mostra “here and elsewhere”, dedicata all’arte araba

L’ARTE NON È SOLO MERCATO, CELEBRITIES, SOUVENIR ESTETICI E SPETTACOLO. CE LO RICORDA LA MOSTRA “HERE AND ELSEWHERE”, DEDICATA ALL’ARTE ARABA AL NEW MUSEUM DI NEW YORK: ‘’ANDARE ALTROVE PER CAPIRE QUI’’

VIDEO - IL DIRETTORE MASSIMILIANO GIONI FA DA GUIDA ALLA MOSTRA

 

 

Francesco Bonami per “la Stampa

 

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Raccontare le culture e i luoghi attraverso la loro produzione artistica è un’impresa sempre molto complicata. Il rischio della generalizzazione, del luogo comune o addirittura della deriva folcloristica è sempre in agguato. Non corre nessuno di questi rischi la mostra «Here and Elsewhere», Qui e Altrove, dedicata all’arte araba al New Museum di New York.

 

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Una mostra puntuale e necessaria anche per chiarire che il futuro del mondo artistico arabo non è tanto dentro luoghi come il nascente Guggenheim di Abu Dhabi o il suo destino nelle mani degli sceicchi del Qatar famelici collezionisti di arte contemporanea, ma è «altrove» appunto, sparpagliato fra il Medio Oriente e il resto del mondo, impegnato in una profonda riflessione sulla propria identità e i propri rapporti culturali sia interni sia esterni.


«Here and Elsewhere» ci offre una panoramica sull’arte araba che, come l’arte di molti luoghi tormentati della storia presente e passata, non è semplicemente arte ma anche documento, diario, denuncia, informazione.

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In una New York «occupata» dai koonsisti, ovvero da tutti quelli che non parlano d’altro che della (per altro scontatissima) mostra di Jeff Koons al Whitney, la mostra al New Museum offre (fino al 28 settembre) l’opportunità di ricordarsi che l’arte non è solo mercato, celebrities, souvenir estetici e spettacolo, ma anche, anzi più che altro, uno strumento per farci riflettere sul mondo che ci circonda e sui suoi problemi, che magari non sono i nostri ma in qualche modo nella società globalizzata nella quale viviamo finiscono col toccare anche se marginalmente le nostre vite.

 

Il mondo arabo e le sue tragedie sono uno di questi problemi e Massimiliano Gioni, Natalie Bell, Gary Carrion-Murayari, Helga Christoffersen e Margot Norton, curatori della mostra, ce lo raccontano molto bene attraverso i cinque piani del museo.

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Le gallerie del New Museum sono spazi architettonicamente infelici ma funzionano molto bene con le mostre infelici: non venute male, ma che parlano dell’infelicità del mondo. «Here and Elsewhere» è infatti un progetto non certo divertente e molto impegnativo sia per chi l’ha messo in piedi sia per chi lo visita. Il titolo è preso in prestito dal film Ici et ailleurs di Jean-Luc Godard, girato insieme con Jean-Pierre Gorin e Anne-Marie Mieville.

 

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Un film che doveva essere pro-palestinese ma poi è diventato qualche cosa di altro e più complesso, una riflessione sull’uso delle immagini per formare la nostra coscienza individuale, politica e collettiva. Lo stesso si può dire della mostra, che non è certo filo-israeliana, ma non è nemmeno spudoratamente filo-palestinese. Certo che trattandosi di artisti principalmente del mondo arabo un po’ di parte alla fine lo diventa. Non è una colpa o un difetto ma semplicemente un’inevitabile dato di fatto.

 

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Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate, di vederla in mezz’ora o con l’occhio agli sms. «Here and Elsewhere» è una fantastica lezione su un soggetto che richiede concentrazione e impegno. Molti, lunghi video da vedere, molti testi da leggere, molto da capire, molto da imparare.

 

Prendiamo ad esempio i brevi video del gruppo Abounaddara, composto da registi autodidatti sparpagliati in Medio Oriente, che raccontano i viaggi di quelli che tentano di trovare sollievo, speranza e salvezza entrando clandestinamente in Europa.

 

Un’opera d’arte, ma più che altro un documento che dovrebbe essere fatto vedere ai politici europei che pensano di avere la bacchetta magica per risolvere il problema dell’immigrazione. Oppure le foto di Fouad Elkoury che documentano l’incerta quotidianità dei libanesi durante la guerra civile durata quindici anni.

 

Trauma, nostalgia, illusione sono gli ingredienti del viaggio dentro le opere di più di 45 artisti. Ci sono momenti che fanno mancare il fiato, come le foto dell’artista Hrair Sarkissian che mostrano piazze siriane vuote, molto simili a quelle dove l’artista da bambino aveva assistito a barbare esecuzioni capitali pubbliche.

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 Ci sono però anche artisti che usano tecniche tradizionali come ad esempio i disegni dell’egiziana Anna Boghiguian, fatti al Cairo durante la rivoluzione primaverile del 2011. Oppure i ritratti del pittore siriano Marwan degli Anni 60, dove si sente come la pittura tedesca ed europea abbia influenzato questo artista.


La mostra sottolinea con forza come l’arte sia una delle poche attività umane difficili, anzi impossibili, da fermare. Nemmeno durante i peggiori momenti di un popolo o dei singoli individui. Basta guardare il diario del libanese Mazen Kerbaj, creato sotto i bombardamenti israeliani di Beirut nell’estate del 2006. Oppure l’Apocalisse araba della quasi novantenne Etel Adnan, anche lei libanese che con questo manoscritto risponde all’assurdità della guerra civile agli inizi degli Anni 70.

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Non mancano artisti più giovani che usano i nuovi media, compreso YouTube, strumento rivoluzionario praticamente inafferrabile anche dalle dittature più feroci. Ma il mondo arabo, come dicevamo, significa anche gas e petrolio, potere e denaro. Soggetti presentati subito all’ingresso del museo dove un altro collettivo, Gcc, ha ricreato la lobby dell’Hotel Palace di Abu Dhabi uno dei più costosi del mondo. Quasi come per creare una facciata a una realtà che poi, salendo dentro il museo, si rivelerà molto meno scintillante.


I curatori nel catalogo citano (impossibile non farlo) Edward Said, l’intellettuale arabo diventato una sorta di divinità sia nel mondo degli studi mediorientali sia in quello dell’arte globale. Bisogna andare «altrove» per capire «qui». Il grande merito di questa mostra è proprio questo, che ci fa sentire altrove e qui al tempo stesso. Peccato che poi una volta finita non andrà da nessuna parte. Molti musei europei avrebbero potuto arricchirsi dall’ospitare un progetto così.

 

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