ranieri friedkin gasperini

CHI HA TRADITO CLAUDIO RANIERI? INTOCCABILE ALFIERE DEL ROMANISMO FINO A QUALCHE SETTIMANA FA, L’EX SENIOR ADVISOR LICENZIATO DA DAN FRIEDKIN SOMIGLIA ORA A UN DIO RIPUDIATO. "SIR CLAUDIO" ERA STANCO DI ASCOLTARE LE LAMENTELE DI GASPERINI (UN VIRTUOSO DELL’ALTERCO), SUL MERCATO, SULLO STAFF MEDICO, SULLA QUALITÀ DELLA ROSA. CHI AVEVA RAGIONE? CHI DISTURBAVA DAVVERO IL MANOVRATORE? CHI HA LAVORATO NELL’OMBRA? SE RANIERI ERA SOLO UN ESECUTORE DELLE VOLONTÀ PROPRIETARIE, COME MAI A CASA È ANDATO LUI? IN TUTTA LA CARRIERA “SIR CLAUDIO”, CHE 10 ANNI FA FESTEGGIAVA LA PREMIER CON IL LEICESTER, LA PIU’ GRANDE IMPRESA DEL CALCIO CONTEMPORANEO, NON HA MAI PERSO LA PARTITA CON LO SPECCHIO: “SE MI OSSERVO, LA MATTINA, HO L’ESIGENZA DI NON SPUTARMI IN FACCIA”

 

MALCOM PAGANI per Domani - Estratti

 

(…)

L’ultima figurina di Claudio Ranieri, invece, non la trovo. L’ho cercata in un esperimento ibrido durato meno di un anno, ma l’uomo dietro la scrivania, il dirigente della Roma, il “senior advisor” della proprietà americana, pur avendo sembianze familiari, non era lui.

 

claudio ranieri gian piero gasperini

L’ho inseguita la scorsa estate, mentre la Nazionale, forse meglio dire la Nazione, lo convocava d’imperio a salvare il Mondiale, e i romanisti in coro, paventando delusione e agitando la sciarpa del più o meno velato ricatto sentimentale, dicevano «Claudio è solo nostro, ha appena firmato, non può tradire». C’era troppa emotività, e l’immagine era fuori fuoco.

 

La troverò, forse, da domani, tra leoni e domatori, e non sarà il profilo di un agnello perché Claudio Ranieri non è uscito di scena da vittima sacrificale. Dopo 10 mesi da soldato silenzioso si è tolto la divisa, ha deciso che ogni limite ha una pazienza e poco prima che la Roma passeggiasse con il Pisa è andato in televisione.

 

frederic massara claudio ranieri

Ha fatto capire che era stanco di ascoltare le lamentele di Gian Piero Gasperini, il suo allenatore – incessanti, fin dal principio, a volte esplicite, altre striscianti, sul mercato, sullo staff medico, sulla qualità della rosa – ha spiegato che ogni singolo acquisto era stato concordato con lo stesso, ha detto che, prima di essere assunto, il tecnico era in una lista «di 5 o 6 nomi» che avevano visto almeno tre candidati rinunciare, e – cosa più importante – che era pronto ad andarsene ove non fosse più ritenuto utile, stanco di essere a Trigoria e pensarsi a Troia a combattere con i nemici usciti nottetempo da cavallo.

 

Gasperini ha negato gli addebiti.

 

ED SHIPLEY GASPERINI RANIERI FRIEDKIN

Si è travestito da passante, da educanda, da cane bastonato. Si è detto stupito. Ha parlato di fango e teatrini. Sentito il bisogno – visti i litigiosissimi precedenti che, dai calciatori ai giornalisti, fino ai tifosi avversari a cui tirare panini dall’auto, ne fanno un virtuoso dell’alterco – di cancellare i tumulti del passato e infine, tra una lacrima e una porta presa a calci, ha deciso di fotografarsi con un robusto filtro autoassolutorio: «Sono stato nove anni a Bergamo e otto a Genova, non sono una persona così brutta».

 

La fiera delle assurdità Poi, a corpo ancora caldo, quando la famiglia Friedkin ha deciso di congedare Ranieri con tre righe così rozze, sgradevoli e ingenerose che scegliere è arduo, e non solo, come celiava Dino Risi, «perché il sostantivo è morto ucciso dall’aggettivo», Iago ha deciso che il golpe in atto pretendeva un altro sacrificio, suggerito nella figura del direttore sportivo, Ricky Massara. Cosa fatta capo ha, e quindi via Ranieri, via Massara e pieni poteri al generale Gasperini fino alla prossima sconfitta.

GASPERINI RANIERI MEME

 

Nessun favore popolare è più effimero che nel calcio. Dura solo un attimo la gloria perché l’isteria non è amica del raziocinio, e in un gioco in cui, come sottolineava Aurelio De Laurentiis, «chi vince è un eroe e chi arriva secondo è un coglione» non c’è progetto che resista più di 90 minuti, e gli altari sono costruzioni di cartapesta, diventare un fondo di magazzino è una prospettiva plausibile.

(…)

Claudio, Re di Roma, demiurgo, santo, taumaturgo e intoccabile vate fino a ieri, somiglia ora al profilo di una divinità abbattuta, ma come diceva Jean Meslier, uno che in Dio confidava pochissimo, l’importante è che non si bestemmi: «Se crediamo a delle assurdità, commetteremo delle atrocità».

 

ranieri gasperini

E quindi no, non pensiamo che Claudio Ranieri abbia destabilizzato il contesto, contesto mai stabile per definizione, allo scopo di difendere sé stesso. E non siamo persuasi dall’idea che, con la meritata considerazione che lo ha sempre circondato, abbia deciso di derogare alla sua unica religione, il romanismo, per diventare empio e fare il male della squadra per cui ha vissuto.

 

Ranieri ha tracciato un confine con lo stesso slogan di cui hanno abusato in tanti: «La Roma prima di tutto». Ha tentato di ristabilire un principio, di trovare una forma più equa di suddividere le responsabilità, di rimettere ordine. Forse non si è fatto capire. Probabilmente non lo hanno capito.

 

Con ragionevole certezza, per ragioni di convenienza, soprattutto economiche, non lo hanno voluto capire. È stato licenziato, va bene.

Ma verrà il momento di capire il perché.

 

massara ranieri foto mezzelani gmt 0040

Come diceva Giorgio Pellizzaro, ex portiere, amico e collaboratore di Ranieri in un’epoca in cui i contratti si firmavano di ritiro in ritiro, nell’umidità delle pensioni francescane di un calcio in bianco e nero: «Con Claudio il tempo è stato sempre galantuomo. La sua storia è stata raccontata male, quando non proprio molto male. È stata raccontata con pregiudizio, forse per pigrizia, forse per favorire altre persone legate al carro giusto. Ranieri non ha mai avuto un carro su cui salire perché ha sempre trainato il proprio».

 

A Roma, casa sua, gliel’hanno parcheggiato fuori dalla porta con la freddezza e l’ineleganza che si riserva agli estranei. A quelli che molestano. A quelli che importunano. Chi è che agitava la quiete? Chi disturbava davvero il manovratore? Chi è stato lo yes-man, in questa storia? Chi ha tradito? Chi ha lavorato nell’ombra? C’è stata invidia, dolo, complotto? Se Ranieri, come è stato ingenerosamente ripetuto, era solo un esecutore delle volontà proprietarie, come mai a casa è andato proprio lui? Come suggerisce Paolo Sorrentino, è infinita la commedia delle domande e striminzita quella delle risposte, ma arriveranno, anche quelle, per chi sa aspettare.

TOTTI RANIERI FRIEDKIN

 

La memoria è merce deperibile. La gratitudine, il sentimento del giorno prima. Chi si ricorda di Carletto Mazzone? A Catanzaro, con Ranieri, discutevano in dialetto, poi con i giornali il tecnico recuperava la lingua di Dante: «Claudio è una brava persona, un uomo per bene e un grande professionista». Chi si ricorda di Ranieri che nella Cattedrale di Catania sosteneva il feretro del presidente Massimino, che spese tutto quello che aveva per la sua creatura e morì quasi cieco, sulla strada, in un giorno di marzo che sembrava novembre?

 

Spalle larghe In più di mezzo secolo di pallone, Ranieri ha conosciuto chiunque.

 

Ha allenato in alcune delle più importanti realtà italiane ed europee. Ha vinto molto e qualche volta ha dovuto cedere il passo, ma non ha mai perso la partita con lo specchio: «Se mi osservo, la mattina, ho l’esigenza di non sputarmi in faccia». Se c’è una cosa di cui non lo si possa accusare, in un percorso lunghissimo che parte dalla fine degli anni Sessanta, è di aver preferito la prudenza al coraggio.

 

massara ranieri foto mezzelani gmt49

(…) Ranieri Non ce la faceva più e si è liberato. A luglio, presentando Gasperini davanti alla stampa spiazzò l’uditorio: «Era antipatico anche a me». Seguirono sorrisi, abbracci e promesse di futuro. Non c’era. Quanto si può cambiare?

 

Quanto si può essere diversi da ciò che si è sempre stati? Entrambi cresciuti in un mondo in cui d’estate si sudava sui monti per preparare il campionato, si organizzavano scherzi da caserma cucendo i pigiami dei compagni sul cuscino per evadere dalla noia, e i campi di retroguardia erano così assolati e mal ridotti da spingere i rivali all’umorismo: «Ma per giocare qui ci vogliono i Ray-Ban», disse precipitato in Sicilia l’austriaco Schachner a Ranieri.

claudio ranieri foto mezzelani gmt20

 

Claudio e Gian Piero non si sono trovati al bivio delle reciproche similitudini, ma hanno allargato il solco delle rispettive differenze e hanno finito per allontanarsi giorno dopo giorno. Chi aveva ragione? Chi torto? Chi ha giocato pulito? Chi sporco?

 

Ci sarebbe da ristabilire l’onore delle armi, ma la società che ha «unilateralmente» allontanato Ranieri dopo averlo blandito, onorato e celebrato non ha avuto la grazia di preoccuparsene. Adesso immaginarne il presente è difficile. Bernardini allenò l’Italia fino all’età di 72 anni, ma dopo un no detto tutto d’un fiato, per amore, prima che venisse chiamato Gennaro Gattuso, forse è troppo tardi. Per capire le ragioni per cui è finita così male servirebbe Tolstoj: «È difficile per un uomo scontento non rimproverare qualcun altro, e proprio chi gli è più vicino, di ciò che lo rende scontento».

 

Per esistere, Ranieri non ha mai avuto bisogno di liberarsi di un’ombra. Era lui che la proiettava. Qualcuno si è illuso di cancellarla. Andrà peggio: «È molto più difficile uccidere un fantasma che la realtà».

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