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1. UNA ROMA, PIU' MORBIDA DI COCCOLINO, RIESCE A “REGALARSI” UNA SCONFITTA IMPOSSIBILE 2. CATTIVE NOTIZIE DALLO SPILUNGONE BOSNIACO. DZEKO, UN PILONE DI CEMENTO ARMATO 3. QUINTA VITTORIA PER UNO A ZERO DELL’INTER CHE, SE PARLIAMO DI GIOCO, NON VALE L’EMPOLI

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Giancarlo Dotto (Rabdoman) per Dagospia

 

Mi fido solo dei numeri. Non essendo la Roma il Barcellona e il Bayern di Guardiola o la Juventus di Conte, la sequenza di vittorie, cinque consecutive, aveva la morte in seno. Sono gli stessi umani a volerlo, non sopportando il concetto della durata, anche quando dicono di desiderarlo.

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Visto a San Siro così molle e languido, il branco di Garcia ha fatto di tutto per assecondare il destino. Meglio con l’Inter che con la Lazio. Una Roma più orientata a controllare la partita che aggredirla. La leggerezza senza ferocia diventa morbidume. Piuma. Partita molto tattica.

 

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Il cinghialotto Medel aspettava la Roma per segnare il suo primo gol in Italia. Morbido (e osceno) Rudiger nel dare le spalle al cecchino. Morbido Scezny (come si pronuncia) nello stendersi. Morbidi Pjanic e Salah. Morbido persino Florenzi. Le cattive notizie vengono soprattutto dallo spilungone bosniaco. Morbido sempre Dzeko e tre volte in particolare, decisive, di testa e quando si fa anticipare a un soffio dalla porta. Ha sbagliato tutto, incluso l’assist nella ripresa a Pjanic. Un pilone di cemento armato.

 

Come a Genova, la Roma riesce a “regalarsi” una sconfitta impossibile. Spreca tutto il possibile nel secondo tempo. Il massimo è quando lo scombiccherato Rudiger toglie di testa una facile correzione a rete per Manolas. Mai sole le disgrazie, aggiungono l’espulsione di Pjanic. Niente derby. Quinta vittoria per uno a zero dell’Inter che, se parliamo di gioco, non vale l’Empoli. Dopo il gol di Medel, solo catenaccio. Non tira più in porta. I due difensori centrali sono l’ottanta per cento del valore.

 

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Dovesse vincere il campionato sarebbe una tragedia estetica per un sistema che perde pezzi ovunque e di tutto ha bisogno meno di una squadra che insegna che si può vincere un campionato anche così. Handicap aggiunto, è poi che Inter e Napoli giocano sospinti da stadi stracolmi, mentre la Roma gioca nel deserto.

 

In quanto alla Juve. La domanda che vi faccio è: dovrei stravolgere quello che è accaduto per novantatré minuti, solo perché al novantaquattresimo, a pochi spiccioli dalla fine, la palla ruzzola nella porta di Padelli, bel laser di Pogba da sinistra e intruppata di Cuadrado? Cambiare parere su Allegri solo perché la palla per l’appunto ruzzola dove cazzo le pare?

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Direi di no, direi. E dunque tengo stoicamente il punto. Il Toro meritava di molto il pareggio e, nei venti minuti finali, era la squadra con più gamba e più convinzione. Nel caos che alloggia da un pezzo nel suo cranio, lo scontato e pavido Max s’inventa Sandro dentro e Dybala fuori, fin lì la meglio mutanda bianconera. Gli dice bene e qualcuno farà finta di sapere perché.

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Prima Bonucci, con Buffon e Barzagli, leader vero residuo della squadra, spazzola la traversa, poi l’intruppata del colombiano e Toro in briciole, anche perché l’orrenda beffa replica quello dello scorso anno. Sempre “Juventus Stadium”, stesso risultato, metti Pirlo invece di Cuadrado.

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Fin lì, fino al “Deretano Show”, erano state due botte lancinanti, il destro di Pogba e il sinistro di Bovo. E Juve molto appesa alla solito difesa ferrigna e alle giocate estemporanee del fluido Dybala e del solfeggiante Pogba. Troppo poco. Squadra statica, che non sa cambiare ritmo e non trova soluzioni.

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Il dilemma è: i giocatori non capiscono Allegri o è lui a non capire se stesso. Squadra che non sa di essere o cosa essere e percepisce che non lo sa nemmeno il mister. Detto e pontificato, magari questi tre punti, visto anche il mucchio giubilante alla fine, Buffon in testa, magari cambieranno la testa della squadra. Che dovrà fare quello che fanno da sempre i giocatori a questo livello, far finta di ascoltare l’esagitato in panchina e poi fare da soli.

 

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