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“QUANTO INUTILE CIELO, SOPRA UNO SPALANCATO INFERNO” – DOTTO SU EZIO VENDRAME: "UN TALENTO BUTTATO AL CESSO. GIOCAVA NEL NAPOLI DI VINICIO, E BONIPERTI LO AVEVA RIBATTEZZATO 'IL KEMPES  ITALIANO'. POI INCONTRO’ PIERO CIAMPI E CONFESSO’: “SMISI QUEL GIORNO DI ESSERE UN CALCIATORE” – L’AMORE PER ROBERTA, MALAFEMMINA DI MESTIERE, PASOLINI (“MI SONO SFORZATO DI AMARLO, MA NON CI SONO RIUSCITO”) E QUELLA VOLTA CHE VALENTINO ROSSI… - VIDEO

 

Giancarlo Dotto per il Corriere dello Sport

 

Era fatto così Ezio Vendrame, detto il calciatore poeta, ma non è mai stato calciatore e non ha mai preteso d’essere un poeta. Lui si accontentava di lasciarsi stordire dai poeti. Farsi confondere. Fino a perdersi, che per lui era la stessa cosa di ritrovarsi. Amava gli amici, e li detestava. Ogni volta, al momento di salutarci, ci stritolava almeno cinque secondi, poi ci stampava in faccia due occhioni umidi di commozione, neri come l’inchiostro, e ci diceva ruvido: “Andatevene, non voglio più vedervi! Non sostengo lo strazio della separazione”. L’ha detto e lo ha fatto. Un giorno è sparito e buona notte a cantanti e suonatori. Come tutti quelli che spariscono, diventò una leggenda forse vivente.

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Con l’amico comune Marcello ci promettevamo ogni tanto di organizzare una spedizione tra Friuli e Veneto sulle sue tracce, alla caccia di Ezio. Lui, fiutato il pericolo, si è tolto di mezzo prima. A scanso di equivoci, lo ha fatto nei giorni in cui non dovrà nemmeno subire l’abbraccio equivoco di un funerale. Tempismo perfetto. Non aveva bisogno del virus, lui, per praticare la distanza sociale.

 

Le memorie ci vengono addosso cornute, tutte insieme, come una mandria di bufali e fanno male. Non devi nemmeno metterle in ordine, devi solo lasciare che ti facciano male. E male sia. L’irrespirabile è che non partiremo mai più sulle tracce di Ezio, se non rassegnandosi a un viaggio da folli. Quel “mai più” è una mano di calce viva, una sentenza, è il suono delle budella che si ribellano mischiandosi al cuore.

 

I ricordi. Quando, la prima volta, ci eravamo appena trovati e subito mi porta al cimitero di Casarsa delle Delizie alla tomba di Pier Paolo Pasolini, sepolto accanto alla madre Susanna, all’ombra dello stesso alloro, la pianta dei poeti, l’orrore botanico che diventa amore, le radici che affondano e s’intrecciano, la tomba del figlio, quella della madre, la stessa tomba.

 

Quella notte, a San Vito del Tagliamento, in una camera d’albergo, sdraiati sulla branda, scolando Cabernet e masticando carne di struzzo, a raccogliere pezzi scellerati delle nostre vite, lui che mi racconta del suo talento buttato al cesso, di Leo Ferré, di Gigi Meroni e di George Best, di canzoni al vento e di galline al guinzaglio. Dell’incontro che lo mise al tappeto con Piero Ciampi, la sua maledizione, il suo Graal. Aveva già allora l’occhio assai languido, sempre un po’ commosso, come quello di Pina, la sua cagna, che aveva la cirrosi senza aver mai bevuto un goccio di grappa. Occhio che diventava brace. “Mi sono sforzato di amarlo Pasolini, ho letto tutto di lui, ma non ci sono riuscito. Resta per me l’unico vivo in questa terra di anime morte che si è venduta al denaro”.

 

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Già allora, vent’anni fa, non sentiva più “l’esigenza del simile”. Mai avuto un cellulare, aveva cancellato anche la segreteria telefonica, l’ultimo ponte levatoio con il mondo esterno. Alle sette di sera era già disteso nel suo loculo (“l’unico posto al mondo in cui riesco a sentirmi felice”). Non dormiva. Vegliava, ricordava, scriveva e spargeva. Più un’emorragia che una creazione.

 

Tutte le sere, ma proprio tutte le sere, faceva amicizia con l’idea d’impiccarsi. Giocava con una corda che non c’era. E tutte le sere finiva per leggere e scrivere versi (“Non ho ambizioni poetiche, scrivere mi è indispensabile a sopravvivere”). Il pomeriggio allenava i ragazzini della Sanvitese, il suo unico momento di socialità, quanto restava del suo rapporto con il calcio, la sera si chiudeva nella sua monocamera, quindici metri quadri soffocati dai libri a liberare versi che lo spedivano nella stratosfera. Non è mai più entrato in uno stadio. Non è mai più uscito da quella monocamera.

 

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Era ancora una figurina Panini, anni ’70, giocava nel Napoli di Vinicio, e Boniperti già lo aveva ribattezzato “il Kempes  italiano”, per via della chioma e del passo farabutto e indolente ma imperioso delle smisurate leve, quando gli partiva l’estro satanesco. Quando uno sconosciuto spacciatore di profumi di lusso, Marcello Micci, lo spinge nel burrone che lui aspettava da sempre. Il giorno in cui incrocia la sua ruvida e lirica impazienza con quella di Piero Ciampi, lo stramaledetto livornese che cantava Come è bello il vino. “La prima volta che mi vide, Piero, mi abbracciò forte, come nessuna donna aveva mai fatto. Smisi quel giorno di essere un calciatore. L’incontro con Piero Ciampi è stato la mia convocazione in Nazionale, ma anche il mio massacro. Massacro al quale, sia chiaro, ero votato”. Il giorno in cui diventò un ex calciatore senza esserlo mai stato.

 

Poteva giocare a Los Angeles con Best o in Kuwait con Rivelino, ma accettò di allenare i ragazzi del Venezia (”Litigai con Zaccheroni, voleva impormi il figlio del magazziniere”) e poi quelli del San Vito. Due milioni di lire al mese, quanto bastava per pagare l’affitto, la sigaretta, la benzina. La palla non aveva misteri e spigoli per lui, ma Ezio non ha mai saputo che farsene del suo dono ai piedi, due stradivari. Un dispetto della natura. E, non potendo disfarsene, lo ha deriso e bestemmiato. Ha giocato da Dio e da clown. Come quel giorno, Padova-Cremonese. Si muore di noia. Era urgente morire di qualcos’altro. (“Con Mondonico, il capitano della Cremonese, avevamo concordato lo 0 a 0…Volevo regalare un’emozione alla mia gente tradita”). Ezio esce di senno, un cavallo pazzo, punta dritto la propria area, arriva a un metro dal portiere stupefatto, fa per tirare e, un attimo prima, sotterra il pallone sotto la suola, tutti i tifosi col fiato sospeso e uno che muore. D’infarto.

 

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A diciotto anni è già titolare nella Spal di Fabio Capello (“Un ottimo giocatore, ma mi fermo lì. Grazie a lui mi fu subito chiaro quello che non sarei mai voluto diventare”). Giovanissimo astro, disadattato totale. S’innamorò perso di Roberta, una malafemmina di mestiere (“Per tutti era una puttana, per me era la mia principessa. Accusai dolori e nausee al basso ventre. Riuscii a stare due mesi lontano dal calcio. Li passai tutti a letto con lei. Qualcuno fece la spia. Mi sbatterono nella Torres in serie C. Per aver amato una principessa, m’avevano fatto a pezzi”).

 

Un provino da fenomeno e finisce nel Vicenza di Cinesinho e Sormani. “Passavo tutte le notti della vigilia a fare sesso e, il giorno dopo, andavo in campo, spompato ma generoso”. Per confondere i detrattori gli toccava giocare ogni tanto una partita da padreterno, su cui viveva di rendita per mesi. “Mi schifava fare qualcosa di scontato in campo, Mi piaceva stupire”. Come quella volta che stupì San Siro e vinse quasi da solo contro Mazzola, Facchetti e compagni.

 

Lo vuole Invernizzi all’Inter, manca solo la firma, ma arriva la telefonata di Vinicio, “ti voglio al Napoli”. “Giocavo da fenomeno a Soccavo, i tifosi in delirio, ma Vinicio cominciò a odiarmi. Pretese la mia cessione”. Storie di donne, pare. Non importa. Ezio aveva altro da fare. Ascoltare Piero Ciampi e Leo Ferrè.

 

vendrame

Fenomeno era, malgrado lui, e decise allora di chiudere da fenomeno, dentro stadi che lui trasformava in baracconi e palloni che rotolavano senza senso. Quella volta di Blackpool, in Inghilterra. “Faccio il mago Silvan, nascondo la palla. Un inglese mi randella tutto il tempo. Provo una volta a entrare io duro. Lui si rialza, gli do la mano, lui rifiuta, io l’acchiappo, lo stringo a me e gli schiaffo la lingua in bocca”. 

 

Ricordi. Quella volta che ho amato Valentino Rossi. Quando nei camerini di “Controcampo”, aspettando di andare in onda, lui, sbocconcellando un’enorme pagnotta con la mortadella, mi chiede notizie del suo idolo, il mio amico Ezio Vendrame, lo stravagante semidio del pallone. “Quanto inutile cielo, sopra uno spalancato inferno”, scriveva Ezio che non aveva bisogno di cancri e di virus per avere nozione dell’inferno. Smise di allenare anche i ragazzi. Si era sforzato di parlargli, ma la sua parola non arrivava più. Diceva sempre che avrebbe voluto insegnare calcio a una squadra di orfani, ma poi capì che il problema non erano le famiglie e che i ragazzi di oggi sono orfani di tutto. Si mise a scrivere libri di successo, s’innamorò spesso, amori spesso deliranti e immaginari, come quello per la figlia meno celebre di Jane Birkin, una sua anima gemella nella morbosità del sentire, che non seppe mai d’essere stata così perdutamente amata.

 

Carmelo Bene e Giancarlo Dotto

Ritrovò slanci, Ezio, per uscire ogni tanto dal suo loculo, ma senza mai uscirci veramente. Perché, nel suo ballo di coppia, il fantasma era sempre quello, un maglione nero e la carcassa etilica che ci sciacquava dentro. Piero Ciampi, quaranta chili scarsi, gli illuminati e biascicati sproloqui che lui ascoltava come un oracolo. Ezio lo adorava. Fino al giorno in cui si trovò a scrivere: “Farabutta vita/costretto a resisterti tra follie umane/ ed imperfetti amori, sotto squarci di nuvole/il sangue va oltre il sangue/ed incrostato di abusi/altro non so che infestarti di amaro le carni”. E i due, da allora, si presero per mano.

Una cosa vi chiedo, a suo e a mio nome, astenetevi dal dire “povero Ezio”, che povero non è mai stato. Lo giuro sul mio onore. “Quello che più mi tedia non sta nel tempo che rimane, ma del non sapere che farmene”, ha scritto una delle sue tanti notti da solista spericolato e sfrontato.

 

Carmelo Bene e Giancarlo Dottovendrame

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