1- “60 MINUTES” DI MASSACRO PER DEL VECCHIO. LO SHOW DELLA CBS METTE NEL TRITACARNE LUXOTTICA: “PERCHÉ UN PAIO DI OCCHIALI COSTA PIÙ DI UN IPAD?”. ACCUSE A DEL VECCHIO DI AVERE UNA POSIZIONE MONOPOLISTICA CHE GLI CONSENTE DI VENDERE I SUOI PRODOTTI A UN PREZZO SUPERIORE DI BEN 20 VOLTE AL COSTO DI PRODUZIONE 2- DIETRO L’INCIDENTE SUL COMMISSARIO ANTI-CORRUZIONE CON PATRONI GRIFFI FORSE CI COVA IL DESIDERIO DI CATRICALETTA DI GARANTIRSI UN FUTURO NEI PALAZZI DEL POTERE 3- LA VANITà DEGLI ECONOMISTI: IL TENTATIVO DI FONDERE L’ANTICAPITALISMO DI FITOUSSI CON L’ANTIPOLITICA DEI DUE AUTORI DELLA CASTA È STATO SEMPLICEMENTE PENOSO 4- EMORRAGIA GIALLOROSSA PER UNICREDIT: PALLOTTA VUOLE 200 MILIONI PER LO STADIO

1- L'AMERICA NON È UN PAESE PER DEL VECCHIO
Se per qualche ragione vi trovate a passare dalle parti di Montecarlo insieme agli ultimi operai della Fiat, tenetevi alla larga dallo yacht dove Leonardo Del Vecchio trascorre gran parte del suo tempo.

Il 77enne patron di Luxottica non è dell'umore migliore, anzi per dirla chiara è molto incazzato. La colpa non è delle banche italiane o delle Generali che invece di aiutare le imprese hanno comprato partecipazioni disastrose oppure hanno finanziato personaggi come Totuccio Ligresti. Su questi argomenti l'imprenditore degli occhiali di Agordo ha già detto la sua nella famosa intervista di aprile quando, dopo aver elogiato l'impegno di Monti per il Paese, ha sotterrato il povero Perissinotto e ha ricordato al suo amico Della Valle che il titolo Generali in cinque anni ha perso i due terzi del valore.

Questa volta il suo malumore è nei confronti del programma televisivo americano "60 Minutes", lo show che la CBS trasmette con successo dal 1968. È lo stesso programma giornalistico che a marzo aveva dedicato un monumento a Sergio Marpionne e al suo ruolo nella resurrezione di Chrysler. Questo non è avvenuto poche sere fa quando Lesley Sthal, una matura giornalista della CBS, ha messo nel tritacarne Luxottica, la società italiana quotata a Wall Street dal gennaio 1990 e molto nota in America per aver acquistato il marchio RayBan che vende in migliaia di negozi insieme ad altri 30 marchi in gran parte italiani.

Al centro del programma intitolato "Perché gli occhiali sono così costosi?", la bionda giornalista ha posto l'accusa di monopolio che Luxottica esercita sul mercato mondiale, e lo ha fatto con toni particolarmente duri chiedendosi: "perché un paio di occhiali costa più di un ipad?". Il tono del programma, molto seguito dal pubblico americano, non è cambiato nemmeno quando sullo schermo è apparso Andrea Guerra, l'amministratore delegato di Luxottica, che ha detto: "almeno mezzo miliardo di persone in questo momento stanno indossando i nostri occhiali. Solo lo scorso anno Luxottica ne ha venduti 65 milioni".

Poteva finire qui, ma la giornalista della CBS è andata avanti impietosa e dopo aver ricordato che dieci anni fa i gioiellini di Luxottica sarebbero costati 30 dollari rispetto alle centinaia di oggi, ha accusato Del Vecchio e il suo Gruppo di avere una posizione monopolistica che gli consente di vendere i suoi prodotti a un prezzo superiore di ben 20 volte al costo di produzione.

Pare che il paperone di Agordo sia rimasto molto colpito da questa accusa perché nel 2007 quando acquistò per 2,1 miliardi la società americana degli occhiali Oakley ottenne senza problemi l'autorizzazione dell'Antitrust Usa.

Per il patron italiano quest'attacco di "60 Minutes" appare incomprensibile, ma è un altro capitolo di un anno difficile che lo ha profondamente deluso quando ha cercato di vendere sul mercato il 7% di Luxottica. Da quella operazione sperava di raccogliere 975 milioni di euro, ma ha dovuto accontentarsi di un incasso di 486 milioni dimezzato rispetto alle sue previsioni.

A quel punto la vista lungimirante si è un po' appannata, ma il colpo non è stato comunque tanto duro da mettere a repentaglio la sua immensa fortuna.


2- DIETRO L'INCIDENTE TRA IL DISCRETO PATRONI GRIFFI E CATRICA' LETTA ABBIA TENTATO DI CREARE LE CONDIZIONI PER GARANTIRSI UN FUTURO DI CONTINUITÀ NEI PALAZZI DEL POTERE
Nessuno fino a ieri si era accorto che nel Governo c'era anche un ministro napoletano di nome Filippo Patroni Griffi.

Dalla fine di novembre quando ha giurato al Quirinale quest'uomo di famiglia aristocratica e figlio di un magistrato parente del regista Giuseppe Patroni Griffi, ha sempre operato nell'ombra senza dare alcuna soddisfazione ai giornalisti che posteggiano nella sala stampa di Palazzo Chigi.

Il suo nome è improvvisamente balzato alla cronaca ieri mattina quando cinque minuti prima delle 9 ha messo in rete una durissima dichiarazione per smentire di essere l'autore dell'emendamento che prevede la nomina di un supercommissario contro la corruzione.

Alcuni giornali raccontano oggi che il 57enne mite ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione abbia appreso la notizia mentre si faceva la barba, e che solo grazie alla sua natura composta non si è tagliato la carotide. Poi ha preso il telefono e dalla batteria di Palazzo Chigi che mette in contatto i ministri ha chiamato Tonino Catricalà per smarcarsi rispetto all'idea di introdurre nella legge anticorruzione l'emendamento sul supercommissario annunciato dallo stesso Catricalà nell'intervista di ieri mattina al "Messaggero".

A questo punto c'è da chiedersi per quale ragione CatricaLetta, sottosegretario alla Presidenza che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica, abbia tirato fuori dal cassetto l'idea di un Savonarola che nelle vesti di supercommissario dovrebbe contrastare le piaghe della politica. Un'idea così balsana potrebbe essere venuta in mente al magistrato catanzarese mentre mangiava una pizza con la moglie nel solito ristorante dalle parti di piazza Mazzini, ma questo sarebbe un giudizio ingiusto nei confronti di un uomo che è stato il più giovane magistrato d'Italia e ha bevuto il latte del suo maestro d'università Pietro Rescigno.

È curioso comunque che CatricaLetta abbia tirato fuori dal cilindro l'idea del Savonarola fustigatore senza rendersi conto che esiste un'infinità di organi preposti a combattere la corruzione. A parte quelli di natura giudiziaria c'è la Corte dei Conti dove il simpatico presidente Giampaolino si è svegliato dal sonno e ha tuonato nei giorni scorsi contro l'evasione fiscale.

Esiste pure il CIVIT, la Commissione indipendente per la trasparenza e l'integrità delle amministrazioni pubbliche che fino a gennaio era presieduta da Antonio Martone, poi dimessosi dalla carica per non creare imbarazzo al figlio Michel che sgambetta come viceministro accanto alla madonna delle lacrime, Elsa Fornero.

A queste considerazioni bisogna aggiungere la mancata consapevolezza da parte del potente Tonino sul risultato quasi fallimentare dei tecnici come Bondi e Giavazzi ai quali Monti ha fatto indossare la casacca dei tagliatori di spese e di sprechi.

Per le anime più raffinate l'episodio del mancato emendamento sul supercommissario rappresenta un'ulteriore conferma che dentro il "montismo" (sul quale si sta costruendo un'impalcatura ideologica e stilistica) si scontrano due anime, quella della sobrietà che diventa popolare e carismatica suo malgrado, e l'altra di natura elitaria che si porta dietro il peso di una tecnocrazia paravento di poteri forti e di interessi eterodiretti.

Forse l'incidente tra il discreto Patroni Griffi e CatricaLetta non merita considerazioni così profonde. Resta però il sospetto che dietro l'invocazione oleografica di un superprefetto con poteri simili a quelli di Cesare Mori ai tempi di Mussolini e di Dalla Chiesa contro la mafia, l'intelligente CatricaLetta, uomo di rotta e di governo, abbia tentato di creare le condizioni per garantirsi un futuro di continuità nei palazzi del potere.


3- LA CASTA DEGLI ECONOMISTI IL TENTATIVO DI FONDERE L'ANTICAPITALISMO DI FITOUSSI CON L'ANTIPOLITICA DEI DUE AUTORI DELLA CASTA È STATO SEMPLICEMENTE PENOSO
Chi ha avuto la forza fisica di seguire fino alla fine lo show di Adriano Celentano all'Arena di Verona sarà rimasto colpito dai lunghi silenzi del cantante e dalla lezione di economia che ha cercato di sciorinare ripetendo per l'ennesima volta l'antologia delle sue polemiche.

Sul valore dello spettacolo è bene che parlino i critici, ma qualcosa si può dire sulla lezione nella quale l'Adriano nazionale si è fatto aiutare da tre personaggi come Jean Paul Fitoussi, e la coppia dei giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo.

Il brusio e i fischi lanciati dalle gradinate dell'Arena in questa parentesi dello show sono stati più che legittimi perché il tentativo di fondere l'anticapitalismo di Fitoussi con l'antipolitica dei due autori della Casta è stato semplicemente penoso.

Francamente non si capisce la ragione per cui un economista come Fitoussi che siede placidamente nel consiglio di amministrazione di Telecom e nel consiglio di sorveglianza di IntesaSanPaolo, si sia prestato a pasticciare con il suo italiano improbabile sui temi della decrescita e sulle anomalie della finanza in un contesto dove la musica doveva avere il ruolo principale.

Se poi per un attimo si saltava da Canale 5 a quello della Rai dove il giovane Renzi ha presentato le sue ricette economiche, la voglia di buttare il televisore dal balcone diventava insopprimibile. Per rendere più nobili le sue proposizioni il buon Fitoussi ha citato i suoi colleghi Stiglitz e Amartya Sen, poi si è imbarcato in un discorso terribilmente confuso sul "governo europeo" mentre i due giornalisti Rizzo e Stella tentavano di tradurre alle migliaia dell'Arena di Verona il senso del ragionamento.

Forse è arrivato il momento di invitare la casta degli economisti a riflettere seriamente sulla sua identità. La crisi e le emergenze dell'economia li hanno fatti entrare a piedi giunti nei format televisivi e non c'è sera in cui i vari Zingales, Soresina, Cipolletta e Vaciago (quest'ultimo sempre con il sorriso sulla bocca da saputello) non imperversano con analisi e profezie.

Aprire la mente è un dovere degli intellettuali, ma arrivati a questo punto si chiede anche a loro come alla classe politica, di fare un passo indietro e di ritirarsi dietro le quinte, per tornare agli studi in modo da evitare il rischio di diventare le Simona Ventura dell'economia.

Ieri sera all'Arena il 74enne Celentano è entrato tra i vapori cantando con la sua magnifica voce la famosa "Svalutation", un titolo assolutamente appropriato per mettere in guardia la vanità di studiosi e accademici che a furia di comparsate televisive svalutano il loro curriculum.


4- EMORRAGIA GIALLOROSSA PER UNICREDIT: PALLOTTA VUOLE 200 MILIONI PER LO STADIO

Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che ai piani alti di Unicredit l'amministratore piacentino Ghizzoni ha letto con molta attenzione la lunga intervista che il vicedirettore del "Sole 24 Ore" Alessandro Plateroti ha fatto al finanziere James Pallotta, presidente della As Roma.

Nel testo Pallotta annuncia di voler presentare entro 2-3 mesi il progetto per il nuovo stadio che costerà non meno di 200 milioni. Al termine della chiacchierata risponde alla domanda sui rapporti con Unicredit che a suo dire sono "ottimi", e aggiunge: "finché la banca resterà con noi saremo contenti".

A piazza Cordusio si sono già esposti per circa 60 milioni nei confronti della squadra del Pupone e in estate hanno concesso, dietro sollecitazione di quel genio di manager che è Paolo Fiorentino, un'altra linea di credito di 25 milioni per il pagamento dei dieci giocatori voluti da Zeman.

Al buon Ghizzoni dal volto roseo queste trasfusioni di sangue sembrano più che sufficienti per tenere in piedi i furbi italo-americani e l'idea di cacciare altri 200 milioni per lo stadio non lo rallegra".

 

 

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