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UN BARILE D’INCERTEZZA – DOMENICA IN QATAR L’ATTESISSIMO VERTICE DEI PAESI PRODUTTORI. LE QUOTAZIONI DEL GREGGIO SONO BASSE PER L'ECCESSO DI PRODUZIONE, MA NESSUNO DEI BIG VUOLE TAGLIARLA – L’IRAN PRONTO A INONDARE IL MERCATO

Di Maurizio Ricci per “la Repubblica”

 

 

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ROMA - Il conto è velenoso. In un paio di settimane, da quando sta crescendo l’attesa per il vertice che, domenica prossima, a Doha dovrebbe sancire un congelamento della produzione di petrolio e, dunque, si dice, un rilancio delle quotazioni, il prezzo del barile è cresciuto di 5 dollari, insieme alla frenesia dei mercati. Per Arabia saudita e Russia, che producono ognuna 10 milioni di barili al giorno, quei 5 dollari equivalgono a 50 milioni di dollari in più di incassi al giorno.

 

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A scendere, lo stesso vale per tutti i protagonisti del mercato del greggio. In altre parole, l’attesa per il vertice ha portato, da sola, parecchie centinaia di milioni di dollari ai forzieri di ognuno dei giganti del petrolio. E, in ogni caso, ha impedito che il prezzo scendesse, svuotandoli ulteriormente. A pagare, finora, sono stati gli operatori che non vedono l’ora di poter scommettere su una ripresa dei prezzi e quelli, assai più numerosi, che, avendo puntato, invece, nelle scorse settimane, sui prezzi bassi del greggio, si affrettano ora a muoversi in senso opposto, vedi mai da Doha uscisse davvero un accordo.

Il problema è che l’ipotesi che il vertice di Doha partorisca un accordo significativo e, ancor più, che quell’accordo possa rilanciare verso l’alto il prezzo del petrolio è molto dubbia e gli stessi protagonisti, a Riad come a Mosca, abbiano voluto o no manipolare i mercati, lo sanno. Alla base, c’è una realtà che nessuno contesta: il prezzo del petrolio crolla perché se ne produce troppo. L’offerta supera la domanda di 1-2 milioni di barili al giorno.

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Per riequilibrare il mercato, bisognerebbe che i produttori tagliassero la produzione appunto di 1-2 milioni di barili. Ma nessuno ha intenzione di farlo. Tanto meno i membri dell’Opec, più i grandi produttori esterni al cartello - dalla Russia, al Messico, alla Norvegia - che si ritroveranno domenica intorno al tavolo di Doha. Tutti hanno sempre parlato solo di “congelare” la produzione ai livelli di gennaio.

 

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Ma all’inizio del 2016, i grandi produttori come Arabia saudita e Russia stavano già a livelli record di produzione e avevano già fatto sapere che non intendevano aumentarli. Dunque, Riad e Mosca non cederebbero nulla. In più, c’è il problema Iran. Appena uscita dalla trappola delle sanzioni, Teheran ha fatto sapere che intendeva recuperare il suo precedente livello di produzione, ovvero scaricare sul mercato 1 milione di barili più di adesso.

 

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Per “congelare” davvero la produzione mondiale, Riad, Mosca e gli altri dovrebbero tagliare la propria per far posto all’Iran. Nessuno, oggi, crede che questo possa avvenire. Dunque, se a Doha venisse annunciato solo un congelamento della produzione, lo squilibrio di 1-2 milioni di barili resterebbe, anzi si aggraverebbe con il progressivo arrivo del greggio iraniano.

Mercati volatili e nervosi come quelli delle materie prime reagirebbero, con ogni probabilità, positivamente ad un accordo, storico, perché inedito, fra l’Opec e i suoi grandi concorrenti per un “non aumento” alle pompe. Come minimo, lo interpreterebbero come l’avvio di un coordinamento che potrebbe dare frutti in futuro. Ma la realtà dello squilibrio domanda-offerta riprenderebbe presto il sopravvento.

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Questo significa che il prezzo del petrolio è destinato a precipitare nuovamente, come prevedono alcuni? Probabilmente no. E’ anzi possibile che la discesa del petrolio abbia toccato, almeno per il momento, il fondo. Ma il vertice di Doha c’entra poco. Il punto è che il crollo dei prezzi ha fatto crollare anche gli investimenti e la ricerca di nuovi pozzi. Dunque, nei prossimi mesi, l’offerta dovrebbe scendere, riavvicinandosi ai livelli della domanda. Ancora più in fretta dovrebbe agire il collasso dei nuovi produttori americani.

Lanciando la guerra dei prezzi, un anno e mezzo fa, i sauditi puntavano a mettere fuori mercato i produttori che stavano inondando gli Usa del petrolio estratto grazie alle nuove tecniche di trivellazione del fracking. Ci hanno messo più del previsto, ma ci stanno riuscendo. I cowboys dello shale stanno facendo bancarotta in massa o, ai prezzi attuali, preferiscono non pompare.

 

shale oil estrazione petrolioshale oil estrazione petrolio

La produzione record degli Usa di questi anni dovrebbe scendere, nei prossimi mesi, di 7-900 mila barili al giorno. Basterà ad ammortizzare il ritorno sul mercato dell’Iran? E, comunque, cosa succederà alla domanda? Crisi economica e nuovi modelli di consumo stanno allentando la fame di petrolio del mondo. Anche l’Opec prevede un aumento moderato (poco più di un milione di barili al giorno) della domanda per il 2016.

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Le preoccupazioni dei grandi petrolieri che stanno per arrivare a Doha, tuttavia, non finiscono qui. Se il riequilibrio fra domanda e offerta, nei prossimi mesi, portasse davvero il prezzo del barile almeno verso i 50 dollari cosa faranno i cowboys del fracking? A quel prezzo, molti dei nuovi pozzi potrebbero tornare competitivi, l’oro nero ricomincerebbe a fluire dal Texas o dal North Dakota e tutto rischierebbe di ricominciare da capo.

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