stefanel giuseppe

ASSEDIATO DAI COLOSSI STRANIERI DELL’ABBIGLIAMENTO, “STEFANEL” E’ SULL'ORLO DEL CRAC - IL GRUPPO HA CHIESTO IL CONCORDATO PREVENTIVO ANCHE PER LA HOLDING DI FAMIGLIA - NEGLI ULTIMI SEI ANNI SONO STATI NECESSARI DUE AUMENTI DI CAPITALE, TRE RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO E VARI PROGETTI DI RESTYLING DEL MARCHIO

Cinzia Meoni per “il Giornale”

 

GIUSEPPE STEFANEL GIUSEPPE STEFANEL

Stefanel si arrende e chiede l' ammissione al concordato preventivo. E il titolo crolla a 10 cent (-39%). La situazione del gruppo fondato a fine anni 50 a Ponte di Piave, Treviso, era da tempo difficile. Solo negli ultimi sei anni Stefanel è dovuta ricorrere a due aumenti di capitale, tre ristrutturazione del debito e vari progetti di restyling del marchio e riposizionamento su un target di clientela più abbiente.

 

STAF STEFANEL STAF STEFANEL

Tutti falliti. Così il primo semestre si è chiuso con ricavi in calo a 67,4 milioni (da 77,2 milioni), una perdita di oltre 13 milioni, un patrimonio negativo per 11,5 milioni e, soprattutto con 84,4 milioni di debiti. Numeri che hanno portato i revisori di Ernst&Young a mettere in dubbio la continuità aziendale. Eppure, fino a pochi giorni fa, c' era chi credeva nell' arrivo di un cavaliere bianco, in grado di portare mezzi freschi nelle casse del gruppo e di spingere le banche creditrici a definire un nuovo accordo di ristrutturazione del debito.

 

Giuseppe Stefanel Giuseppe Stefanel

Che fa capo per il 70% a Intesa, Unicredit e Mps e, nel corso delle ultime tre ristrutturazioni, anche grazie alla cessione delle attività non strategiche (iniziando da Nuance) è stato dimezzato, ma nonostante tutto Stefanel non è stata in grado di rispettare i covenant, (parametri a cui è legato un finanziamento) e, ormai, da cedere è rimasto poco.

 

La speranza di nuovi investitori non è comunque durata molto. Giuseppe Stefanel, numero uno della società, su richiesta della Consob è intervenuto per smentire le indiscrezioni. È la fine di un' epoca. Quella in cui la moda era legata a doppio filo con il Veneto dove, a darsi battaglia, erano brand che portavano il nome della famiglia di provenienza: Benetton, Stefanel e Coin, per citare i casi più noti.

 

GIUSEPPE STEFANELE NICOLETTA ROMANOFF GIUSEPPE STEFANELE NICOLETTA ROMANOFF

La lenta agonia della moda tricolore inizia nel 2002 con l' ingresso nel mercato italiano di Zara, il brand spagnolo a lungo tenuto ai blocchi di partenza. Dopo Zara, è stata la volta degli altri brand della capogruppo Indetex (Oysha, Massimo Dutti e Pull&Bear), di Mango, altro marchio spagnolo, degli svedesi di H&M e degli americani di Gap e Banana Republic. Oggi, in quelle stesse vie dove un tempo trionfavano i negozi di Stefanel e Benetton, ci sono vetrine che parlano inglese, svedese e spagnolo.

 

Una rivoluzione che ha stravolto le modalità di vendita nell' abbigliamento: negozi più ampi, collezioni più veloci e ispirate ai brand del lusso, prezzi ancora più accessibili e franchising sotto controllo. Per i brand italiani, a questo punto, è iniziata la rincorsa che ha portato, nel corso degli anni, a vittime più o meno illustri. Come, appunto, Stefanel.

 

GIUSEPPE STEFANEL E LUISA RANIERI GIUSEPPE STEFANEL E LUISA RANIERI

Ieri mattina quindi il cda di Stefanel «ha valutato e deliberato» di presentare «domanda di ammissione al concordato preventivo 'in bianco' o 'con riserva'», riservandosi di «presentare un ricorso per l' omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti». Anche Finpiave, a cui fa capo il 20,3% del capitale del gruppo di abbigliamento, ha presentato stessa domanda. La procedura consente a Stefanel di continuare a operare sotto la supervisione del Tribunale, proteggendosi dai creditori.

 

Lo scenario non è entusiasmante neppure per la storica rivale di Ponzano Veneto, Benetton alle prese con l' emorragia dei ricavi (il 2015 si è chiuso con vendite in calo dell' 1,2% a 1,52 miliardi) e una perdita netta di 46 milioni. Dopo il delisting del 2012, anche per Benetton, dove lo scorso anno è arrivato alla presidenza Francesco Gori, è iniziato un processo di ripensamento e riorganizzazione per tornare a crescere, magari con un nuovo partner.

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