non arrendersi mai. Ci hanno insegnato che per ottenere qualcosa devi combattere. E poi devi difenderla. Il talento conta, ma non basta. Credo che l’esperienza della guerra abbia inciso, sotto questo aspetto, su tutta la mia generazione».

 

Il calcio italiano invece è in enorme difficoltà. È la mentalità che manca?

«Forse sì. Ma spero di rivedervi al Mondiale. Io sono cresciuto con il mito del calcio italiano».

 

In molti rivedono in lei Pirlo.

«Li ringrazio, il paragone mi onora: Pirlo ha sei anni più di me, ha aperto una strada. Ma il mio idolo, Boban a parte, era Francesco Totti. In serie A avevate calciatori favolosi. Li guardavo e mi dicevo: quello è il calcio che voglio giocare».

 

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[…] Che rapporto ha con Allegri?

«Finché non esce dalla stanza non posso dirvi niente! A parte gli scherzi, ha una personalità incredibile. Somiglia un po’ ad Ancelotti: sensibile, divertente, ama fare scherzi. Ma sul campo, come tecnico, è un grandissimo. Sa di calcio come pochi. Non lo conoscevo così bene, ma sono felice che oggi sia il mio allenatore».

 

Appunto, Ancelotti?

«Carlo è il numero uno. Difficile trovare parole. Per il suo modo di essere, non solo per le sue qualità in panchina. Abbiamo parlato tante volte di Milano e del Milan, quando eravamo a Madrid. Anche per lui questo posto era unico. Ricordo quando lo conobbi. Io ero solo in città. Lui mi telefonò e mi disse: “Su, vieni a cena con me”. Parlammo per ore, di tutto. Di calcio, della famiglia, della vita. Di solito gli allenatori non danno confidenza ai giocatori.

Lui sì».

 

Mourinho?

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«Speciale. Come tecnico e come persona. Fu lui a volermi al Real Madrid, senza Mourinho non sarei mai arrivato. Mi spiace averlo avuto una sola stagione».

 

Il più duro dei tre?

«Mourinho. L’ho visto fare piangere negli spogliatoi Cristiano Ronaldo, uno che in campo dà tutto, perché per una volta non aveva rincorso il terzino avversario. Mourinho è molto diretto con i giocatori, ma è onesto. Trattava Sergio Ramos e l’ultimo arrivato allo stesso modo: se doveva dirti una cosa, te la diceva. Anche Max è così: ti dice in faccia quello che va e quello che non va. L’onestà è fondamentale».

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Con Ibra, oggi consulente di RedBird, il fondo che controlla il Milan, che rapporto ha?

«Buono. Quando ci vediamo, parliamo nella nostra lingua, serbo-croato, e nessuno ci capisce».

[…]

 

Lei crede in Dio?

«Sì».

 

È cattolico?

«Sì».

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Come immagina l’aldilà?

«Buona domanda. Al di là di cosa? Del calcio o della vita?».

 

Tutte e due.

«Partiamo dal calcio, che è più facile. Vorrei restare, come allenatore o come dirigente, non so ancora. Ma prima credo di avere ancora qualcosa da dare sul campo».

 

E dopo la vita?

«Non ci penso quasi mai: come calciatore sono vecchio, ma come uomo sono ancora giovane. Una volta ne ho parlato con un amico...».

 

[…]

Un altro bambino di guerra, sia pure sull’altro fronte, è Novak Djokovic.

«Lo conosco, ci siamo parlati. È un grande. Forse il miglior tennista della storia. Non solo per i titoli. Quando lo vedo è sempre un piacere. Ha molto da raccontare». […]

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